INVISIBILE

Invisibile.
La fotografia che m’interessa.
Qui la mia.
Ma anche quella di altri. Che un comune denominatore esiste.
Questo slideshow è una sintesi estrema di un percorso che ho iniziato da bambino.
E che solo a un certo punto è diventato visibile. Più o meno trentacinque anni fa.
Una selezione random per un tempo sostenibile: 3:10.
Quasi random…
Tolte quelle tre o quattro immagini, per il resto sono andato a pescare qui e là, trasversalmente con molta leggerezza. E tranquillità.
Non troppo pensata, altrimenti mi sarebbe stato impossibile.
Ma filologica sì.
È uno strumento. Che mi serve per presentare le lectio.
Non una mostra – dove mi irriterebbe persino il battito delle ciglia presenti – quindi la traccia musicale è funzionale. No te gusta? Press OFF.

Un aperitivo, proprio quando stai ancora cercando dove sederti.
Come dei flash.
Spero che dovunque ti trovi, ti fermi e guardi.
Uno slideshow che dia il senso di ciò che si vedrà a breve.
Tutte le parole del mondo vengono dopo. Molto dopo.
Chiaro?

Don’t stay…

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Il nome della foto…

 

Tornando a casa,
troverete tante fotografie.
Date loro tutto l’amore di cui disponete, anche una carezza è opportuna…
Ma non un titolo.
Di quelli belli fantasiosi e involontariamente comici.
Una notte insonne – una settimana – un mese – una vita a spremersi il cranio et voilà, il titolo é…
Suggestioni vegetali magari non è il caso se è una pianta, chessò, un platano.
Se è un paracarro, anche se di lamiera e ammaccato, Sbandamenti non è il caso.
Ma non sarebbe meglio limitare il danno a ciò che si vede?
Sono le nostre fotografie, le nostre opere? a implorarlo.
E anche noi.

Siccome non ho né cranio né cranio… io faccio in fretta: creo una serie e poi numero in ordine progressivo + anno:

ORIZZONTALE UNO, by Efrem Raimondi

    Orizzontale UNO, 2006

Oppure l’oggetto del contendere e il numero di scansione o di file originario + anno:

Fiori, by Efrem Raimondi

                 Fiori_238, 2012

Se un ritratto, il nome del soggetto + anno:

PHILIPPE STARCK by Efrem Raimondi

                 Philippe Starck, 1996

Per le fuori serie faccio un’eccezione, ma sto sempre lì:

Sconosciuta by Efrem Raimondi

    Sconosciuta, 2014

Poi ognuno faccia come gli pare.

Breve campionario di ciò che si trova:
Riflessi Pietrificati – Riparliamone – Quiescenza Integrata – Incursioni rurali – Velleità – Ripieni nel vuoto – Stratosferica romantica – Sprovveduto – MelaDai – TelaDo – Sembianze d’autunno – Essere altrove – Prove liberatorie – Forever smiles –
Qui – Là – Su – Giù – Provvedimenti – Pressappoco – Tentazioni infingarde – Visioni preventive – Sospetto – So’ stretto – The sound of their breath fades with the Light –
Salti introspettivi – Introspezione – Livore – Impianto accusatorio – Saremo – Sarò – Sarai… Il resto mettetelo voi.

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Flash – Una pura formalità, 2

 

Sparato addosso… come dev’essere.
Morbido e riflesso… come dev’essere.
D’appoggio… come dev’essere.
Come dev’essere?
La luce più duttile e assecondante che esista.
Ci fai quello che vuoi.
Sembra che tutii ’sti ISO a disposizione ne possano fare a meno.
A differenza degli ASA la cui estensione era robetta, e sempre lì con lo spasmo della luce che non c’è.
Balle! In entrambi i casi, balle.

La luce che ci riguarda non trova nella quantità la sua risposta.
Quale e come. In subordine quanta.
E tutto combinato partecipa con decisione alla cifra della tua immagine. Ne detemina il segno.
La luce basta guardarla per accorgersi che noi siamo poca roba.
E che da lei dipendiamo totalmente.
Poliedrica già nella condizione naturale, esige una relazione cosciente.
Altrimenti ne sei travolto.
Dialogare bene con la luce naturale è la premessa per evitare di sparare flashate.
Correttamente tradotto sarebbe: evitare di sparare cazzate random.
Che una volta che spari, la mira dev’essere certa.
Perché il flash non ammette tentennamenti.

