Joe Strummer

JOE STRUMMER by Efrem Raimondi

Ci ha lasciato tredici anni fa…
Integralmente il pezzo che pubblicai per la ”rivistina snob” Uovo, nel numero 5/2003. Senza togliere e senza aggiungere. 
Eterno Strummer! Ti amo.

Non so… JOHN GRAHAM MELLOR… Così per l’anagrafe.
Per i parenti, più o meno stretti. 
Per qualche altro… forse.
Per tutto il resto del mondo è di Joe Strummer che sto parlando, frontman dei Clash. “L’unica band che ha contato qualcosa”.
Non so… E’ dura.
www.strummersite.com: 23 December 2002… Joe Strummer died yesterday.

Non ne sapevo niente… Sono andato a letto tranquillo la notte del 22.
Non che ne sia certo. Presumo e basta: una domenica… così vicina a Natale… con tutte le luci che martellano gli occhi e lo stomaco già predisposto al banchetto.
Almeno qui, in Occidente.
Non sapevo di svegliarmi orfano. Per la seconda volta.
Orfano.
Perché il vuoto non si misura con il grado di parentela. Né so dire se esista una qualche unità di misura: si sente o no.
Il vuoto è un’assenza piena e palpabile.
Mica un dispiacere (quel leggero prurito che ogni tanto ti coglie, in genere proprio dietro un orecchio ma che, tranquillo, in 18/24 ore è tutto passato).
Il vuoto è uno spazio permanente.
Refrattario a ogni terapia, rimbalza forsennatamente tra cranio&cuore.
Così all’inizio. 
Il tempo poi regola, modula preciso per la sopravvivenza.
Ma l’altro t’accompagna dovunque e per sempre, pronto a straziarti e a lasciarti muto quando gli pare.
Parlo per me: non ho la patente per farlo per altri.
Parlo per me, che sono cresciuto a pane e Clash.
Che me ne cibo dal ’77.
Mai mi sarei aspettato di trovarmi davanti Joe Strummer, sbucato da una traversa di via Vittor Pisani, mentre trascinava una valigia tipo trolley, imprecante, con lo sguardo levato alla ricerca di un qualche indizio che confermasse che sì, che era proprio quello il posto, la strada giusta di Milano dove avevamo appuntamento.
Non abbiamo mai chiarito perché il tassista li avesse lasciati, lui e quel buffo figuro che arrancava dietro (rivelatosi poi un qualcuno della casa discografica inglese), due-trecento metri dalla destinazione finale, cioè io (!!!).
Per la precisione Michele Lupi, già suo amico, e io, lì per ritrarlo per GQ Italia.
Del resto l’italiano di Joe era una scommessa, col suo improbabile bigino fatto di frasi idiomatiche, che mai ci azzeccavano una volta.

Primissimo pomeriggio del 21 settembre 1999: la voce con la quale interloquivo era la stessa che ascoltavo da anni provenire da una qualche cassa acustica, a casa piuttosto che in auto, in genere alternata a quella di un altro grande che in qualche misura me lo ricorda (intendo Vasco Rossi ma questa è un’altra storia).
L’effetto era straniante.
Il set era già pronto. I miei assistenti e io avevamo provato e riprovato, montato smontato e rimontato nelle due ore precedenti: Joe Strummer cazzo!
Tutto doveva funzionare alla perfezione.
Non erano ammessi inciampi, tentennamenti, sbavature: gestire l’emozione sarebbe stato affar mio durante lo shooting.
Il rischio è sempre lo stesso: ti trovi davanti alla leggenda, una figura idealizzata, e poi scopri di avere a che fare con uno che fa le bizze, montato dal proprio successo: bello tronfio a mezzo metro dal suolo e cento chilometri da te.
Un vero pezzo di merda che rimbalza da una suite all’altra con davanti qualcuno sempre pronto a stendergli il tappeto.
Joe Strummer non era così. Uno con la faccia pulita e il sorriso schietto.
Uno che non ti manda a dire niente, lo dice e basta.
Dell’artista sapevo già tutto, il mio cuore ne godeva da anni. Adesso era l’uomo.
Mi limitavo a registrare ciò che vedevo.
E la registrazione che conservo corrisponde in pieno a ciò che mi auguravo di vedere.

Non aveva l’aria della star annoiata, che una tantum si concede: curioso e rispettoso di ciò che stavo facendo mi seguiva tranquilllo su un terreno che non gli apparteneva, contento di farlo.
La sua scorza da duro mi sembrava più un manifesto, un’icona mutuata da un altro periodo e da esibire all’occorrenza, giusto per chiarire le cose… non una vera e propria pelle.
Lo sguardo era il riflesso di una sensibilità rara, molto esposta alle intemperie di un mondo che può convincere solo gli idioti e i manager.
Cazzo, un uomo!
Con un cranio, un cuore e una sola faccia da esibire!
Uno con una forte stretta di mano, non una roba che scivola via.

