FC FOTOGRAFIA – RIVISTA

FC FOTOGRAFIA E [È] CULTURA il nome per esteso.
Per semplificare la chiamo FC.
Rivista fatta da noi, quelli di AFIP International.

FC FOTOGRAFIA - Efrem Raimondi BlogL’idea originaria è di Giovanni Gastel, che di AFIP è il presidente.
Ma non si tratta dell’ideona sospesa nello spazio, prossima a Orione e ai suoi bastioni…
Una necessità. Di più, un’urgenza.
Alla quale il Direttivo AFIP più alcuni soci hanno aderito. Istantaneamente.

Poi farla è un altro paio di maniche. Perché occorre trasformare l’entusiasmo in sensibilità tangibile.
Serve impegno e mira.
Di questo se ne è occupato in prima persona Pio Tarantini, che di FC è il direttore.

Ce n’era bisogno?
Lo dico in modo decisamente interessato: assolutamente sì!
Una rivista trasversale che ha al centro la fotografia.

E la visione di cosa è per noi farla, produrla.
Delle relazioni e della necessità di essere ossidabili, esposti… cosa ce ne facciamo dell’inossidabilità?
La fotografia è un luogo complesso, aperto, di vasi comunicanti.

Oggi – ma sempre – ha bisogno di riflettere su se stessa e sul resto del mondo.

Le parole hanno un peso specifico.
Le immagini hanno un peso specifico.
Entrambe una grammatica e una forma.

E affinché siano davvero espressione, un grado di manipolazione.
Il tuo. E questa la differenza.
Ma senza dialettica, senza una incondizionata e a volte irragionevole esposizione non c’è differenza.

Senza microbi la fotografia non esiste.
Senza microbi non esisterebbe un bel niente.

Se sei inossidabile, FC non è la tua rivista.
Se invece sei esposto a un decente numero di intemperie…

Semestrale, il primo numero questo:

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Pubblico solo i due editoriali: quelli di Giovanni Gastel e di Pio Tarantini:

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Gli altri contributi, compreso il mio, li rimbalzo al cartaceo, il migliore dei luoghi possibili.

Progetto grafico di Christoph Radl.
Editore Angelo Careddu – Oberon Media.

La distribuzione è in progress. Qui tutte le informazioni, compreso l’acquisto on-line.

Ciao! Ci vediamo.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Trussardi – Monografia mossa

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Se non si muove nulla, allora muoviti tu.
Se il movimento è incerto, allora sii deciso… corri.
Se la frenesia è altrui, allora stai fermo.
E tutto ciò per fare cosa?
Fotografia. Mossa.
Perché il mosso di cui parlo si fa quando si scatta.
Non dopo.
Che poi, diciamolo chiaro: si vede la differenza!
Ma perché mai si dovrebbe omologare una fotografia così?
Non ne ho idea. Né me la pongo.
Per questo all’occorrenza pratico.
E al Futurismo non ho mai pensato. Neanche per sbaglio.
Neanche la prima volta, che credo sia stato più o meno quando ho preso la fotocamera in mano.
Solo che appunto, poco dopo averla presa in mano ho passato i dieci anni successivi in banco ottico. Scorrazzando in lungo e in largo. Un grande amore. Di quelli per sempre.
Ogni tanto mi sono concesso un break.
E con la macchinetta in mano godevo del dinamismo ritrovato.
Quello realmente fisico.
È come passare dall’affresco e il trabattello, alla bomboletta e il fianco del metrò.
Ma non è mai stato un caso. Qualche volta un gesto isolato, vero, ma per essere davvero efficace e liberatorio serve un percorso.
Uno spazio ampio: argini alti che ne garantiscano il fluire e diano un ordine.
Perché altrimenti il mosso è solo un’ubriacatura… che poi passa e non ti rimane niente. Non ne ricordi nemmeno il motivo e fatichi a trovarne il senso.
Il mosso non è lo sfuocato, che non prevede alcuna dinamica: fermo lì a smanettare l’obiettivo e cambiare le sembianze, che accentuano  la matrice bidimensionale.
Il mosso è invece penetrazione della materia, sfondamento dello spazio, illusione percepibile di un volume.
Patteggiamento col tempo, che deformi a tuo piacimento.
Come un funambolo, così mi sento… appeso a un filo col baratro ovunque. Perché è un attimo finire di sotto. O di lato.
Attraversi il vuoto in uno stato di allucinazione, che è la condizione per raggiungere la sponda. E ritrovare la gravità. Quella che ti riguarda.

Questo lavoro è stato concepito così. Ne avevo bisogno.
Era morto da poco mio padre. Volevo spaccare il cielo.
Tutto questo a Nicola Trussardi non l’ho detto.
Anche se ne avevamo chiacchierato in due occasioni di questo progetto.
Né l’ho detto a Christoph Radl, suo il progetto grafico.
Non credo proprio potesse interessare. Erano solo fatti miei in fondo.
A entrambi loro, giustamente, interessava vedere cosa sarebbe emerso.
A fine settembre 1996 ho realizzato la prima parte, ci siamo visti, e a quel punto mi è stato chiesto di realizzare anche la parte che avrebbe riguardato l’inaugurazione di Palazzo Marino Alla Scala.
Questo lavoro, questo mosso, costituisce la struttura iconografica della monografia Trussardi, Marino Alla Scala.
Ci sono altre immagini, di Mark Borthwick, Riccardo Bianchi, Santi Caleca, Massimo Montagnoli – caro amico scomparso prematuramente – e Mario Testino.
Ma la struttura, la cifra, appartiene a questo mosso.
Il cui soggetto è Milano.
Piaccia o meno, è proprio così.
Una monografia… che richiedeva esplicitamente uno sguardo.
Ricordo molto bene l’espressione di Nicola Trussardi quando guardava le stampe dell’intero lavoro: gliene sarò per sempre grato.
Questo non è un amarcord. Questo è un punto.

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Trussardi, Marino Alla Scala
Monografia, 118 pagine
Rilegato a spirale, 24 x 30 cm
Contenuto in scatola 28 x 32 cm
Progetto grafico Christoph Radl/R+W
Stampato da Nava Web
Milano, marzo 1997.

Le immagini qui pubblicate sono solo una selezione dell’intero lavoro.
Fotocamere Nikon FE e FE2
Obiettivi Nikkor: 20/3,5 – 50/1,8 – 105/2,5 in un’unica immagine.
Film: Agfapan 100 e 400 ISO

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