Ho una voglia di prendere un flash adesso, chessò un ring, e spaccarlo da qualche parte!
Picchiare tutta la luce a disposizione e laciare che si perda nella notte che crea.
Quando ho iniziato a fotografare, lo sdegnavo. E per un po’ ho usato la formula classica “No, io no… non tollero il flash… sa di artificiale. Io adoro la luce che mi corrisponde, quella naturale”.
Una formula longeva: ancora qui, immutata… le volte che me la sento ripetere, adesso, mi scappa un sorriso. Garbato… perché le risate in faccia e i contorcimenti d’accompagnamento non mi riguardano. Non di fronte a una manifesta debolezza.
Molto banalmente, non sapevo nulla della luce flash.
Solo che quando la sbirciavo ne rimanevo folgorato.
Dovevo fare qualcosa, dovevo darmi una mossa.
Così tutto è cambiato. È bastato che provassi sotto la guida di chi lo conosceva bene… il mio carissimo e indimenticato amico Franco Vignati, collega di tanti tour per redazioni e di risate al seguito.
Era still-lifieista. Lui mi ha spiegato tutto.

Poi ci ho messo il mio: il flash è neutro, perché si manifesti compiutamente servi tu.
Siamo alle solite… la conoscenza tecnica è imprescindibile per eprimerti come ritieni. Non significa che sia sufficiente, perché di fatto non lo è, ma senza è di gran lunga peggio.
Che poi mica devi essere onnisciente: in fotografia le regole son quelle quattro lì. È come le moduli che fa la differenza.
E se c’è una luce di cui puoi disporre esattamente come ti pare, è quella flash.
Al punto che puoi indurla all’errore, a ciò che chiunque considererebbe un errore mentre per te no, per te è soggetto.
Come per esempio la sovraesposizione assoluta.
O il nero celiniano. Che più nero non c’è: un lampo in una notte senza confine.

A meno di flash incorporati, tipico delle compatte, generalmente la fotocamera la uso in manuale. E il tempo è quello minimo di sincronizzazione. Il più rapido possibile insomma. A meno di un otturatore centrale, non puoi fregartene… col banco ottico è una pacchia invece. Ma anche col digitale hai più margine. E meno scuse.
Calcolo il diaframma sempre, praticamente sempre in luce incidente… esposimetro in zona soggetto e ben puntato sul punto luce principale.
Che in genere per quel che mi riguarda è anche l’unico.
E da qui si parte con varie considerazioni. Che hanno a che fare anche col contrasto, perché quello prodotto vale molto di più di quello postprodotto.
Tutto in un attimo o poco più. Mica ore: e qui conoscenza e abitudine contano. Molto.
Perché è qui che si decide l’immagine.
Compresa la temperatura della luce. Quella di emissione in genere è intorno ai 5.500 gradi kelvin. Che col tempo e l’uso tende a diminuire, scaldando un po’.
E a me non dispiace affatto: amo il caldo secco.
Flash, flash e ancora flash in tutte le salse: monotorcia, generatore, portatile, bitubo, incorporato, ring, bank, para, beauty dish, parabola, diretto, frostato, riflesso, d’appoggio, sparato da qualche parte, in studio, per strada, per campi, di giorno, di notte e alla fine nel cesso. Da un po’ è lì che è finito. Ma adesso lo riprendo… ho una gran voglia di spaccare tutto.

Le immagini che seguono sono semplicemente esemplificative dell’uso che del flash faccio. Ho cercato di evitare la ripubblicazione ma per alcune non ho potuto evitare, sorry.
Situazioni diverse e soggetti diversi. Tutto diverso a volte.
Mi dispiace non poter pubblicare Roberto Bolle, seccato per aria.
Ma ho un impegno col suo management.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Efrem Raimondi Photo

Inna Zobova. Wonderbra/Class mag, 2002
Negativo 4,5/6.
Sopra: Nobodys’ Perfect, Gaetano Pesce/Zerodiegno. Campagna e catalogo, 2002.
Negativo 10/12 e banco ottico.
Entrambe con una sola torcia. Una parabola beauty dish bianca nel caso della Zobova e per Nobody’s Perfect una parabola reflector da 24 cm, frostata.
Frontale dal basso… una luce considerata irreale e generalmente sconsigliata per la sua violenza. Le ombre fanno parte integrante del pacchetto, quindi…

Efrem Raimondi Photo

Ermanno Olmi. Panorama mag, 2008.
Il ring è un discorso particolare…  Considerata erroneamente una luce piatta.
È vero che non crea ombre sul primo piano essendo solidale con l’obiettivo – si può anche disassare volendo e il discorso cambia – ma ha una caduta di luce piuttosto rapida, soprattutto se usato a una potenza non eccessiva. Nel qual caso si ha una ricchezza del dettaglio illuminato che il degrado omogeneo della luce permette di staccare ulteriormente.
Quando sono così vicino preferisco di gran lunga un piccolo Sunpak DX12 a qualsiasi ring da studio: troppo potenti per me, e troppo grande il diametro.
Digitale medio formato.