Cominciamo… 
Di norma, in questi casi, è presente un truccatore.
Non come per le modelle, serve solo per ripulire la pelle, evitare strani riflessi e dare una guardatina ai capelli. Rivista o chi altro, qualcuno ci pensa.
Chissà come, di fatto non c’era. Eppure nessuno sembrava sgomento.
Apre il trolley e scegliamo due cose, una camicia e una t-shirt.
Lui cerca anche del gel. Che non c’è, né nel trolley né altrove.
Non c’è neanche un lavabo né un cesso vicino, pare.
Strummer si sputa sulle mani e si passa i capelli: stupore!
Ma non c’è niente di volgare nel gesto, nessuna gratuità: fosse stato un artista slavo sarebbe stata una performance, nell’occasione è solo qualcosa di meramente funzionale e rapido.
Cominciamo. 
C’è una bella atmosfera, tra gente tranquilla.
Non è giornata per il colore.
Oggi uso un b/n rigoroso.
Sono lì con il mio 6×7 a mano libera che pesa una cifra.
Sono lì che punto Joe Stummer come fosse un abbraccio.
Sono lì e non vorrei essere da nessun’altra parte.
Adesso che sono qui, con la sua voce, quella che proviene da From here to eternity e quella registrata nella mia memoria, adesso è dura. Proprio dura.

Milano, febbraio 2003.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Joe Strummer by Efrem Raimondi

Joe Strummer by Efrem Raimondi

Joe Strummer by Efrem Raimondi

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Nota. questo articolo lo pubblicai qui nel dicembre 2012. riporto i commenti di allora contrassegnati all’inizo con *

 

Joe Strummer and me, Efrem Raimondi

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INTERNI magazine – confronti generazionali

Efrem Raimondi for INTERNI MAGAZINE

 

INTERNI magazine, dicembre 2015: confronti generazionali.
Alias tre ritratti per ciò che mi riguarda: Aldo e Matteo Cibic, Paolo e Carmine Deganello, Alberto e Francesco Meda.
Ogni ritratto è composto da due singole immagini… una roba che faccio da una ventina d’anni.
Che non è semplicemente utile, ma proprio spinge la prospettiva restituendo spazio – e persone – in forma leggermente alterata.
A volte fortemente alterata.
La continuità viene interrotta, e lo stato delle cose non è più quello originario.
Mi piace creare un po’ di disordine in certe circostanze.
Una minima inquietudine visiva in questo lavoro… in altri per nulla minima.
Un fastidio, un prurito a un mondo sempre più ortogonale che esercita sempre meno la vista. Altro che balle.
E questo sì che è utile.

Efrem Raimondi for INTERNI MAGAZINE

Efrem Raimondi for INTERNI MAGAZINE

Efrem Raimondi for INTERNI MAGAZINE

Efrem Raimondi for INTERNI MAGAZINE

INTERNI non a caso: è uno dei pochi luoghi dove si fa fotografia. Almeno mi sembra.
Per me è una questione di legame affettivo anche… ci collaboro dal 1985.

Le interviste sono di Cristina Morozzi e Maddalena Padovani.

© Efrem Raimondi. All rights reserved

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Sei mai stato ingenuo?

©Efrem Raimondi. All Rights Reseved

AVVERTENZA!
Questo articolo è già stato pubblicato nel dicembre 2013.
Lo ripubblico integralmente con qualche piccola modifica.
Aggiunte anche un paio di immagini.
Che non so perché non le avevo pubblicate allora.
L’originale lo nascondo, commenti inclusi.
Ma resta tutto a disposizione.
Una traccia per le prossimissime cosiddette lectio magistralis.

Uno spunto.
Uno sputo.

 

Ingenui, eccessivi, sfrontati.

In che altro modo si può essere se privi di esperienza?
Ingenuo, latino… nel diritto romano coincide con lo stato di Libero.
L’ingenuità non la apprendi né la coltivi e, anzi, ne perdi un pezzo man mano che campi.
A favore di conoscenza e esperienza, che sono importanti… ma dopo!
Prima c’è la condizione ingenua. E faresti bene a sfruttarla se hai vent’anni e vuoi fotografare.
Perché è questo il momento in cui misuri il tuo talento.
Che è una dote gratuita, e proprio per questo non va gettata.
Si getta ciò che si compra, non i regali.
E va mostrata il prima possibile: al bando tutto! Incertezze, paure, ritrosie e bon ton.
Conta solo la dote.
Il cui valore non dipende dagli altri. Gli altri se ne fregano, quindi non sono un alibi da sventolare.
Non può neanche essere un alibi il fatto di non essere figlio della/del grande: fotografo, pittore, musicista, regista, imprenditore, architetto, giornalista, direttore – di qualsiasi genere – avvocato, critico,  premio Nobel, attore eccetera.

I FIGLI DI hanno un indubbio vantaggio… ottimo per la carriera professionale.
È così, facciamocene una ragione.
Ma che importanza ha? Il talento è altra roba. E può riguardare chiunque.
Col vantaggio che se lo mostri, si vede!
Non dico che le condizioni famigliari non abbiano un peso, dico che non c’è altro modo che fottersene. Perché se pensi che tutto sia precluso per via del natale, non solo ti sbagli ma, cosa ancora più grave, sei un soldato dello status quo, di quel conservatorismo che non ha bandiera e che vorrebbe tutto davvero ridotto alla misura del potere costituito.
Mentre è solo con l’insurrezione e la rivolta che le condizioni cambiano.
Sempre.
L’arma che hai a disposizione è il tuo talento.
Quindi non cincischiare, mostralo!

Sappi che più è evidente e cristallino, più sarà offeso: da chi non lo riconosce e da chi lo riconosce bene ma non lo ritiene utile.
Sai che me ne faccio dell’utilità? Come regalare un minipimer alla fidanzata…

C’è sempre però qualcuno da qualche parte, che a sue spese potrebbe ammiccare.
Dagli retta.

In genere è riconoscibile, non pirla in giro e è onesto: ti dice con assoluta precisione cosa fare. Come muoverti.
Lo riconosci anche dal fatto che non ti rimbalza a qualcun altro, ma si assume personalmente l’onere di offrire un argine al tuo talento.
Perché senza un argine, rischi di disperdere un patrimonio.
Gli argini sono il luogo dove l’ingenuità trova forma e diventa volume, peso specifico. Espressione.
Essenzialmente a questo dovrebbero servire i portfolio reading: a riconoscere il talento.
Se c’è.
Qualcuno mi dica se è così che funziona.
Ho fatto entrambe le cose: mostrato il mio portfolio a suo tempo, e letto diversi portfoli negli ultimi anni.

Potrei dilungarmi sulla variopinta fauna, abbigliata d’aura fotografica, di entrambi gli schieramenti.
Da una parte  presunzione e cliché random, poi ogni tanto un talento.
Idem dall’altra. Quindi è patta.
E comunque se proprio devo scegliere, io sto con me. 
E con pochi altri.
Io mi fido di più dei poco allineati. Se sei lì col tuo portfolio e sei un vero talento, faresti bene a fare altrettanto.
Perché l’allineamento è solo un grado della conservazione. 
Mentre tu devi spingere. Rompere gli equilibri.
È spesso l’unica chance che hai. Oggi più che mai.
Se poi devi anche per forza urlare Largo ai giovani! per spirito di appartenenza generazionale, fallo pure. Con la consapevolezza che è un’enorme cazzata demagogica.
E che a breve lo sentirai dalla bocca di chi di anni ne ha cinque meno di te.
Faresti meglio a urlare a squarciagola Largo al talento! Che è la vera discriminante.

Già… ma come si fa a riconoscere il talento?
È facile: guarda da un’altra parte. E lo fa con una semplicità e una caparbietà che non lasciano dubbi.
Lo fa con una leggerezza incosciente, mostrando bene il fianco e fregandosene dei risvolti.
Quasi ignaro del trend, va per la sua strada. Che è ben visibile.
Il tempo poi dirà se si è smarrito per i troppi tornanti o se qualche curva non gli ha impedito di maturare, di puntualizzare il senso della propria rivolta.
Perché, ribadisco, il talento è rivolta. Non emulazione, non scimmiottamento.
Convengo che oggi è tutto molto più difficile. Ma quando tocca a te, indipendentemente dall’epoca in cui vivi, è sempre tutto più difficile.
Certo, il surplus di fuffa disorienta. Mai come in quest’epoca le sembianze mediatiche dirigono la danza.
Ma tant’è.
Se il tuo talento è vero, saprai disciplinarlo.
E supplire allo sgomento.

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Questo lavoro è del 1981.
Proclamato dall’ONU ”Anno Internazionale dell’Handicappato”.
Diversamente abili se fosse adesso. Per me non cambia niente.
Realizzato presso il centro ANFFAS di Legnano. Allora un’avanguardia.

Segue di pochi mesi quello sul terremoto irpino, che ho qui pubblicato un po’ di tempo fa.
 Lo spirito è lo stesso.
Stesso anche tutto l’armamentario fotografico e il suo uso un po’ così, disinvolto…

Stesso piglio reportagistico, intimista e completamente avulso dallo spirito di allora.
Ma anche di adesso.
Questo e quello sono la mia vera matrice espressiva: tutto da qui!
Che poi ho fatto altro. E il reportage, chissà…

Stesso tutto…
Stessa ingenuità.
Che è ciò che mi ha permesso di fare il fotografo. 
Altre possibilità non ne avevo.
Ma avevo ventidue anni.

Questo è il primo lavoro che ho pubblicato.

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Ezio Bosso – Vanity Fair

Ezio Bosso by Efrem Raimondi - Vanity Fair


Ezio Bosso per Vanity Fair… Adesso.
Musicista. Compositore. 44 anni. Vive a Londra.
Con una malattia tosta che l’accompagna. Ma non è un malato.
Era da tempo che non vedevo un punk sotto il riflettore.
Era da tempo che non ne ritraevo… eccolo qui.
Questo ciò che ho visto.
La realtà invece non è proprio questa. Forse.
Ma i fotografi…
L’intervista di Silvia Nucini è però chiarissima.

Ezio Bosso by Efrem Raimondi - Vanity Fair

Il mio mandato era di fare due ritratti.
Ma ne ho fatti di più.
Che dentro quel teatro di Gualtieri c’era un’atmosfera davvero particolare.
E visto che Ezio Bosso non si risparmiava, io idem.
A volte incontri persone che ti piacciono proprio.
E ti viene voglia di girargli intorno.
Senza motivo e senza mandato.