Efrem Raimondi Photo

Philippe Starck. INTERNI mag, 1996.
Due torce, due generatori. Per un totale di 2.600 W. Non molta roba. A volte è preferibile sdoppiare anziché usare un solo punto luce di pari potenza. Questo se si vuole mantenere costante la battuta di luce su un piano orizzontale esteso. Due bank 50/50 cm, frontali leggermente divergenti, a c.ca tre metri d’altezza e inclinati di 45°, sempre circa. Altezza, angolo di battuta e distanza sono inversamente proporzionali alla lunghezza delle ombre. Che vanno sempre controllate.
Negativo 6/7.

Efrem Raimondi Photo

Joe Strummer. GQ Italia mag, 1999.
Torcia sempre alta, frontale, con un bank Chimera Medium 90/120 cm e diffusore intermedio, per ammorbidire e abbassare il contrasto della t-shirt bianca. Senza l’intermedio credo non avremmo visto neanche quel poco di jeans nero, perché il diaframma lo dettava inevitabilmente il bianco.
A margine: non avevamo una stylist.
Negativo 6/7.

Efrem Raimondi Photo

Renato Dulbecco. Capital mag, 1997.
Questo è l’errore di cui parlavo. Cioè nessun errore. Se vuoi bruciare, brucia! Qui le componenti sono diverse: la torcia molto dal basso e quasi addosso frontale, una parabola reflector da 20 cm frostata con del semplice lucido da disegno, un diaframma moderatamente aperto con però un tubo di prolunga piuttosto spinto montato sul normale  – un 105 nel caso di questo formato – per cercare il dettaglio sull’occhio, e il resto sia quel che sia. Il contrasto è assicurato. C’è da dire che mentre pensavo a Dulbecco mi veniva in mente Uova fatali di Bulgakov…
Negativo 6/7.

Monica Bellucci by Efrem Raimondi

Monica Bellucci, GQ Italia mag, 1999.
L’esatto contrario di Dulbecco: tutto molto morbido. A partire da un make up leggerissimo, praticamente un grooming. Torcia alta e frontale, bank generoso nella misura.
Questa è una slide… che richiedeva un controllo più attento. In epoca pre digitale era molto semplice vedere che luce era stata usata: bastava guardare il riflesso negli occhi.
Banco ottico, slide 10/12.

Efrem Raimondi Photo

Antonio Marras. Stern mag, 2003.
Una torcia, con un piccolo bank da 40/55 cm, il tutto su una giraffa a un paio di metri  abbondanti d’altezza. A pioggia, solo leggermente spostata verso di me e decentrata a destra. Una pioggia nel vento, diciamo… Più un disco riflettente Lastolite bianco, basso a sinistra che ha aiutato a segnare il lato non esposto.
Negativo 4,5/6.

Efrem Raimondi Photo

Don Andrea Gallo. Così in terra, come in cielo – copertina, Mondadori, 2009.
Menefreghismo controllato: flash della fotocamera più ring Sunpak DX12 a un quarto di potenza… leggero leggero insomma, ma in grado di allargare un po’ il raggio del primo, soprattutto tenendo conto che l’ottica è un grandangolo.
Digitale medio formato.

Efrem Raimondi Photo

Dario Argento. Vanity Fair mag, 2003.
Flash incorporato nella compatta analogica, posto a sinistra. Che però faceva anche scattare un Broncolor da 3.200 W tenuto al minimo, montante un bank Octa argentato da 150 cm. Leggermente sfalsati tra loro, questo il motivo dell’ombra di riporto, attenuata, e della vignettatura, accentuata anche dal 28 mm della Ricoh GR1s. Il rapporto tra tipologia di flash e lunghezza focale dell’ottica è da considerare: un grandangolo segna maggiormente la traccia della luce.
Negativo 35 mm.

Efrem Raimondi Photo

Vasco Rossi. V-ide Eyewear campagna, 2009.
L’esterno notte si presta particolarmente per segnare la traccia della luce flash. E il buio diventa davvero celiniano: un nero pieno e profondo. Nessuna altra luce ti può assecondare così. Soprattutto se sei in grado di sdoppiarti: la fotocamera da una parte, il flash da un’altra. 3.200 watt letteralmente fiondati da una parabola diametro 34 per una lunghezza di quasi 40 cm, come fosse un cannone. Nell’immagine di sinistra con l’aggiunta di una griglia a nido d’ape per concentrare ulteriormente.
Questa immagine è presente nel libro TABULARASA, edito da Mondadori.
Digitale medio formato.

Efrem Raimondi Photo

Jmmy Choo. Vogue Pelle mag, 2005.
Per questa double il discorso è doppio trattandosi di due riprese diverse. Entrambe con una torcia e un bank small da 60/80 cm, in orizzontale in modo da seguire il formato.
La prima, quella che ha dettato il diaframma è quella sotto. Per l’altra non ho fatto altro che  ruotare leggermente verso l’alto la torcia. Mantenendo lo stesso diaframma.
Negativo 4,5/6.