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Ezio Bosso by Efrem Raimondi

Ezio Bosso by Efrem RaimondiEzio Bosso by Efrem Raimondi

Ezio Bosso by Efrem Raimondi

Ezio Bosso by Efrem Raimondi

Ezio Bosso by Efrem Raimondi

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Fiorucci – Sul divano che fa ciao

Elio Fiorucci by Efrem Raimondi

Fiorucci me lo voglio ricordare così…
Un’istantanea in banco ottico durante un lavoro nel mio studio.
1990… un redazionale per un magazine che, giuro, non mi ricordo.
Mi sembra che fosse quello o quell’altro… o quell’altro ancora.
Non mi ricordo neanche perché Elio Fiorucci fosse da me.
So che a un certo punto mentre si stava chiacchierando gli ho chiesto un semplice souvenir. Non un ritratto. Un ricordo di quella giornata.
E questo è.

C’era stato un singolare precedente…
1988, Alessandro Mendini crea OLLO rivista senza messaggio e pubblica Alessandra, uno dei ritratti che feci per un lavoro sul narcisismo… tutti nudi di transessuali.
Passo casualmente dal negozio FIORUCCI attaccato a San Babila, e vedo in vetrina, proprio in bella vista, il magazine.
Esattamente per come lo pubblico qui

OLLO magazine - Efrem Raimondi blog

Io son lì esterefatto che la guardo e riguardo. Le giro attorno… entro in negozio… esco e riguardo.
”Buongiorno! Cosa ne pensa?”
Era Elio Fiorucci… imbarazzato mi esce un interessante e cerco qualcosa di più decente.
Zero… e lui d’emblée ”Lei è l’autore?”
”Sssiii…”
”Venga, entri un attimo per favore”.
E ne abbiamo chiacchierato un po’. Di Alessandra e di OLLO.
Questo era Elio Fiorucci: meravigliosamente gentile e diretto.
Un grande designer nel vero senso del termine.
Trasversale e sorprendente.
L’ho rincontrato altre volte. E ritratto in due circostanze.
L’ultima volta nell’aprile del 2014.
Ma non intendo pubblicare altro che quella sul divano che fa ciao.
Una gran bella persona.

A margine: mi scappa una risata pensando all’imbarazzante censura modello social 2015.
1988, Milano Piazza San Babila, nudo di trans in vetrina.
Fiorucci.

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Ritratto con contorno – Fuorisalone 2015

Philippe Starck 2015 by Efrem Raimondi

Ciao! Io riparto…
Con una fotografia molto semplice. E ben al centro.
Senza possibilità di equivoco.
Prodotto di un percorso preciso: le conferenze che si sono svolte durante il FuorisaloneMilan Design Week insomma.
In calce il link dei primi d’aprile, che inquadra il tutto.
E così ho proseguito. In maniera sempre più decisa.
Dividendo seccamente il ritratto dalla conferenza.
Leggero… meravigliosamente leggero.
Veloce… meravigliosamente veloce: media a ritratto 45 secondi.
E conferenze in iPhone.
Credo sia necessario cominciare ad asciugarsi.
Facendolo tutti, magazine in primis, potremmo riprendere il bandolo della matassa.
E ricominciare ad occuparci di fotografia.
E meno di fotografie passepartout.
Perché è innegabile, qualcosa si è interrotto.
Forse davvero riflettendo di più e chiacchierando di meno, qualcosa può cambiare.
Non è indispensabile avere chissà quali robe e girare carichi come i muli dell’Adamello…

Stracciare certe abitudini è salutare.
Almeno dove è possibile, si proceda.
Perché si può fare fotografia anche con molto poco.
Questa una selezione necessariamente stringata di tutto il lavoro per INTERNI magazine: 84 ritratti e 140 immagini di conferenza.
Tra Expo Gate, Università Statale, Orto Botanico, Audi Lab, Biblioteca Nazionale Braidense.

Mai sottovalutare nulla! E mettersi in gioco come fossimo al primo scatto.
Ma perché snobbare le conferenze?

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Patricia Viel 2015 by Efrem RaimondiPatricia Viel

Britt Moran 2015 by Efrem Raimondi

Britt Moran

Stefano Giovannoni 2015 by Efrem Raimondi

Stefano Giovannoni

Piero Lissoni 2015 by Efrem Raimondi

Piero Lissoni

Kengo Kuma 2015 by Efrem Raimondi

Kengo Kuma

Bernard Khoury 2015 by Efrem Raimondi

Bernard Khoury

Felice Limosani 2015 by Efrem Raimondi

Felice Limosani

Moritz Waldemeyer 2015 by Efrem Raimondi  Moritz Waldemeyer

Francesco Morace 2015 by Efrem Raimondi

Francesco Morace

Alessandro Mendini 2015 by Efrem Raimondi

Alessandro Mendini

Philippe Starck 2015 by Efrem Raimondi

Philippe Starck

Gli unici due COLORE…

Anna Lindgren 2015 by Efrem Raimondi

Anna Lindgren

Sofia Lagerkvist 2015 by Efrem Raimondi

Sofia Lagerkvist

E poi appunto quattro immagini delle conferenze…

Daniel Libeskind - talk - by Efrem Raimondi

Daniel Libeskind. Talk

JacopoFoggini e RomeoGigli - talk - by Efrem Raimondi

Jacopo Foggini e Romeo Gigli. Talk

Efrem Raimondi iPhonephotography.

Audi City Lab. Talk

Biblioteca Braidense by Efrem Raimondi

Biblioteca Braidense. Talk

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Questo il link al post del 3 aprile:
http://blog.efremraimondi.it/energy-creativity/

Il tutto con questi strumenti minimi: uno zainetto, una reflex, un lampeggiatore di quelli dedicati, un diffusore di plastica – costo 20 € – un cavo sincro TTL che permette mobilità alla luce, uno smartphone. Nel caso mi sono portato dietro anche un fondalino bianco, in tela, 150 x 200 cm. Ben arrotolato.

R0017123

Più io. Da solo.
Come si deduce dall’immagine gentilmente concessami da Danilo Signorello, giornalista di INTERNI  magazine.

Efrem Raimondi in solitaria

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Energy for Creativity

ITALO ROTA by Efrem Raimondi

Energy for Creativity…
Cioè la Mostra-Evento che INTERNI magazine organizza quest’anno… Milan Design Week. A breve.
Intanto io sto seguendo una serie di incontri.
Conferenze direi…
C’è chi le snobba. Sì, le snobba: mi chiedo il perché…
Eppure sono un ambito stimolante per fare fotografia, proprio perché succedono sempre le stesse cose.
C’è un moderatore che in genere anche introduce… ci sono dei relatori, degli ospiti, fotografi, un pubblico, video, slideshow, domande e risposte, applausi, drink e selfie.
Poi tutti a casa.
La confezione è questa.
Indipendentemente dall’argomento e dal grado di interesse.
Indipendentemente dall’acqua minerale.

In vistadel Salone Internazionale del Mobile, che parte il 14 di questo mese, mi è stato chiesto appunto dalla rivista INTERNI di seguire l’intero ciclo. Che si sta svolgendo all’Expo Gate, Milano.
Proprio tra lo statuario Garibaldi e il Castello Sforzesco.
Il mandato è semplice: visto che sono sempre uguali e fatte due fotografie fatte tutte, vediamo di raccontarle diversamente.
Ecco… diversamente. Cioè?
Ma diversamente da cosa… diversamente?
Ho guardato la lista delle conferenze mirando ai relatori, tutti architetti che hanno realizzato alcuni padiglioni Self Built e Corporate di Expo Milano 2015.
Alcuni famosi famosissimi anche extra ambiente, altri ben ambientati.

Così ho pensato di fare un servizio di pubblica utilità. Spero.
E faccio le facce. Di tutti. Identico approccio a creare un percorso.
E i relatori sono sistemati…
Poi c’è il resto da raccontare… perché non fare un backstage?
Proprio col senso del rapporto tra formale e informale.
Non rompendo il ritmo che la confezione prevede, questo non ci riguarda, noi siamo tutti dei fruitori in qualche modo.
Però manipolarlo è possibile.
La confezione è quella, proviamo a entrarci davvero cercando la traccia che riguarda più l’emotività e meno il fatto.
Questo mi son detto.

Il tutto, nell’immediato, è concentrato sulla pagina Instagram Internimagazine. Poi si dipana anche sul resto del social della rivista. Facebook in primis nell’album Fuorisalone 2015, quindi Twitter.
Ci sarà poi un editing per il cartaceo. Questo a giugno.
Leggero: no assistente, un 28 mm s’una Nikon impugnata con la mano destra e un piccolo flash che muovo con la sinistra. Talvolta cambio. Questo per il ritratto.
Impugnato come capita un iPhone 4s per tutto il resto.
Il lavoro non è ancora finito. Anzi è appena iniziato.

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MICHELE DE LUCCHI by Efrem Raimondi

Michele De Lucchi

DAVIDE RAMPELLO by Efrem Raimondi

Davide Rampello

MARCO BRANDOLISIO by Efrem Raimondi

Marco Brandolisio

Sergei Tchoban by Efrem Raimondi

Sergei Tchoban

ITALO ROTA by Efrem Raimondi

Italo Rota

Italo Rota by Efrem Raimondi

Energy for Creativity by Efrem Raimondi

Energy for Creativity by Efrem Raimondi

Energy for Creativity by Efrem Raimondi

Energy for Creativity by Efrem Raimondi

Energy for Creativity by Efrem Raimondi

© Efrem Raimondi. All rights reserved

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Bad Boys – Bad Photography

Bad Boys - © Efrem Raimondi

 

Bad Boys. Ma anche Bad Girls.
Insomma BAD PHOTOGRAPHY, cioè quella fotografia sospettata di connivenza col soggetto.
Perché l’archetipo funzioni occorre che il soggetto sia famoso e infame.
Dove: famoso è un fatto riconosciuto unanimemente; infame è invece una soggettiva, e ha a che fare con una valutazione morale urlata da una parte della cosiddetta opinione pubblica direttamente in faccia alla parte avversa.
Bene/male, buoni/cattivi, solita solfa.
Vietato astenersi: gladiatori virtuali… gladiatori felicemente abbonati in poltrona.
Poi ci sono casi limite dove l’infame è solo contro tutti: unanimemente infame a pulire la cattiva coscienza del mondo.
Infame dopo, magari. Come Lucifero. E chi l’avrebbe mai detto…
Soggetti fantastici. M’interessano anche di più. M’interessa andare a vedere nel dettaglio come li avevo ritratti quand’erano arcangeli, che magari…

Però ecco, quando fotografo di tutto ciò non me ne frega niente.
Nessuna barriera morale da erigere. Libero da pregiudizi e preconfezionamenti assortiti mi occupo della persona che ho davanti.
È la persona che mi interessa, che in un face-to-face rivela lati meno appariscenti, dettagli inaspettati.
E questo è il mio punto. Qui mi fermo tutto il tempo che occorre.
Prima di scattare. Poi scattando tutto si definisce abbastanza velocemente.
A volte con chiarezza, a volte meno. Ma in un percorso così c’è da preventivarlo: nulla è scontato. Nulla è predefinito.
Se poi ti basta il mezzo busto con dietro la bella libreria a descrivere le gesta intellettuali del grande statista, piuttosto che la poltrona preferita e la tappezzeria a ramages che fa ambiente, tranquilla che te le porto a casa.
Ti accontenti di poco però.
L’errore in cui OGGI spesso si incappa, è di pretendere una fotografia senza fotografo.
E si vede.
Perché fotografo definisce una persona che ha un’idea di fotografia. Non uno che fa fotografie. E più l’idea, l’architettura, è precisa più lo riguarda. E lo identifica.
E anche questo si vede.
Annunciazione! Tutto pensato a tavolino, allineato a un diktat e appiattito al compitino da svolgere, col ritratto non funziona. Eh già…
A meno di accontentarsi di un’illustrazione. Che appunto non è fotografia.
Dite di no? Dite che è polemica sterile? Ok, chiedo scusa, non mi soffermo… il mio intento è un altro. Ciao.

Occuparsi della persona, e non del giudizio, non significa non avere un’opinione.
Ma se proprio, mi rivolgo all’etica e non alla morale contingente.
Insomma… la fotografia didascalica non fa per me.
Forse è proprio così: me ne frego della Storia.
E la fotografia non emette giudizi. Non la mia almeno.
Eppure è successo. Di essere stato redarguito per aver ritratto Tizio e Caio.
Addirittura Sempronio!
Il fatto in sé costituiva la colpa. Perché certificava la mia accondiscendenza ai valori/disvalori attribuiti all’innominabile.
Intercettato in rete:
”Ma hai visto i suoi ritratti?”
”Sì sì, c’è proprio un sacco di bella gente: Berlusconi e anche Andreotti. Una fotografia asservita. Punto e basta”.

Quando ritrassi Piersilvio Berlusconi, preventivamente e cortesemente mi venne chiesto se me la sentivo. Non in maniera così diretta naturalmente, ma la sostanza ho dedotto fosse quella.
Ero stupito: sono un fotografo, ritraggo la gente e non emetto sentenze di alcun genere. Solo regolare fattura una volta consegnato il lavoro.
Con Andreotti poi… quando venne pubblicato il trittico mi arrivarono due mail di amici di quand’eravamo giovani, belli, intelligenti e sulle barricate insieme, che mi accusavano di complicità: non si fotografa certa gente. Ti sei reso complice. Punto.
Complice??? Ma io non vedevo l’ora di ritrarre Andreotti!
Ci sta tutto… la fotografia evoca diversamente e a ognuno la sua visione.
Sulla sponda dei buoni non so scegliere… i santi mi interessano meno: se questo è il parametro preferisco ritrarre i demoni.
A qualcuno potremmo anche far indossare uno zainetto Prada, che il marketing ci tiene.

Tutto ciò non accade se l’infame non è famoso. Anzi, se non è famoso non è neanche infame. E l’accezione bad boys si tinge di romantica commozione.
È la convenzione che si riserva al disagio.
Alla fotografia del disagio nello specifico. Che assume un’aura nobile, socialmente rilevante. E nessuno ti imputa niente.
Mentre è qui che più mi scandalizzo nel vedere stracciata ogni etica.
Per me cambia niente: m’interessano le persone.
E tutte hanno un nome e un cognome. Punto.

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Bad Boys - Bad Photography

Piersilvio Berlusconi, 2006. Negativo 4,5/6 cm

Bad Boys - Bad Photography

Giulio Andreotti, 2006. Negativo 6/7 cm

Bad Boys - Bad Photography - Efrem Raimondi

Umberto Bossi, 1996. Negativo 10/12 cm

Bad Boys - Bad Photography - Efrem Raimondi

Mario Draghi, 1996. Negativo 6/7 cm

Bad Boys - Bad Photography - Efrem Raimondi

Massimo D’Alema, 1996. Negativo 10/12 cm

Bad Boys - Bad Photography - Efrem Raimondi

Alessandra Mussolini, 2006. Digitale APS

GIULIA LIGRESTI by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Giulia Ligresti, 2007. Digitale APS

NOEL GALLAGHER by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Noel Gallagher, 2005. Negativo 4,5/6 cm

ALEX SCHWAZER by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Alex Schwazer, 2011. Digitale medio formato

OSCAR PISTORIUS by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Oscar Pistorius, 2011. Digitale medio formato

ZLATAN IBRAHIMOVIC by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Zlatan Ibrahimovic, 2008. Digitale medio formato

BAD BOYS by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Periferia di Legnano, 1981. Negativo 35 mm

BAD BOYS by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Periferia di Legnano, 1981. Negativo 35 mm

© Efrem Raimondi. All rights reserved

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Il Fotografo magazine – Cover

Il Fotografo - Efrem Raimondi


Il Fotografo
ha una nuova direzione. Quella di Denis Curti.
Quindi sarà una nuova rivista.
Bene: in bocca al lupo!
Sono molto affezionato a questo magazine, perché è stato il primo a pubblicare un mio lavoro. Un reportage sui portatori di handicap… secco dal taglio intimista.
Ne ho già parlato.
Nel corso del tempo l’ho perso di vista… come un po’ tutte le riviste di fotografia.
Mi riaffaccio. Trentadue anni dopo.

È stato lo stesso Denis Curti a chiedermi di selezionare alcune mie immagine di Vasco Rossi.
Eh… sembra facile. Non lo è. Anche perché TABULARASA, il libro fatto con Toni Thorimbert, è lì da vedere. E per una volta mi permetto anche di aggiungere che di roba ce n’è tanta.
Comunque, Denis Curti e io, insieme, ce l’abbiamo fatta. E tre sono inedite.
Approfitto della circostanza per dire due cose sulla fotografia che faccio con Vasco Rossi.
È una fotografia semplice. Molto semplice.
Non è una fotografia facile.
Non è per niente dissimile da quella che faccio abitualmente: perché dovrei alterare qualcosa? A parte il fatto che non ne sarei capace…
E questo è il primo punto, quello che ha segnato sin dall’inizio il nostro rapporto: per me il soggetto è l’immagine che si ha davanti.
Tutto il rettangolo, non solo dove c’è lui.
Anzi a volte quasi non c’è.
A volte ci si nasconde. Entrambi.
E più credi di vederlo bene, perché ce l’hai proprio davanti a occupare tutto il fotogramma, più si gioca altrove.
Sono le sfumature, i dettagli, a contare.
Le imperfezioni… le ombre… le distonie e anche qualche – raro – eccesso iconico: tutto ma proprio tutto finisce per convergere e trovare equilibrio.
Magari precario, ma chi se ne frega… noi lo congeliamo esattamente nell’istante che ci accomuna. E con ciò, è per sempre. O almeno per il tempo che ci riguarda. Che è già qualcosa.
Uso il plurale. Perché per farlo da quattordici anni, occorre sintonia.
Che non è una coincidenza piatta, ma un percorso realmente condiviso. Anche nella contraddizione.
Con lui ma anche coi suoi collaboratori più stretti, in primis Tania Sachs e Floriano Fini. Che sono stati sempre presenti a tutti i miei shooting.

Non ho mai ritratto nessuno dicendogli Fai quello che vuoi.
Né tantomeno lo direi a Vasco. Perché se ne andrebbe.
Chi è davanti all’obiettivo si aspetta che sia tu a dire qualcosa.
Anche le rockstar, anche le attrici, anche i designer.
Anche la mamma.
Poi si interagisce.
Nell’intervista di Denis Curti, Vasco dice Considerando che farmi fotografare m’innervosisce e mi indispone, è necessario che il fotografo riesca a coinvolgermi, sia molto sveglio, svelto e abbia le idee chiare.
Ecco… forse ciò che soprattutto mi riguarda è che si fa coinvolgere.
Altrimenti le fotografie sotto la doccia, quelle sì del 2004 – perché le due pubblicate di Castellaneta in realtà sono del 2014… un refuso, succede – non ci sarebbero state.
Quanto alle idee chiare, davvero a me si schiariscono strada facendo.
All’inizio mi guardo attorno e basta. Ma non c’è affanno.
L’affanno è inutile. Pericoloso e virale…
Qualcosa si troverà.
Perché non è tanto nello specifico di uno shooting e in una ideona triccheballacche che risiede la cifra di un lavoro.
Ma in una idea più ampia di fotografia e la sua modulabilità.
Questo vale per tutti. Non è una prerogativa ad personam.
E poi c’è il fatto che a me piace fotografare le persone complesse.
E Vasco lo è. Complesso, non complicato…
E questo è un agio.
Perché ci permette a volte di attaccarci a un dettaglio apparentemente marginale.
E invece lì c’è tutto.
Per esempio le due pubblicate, di Pieve di Cento anno 2013: Vasco era risorto rispetto a quando l’avevo visto un anno prima, che stava davvero male.
S’era lasciato tutto alle spalle.
E quando ho visto le frange di quella giacca nera mi è stato subito chiaro cosa fare.
Ho costruito una sequenza… in realtà a me bastava questo dittico.

Vasco Rossi by Efrem Raimondi

E avrei anche smesso di fotografare.
E avrei sbagliato. Perché un po’ dopo ho fatto quella del fondale e lui dietro.
Solo mani, cappello, stivali. Vasco anche così.
Per me almeno. E anche per lui credo.
Poi si tratta di verificare per chi altro…
Sono molto affezionato a questa immagine.
Fatta di niente.
Sempre recenti le due inedite di Castellaneta, settembre 2014. Cinque mesi fa.
Un Vasco così sdraiato e il primo piano della copertina.
Ognuno tragga le sue conclusioni.
Le mie sono che questa fotografia è sempre più divergente dal gusto di certi magazine. Che infatti non la usano.
Ma non è una colpa, semplicemente facciamo due cose diverse.
Io continuo a fare fotografia. Loro la evitano.
Sono fermi lì, Vasco Victim… Io no, io lo ritraggo.

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Il Fotografo - Efrem Raimondi

Il Fotografo - Efrem RaimondiIl Fotografo - Efrem Raimondi

Il Fotografo - Efrem Raimondi

Adesso in edicola.
Un grazie speciale a Tania Sachs e a Floriano Fini, compagni di questo viaggio.

© Efrem Raimondi. All rights reserved

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A parte

Succede molto raramente perché se è di un personaggio che si tratta, in genere fotografo prima o dopo. Ma sempre un altro giorno.
In studio o in location è lo stesso, è comunque di ritratto che parlo.
Le pochissime volte che è capitata una contemporanea fotografia-intervista, mi sono sempre divertito molto.
E siccome in questo caso lo shooting viene prima, essenzialmente per una questione di… tempo? freschezza del soggetto? comunque sia dopo assisto all’intervista. Sempre che la/il giornalista sia d’accordo, perché potrebbe benissimo non esserlo e allora nisba.
Del resto capisco: sul mio set il soggetto è mio, e non gradisco presenze estranee al percorso fotografico. Quindi uguale.
Sta di fatto che né io sono mai stato messo alla porta né ho mai messo alla porta qualcuno.
Sarà che nella circostanza data diventiamo come un sol uomo…
Basta che fotografo e giornalista avvertano con chiarezza che stanno lavorando per un magazine, e che quindi immagini e testo hanno lo stesso peso. E che la riuscita di un redazionale così composto dipende dalla qualità di entrambi i contributi.
Perché a me non piace fare un buon lavoro e trovarmi un testo fiacco. Suppongo valga anche per chi scrive: avere un buon testo e fotografie insipide indebolisce.
Ma ce l’avranno? Lo stesso peso dico…
Il ritratto nei magazine ha avuto fortune alterne.
Oggi non mi sembra essere nel punto più alto della curva.

GIULIO ANDREOTTI by Efrem Raimondi

Giulio Andreotti, 2006. Grazia mag. Intervista di Alessia Ercolini

Quindi assisto all’intervista. E con me tengo una macchinetta.
Prima una compatta analogica, adesso digitale.
Me ne sto seduto in assoluto silenzio, il mio lavoro l’ho già fatto.
Ed è molto interessante ascoltare, anche perché è un ascolto provvisto di gestualità, espressioni, toni vocali.
Come un video. Ma meglio. Perché non c’è nessuno a riprendere e in qualche modo il soggetto è più rilassato… non ha nessuna fotogenia da difendere. Che il video è una brutta bestia.
Sto lì e ogni tanto inquadro.
A volte scatto, a volte no.
A volte one shot. E mi basta. Come per Giulio Andreotti.
A volte faccio una sequenza. In genere della gestualità… quindi le mani diventano il soggetto. Come per Giorgio Rocca.

GIORGIO ROCCA by Efrem Raimondi

Giorgio Rocca, 2007. Sport Week mag. Intervista di Raffaele Panizza

Non è grande fotografia, lo so… diciamo un souvenir per me.
Però è un ottimo esercizio: ci sei ma è come se non ci fossi.
Quasi non si deve neanche sentire il suono dell’otturatore… per cui è d’obbligo evitare le pause, quello spazio totalmente muto, dove il click diventa un gong. E si rischia il tilt.
Ecco… sei come carta da parati.
Poi succede, il novembre scorso, che Interni magazine mi chiede se ho voglia di fotografare un’intervista.

Francesca Molteni, Ron Gilad - by Efrem Raimondi

Francesca Molteni e Ron Gilad, 2014. INTERNI mag. Intervista di Valentina Croci

Il soggetto è proprio l’intervista… a Ron Gilad, designer, e Francesca Molteni, creatrice di progetti multimediali. Una roba che non avevo mai ponderato.
Ma se le ho fatte per mio diletto, anche se come souvenir, perché mai non dovrei farla per davvero?
E infatti l’ho fatta.
Pensando solo a una sequenza. Leggera.
Credo ci voglia sempre una grande umiltà.
Si impara molto.
Vale per tutti.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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