Efrem Raimondi Photo

Gulliver mag, 2004.
Due torce con bank da 90/120. Piazzate alte, direzionate quasi parallelamente al pavimento. Ognuna a occuparsi della propria aerea. Ma i generatori scattavano entrambi indipendentemente dal fatto che mi occupassi del lato sinistro o destro dello spazio. Perché anche questi sono due fotogrammi distinti. Tenendo il tutto ben alto, il fatto di mantenere un quasi parallelismo col pavimento ha consentito di equilibrare in buona parte il diaframma tra le prime file e le ultime. Lasciando che cadesse a un certo punto, cioè a una trentina di metri… forse più.
Negativo 4,5/6.

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INTERNI mag, 2014.
Una torcia, una parabola reflector frostata. E un generatore da 1.200 W. Dall’alto il giusto per segnare solo ciò che serviva. La luce pilota in questi casi è molto confortante: assicuro che non si vedeva niente.
Digitale full frame.

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Campeggi catalogo, 2007.
Congelare il movimento. Una sola torcia con un bank small 60/80. Alta e quasi sopra  Sneaker, by Giovanni Levanti. Più una sfilza di polistirolo bianco a tagliare l’intero fotogramma per aprire di quasi due stop la base del pezzo. Il punto sta nel trovare l’equilibrio tra la potenza necessaria per un diaframma utile e il tempo di otturazione, che influisce ovviamente molto sul livello di congelamento del movimento. Un otturatore centrale aiuta. Ma oggi, col digitale, è comunque molto più agevole.
Banco ottico, negativo 10/12.

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Filippo Magnini. First mag, 2008.
Beauty dish, silver, senza cupolotto centrale: secca, secchissima e fredda. Ideale per ritratti non troppo ravvicinati… non è un ring ma spezza i pori. E acceca abbastanza il malcapitato.
Digitale medio formato.

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Gatto a Cap Ferrat. Work, 2002.
Appena posso un gatto ce lo infilo… li adoro. Compatta con flash decentrato a sinistra. Ma se usata in vericale diventa coassiale con l’ottica. E via ombre laterali.
Qui usata in program… non capisco perché dovrei sforzarmi quando c’è chi è in grado di assolvere le incombenze: se hai fretta, non hai tempo, sei per strada, di notte… ma tiralo fuori tu l’esposimetro! A margine, a questo gatto ho salvato la vita. Almeno nella circostanza. E lui mi ha fatto un dono grande: questa immagine.
Negativo 35 mm, Ricoh GR1s.

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Work, 2014.
Con un flash dedicato direttamente sulla slitta della fotocamera. E diffusore circolare in plastica, quelli da venti euro. Che serve eccome! Soprattutto se si vuole lavorare in condizioni naturalmente già contrastate: la cosa importante è avere un file con un istogramma ricco di informazioni. Poi se ne parla.
Digitale full frame.

Efrem Raimondi Photo

Fiori. Work, 2012.
Flash incorporato più una torcia dal basso con una parabola frostata.
I puristi potrebbero obiettare che c’è un miscuglio di ombre.
Bene. È esattamente quello che volevo.
In generale, usiamo la luce che abbiamo per come ci aggrada. Basta sapere cosa diavolo si sta facendo.
Digitale medio formato.
Questi fiori sono anche un omaggio visivo a chi da queste parti passa.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Do you like fiorellini?

Si fa in fretta a dire Fiori.
E allora io faccio ancora più in fretta: taglio tutto e mi fermo oltre. Appena oltre.
Recisi…
Cadaveri presentabili grazie a un po’ d’acqua e ghiaccio… alchimie del fiorista.
Come stare in un obitorio.
Una stanza prima, diciamo. Perché respirano ancora.
Moribondi allora.
Si fa in fretta a regalarli.
E pensare che erano i padroni del mondo: il primo respiro intorno a 200 milioni di anni fa. Milione più milione meno…
Non c’era ancora manco un mammifero. Manco un bel niente.
E l’ossigeno l’hanno inventato loro.
Appena prima le piante, vero… comunque è ai vegetali che dobbiamo tutto.
Figli dei fiori… anche senza treccine e una raffica di cioè a disposizione di eloquio.
Si fa in fretta allora a fotografarli, come un album di famiglia.
Ma se ci piacciono tanto, perché li ammazziamo?
A fine anni ’80 ho cominciato a chiedermelo.
Guardando i fiori di Robert Mapplethorpe… bellissimi!
La scelleratezza dei vent’anni non guarda in faccia a nessuno.
Ho preso il mio banco ottico e ho detto ”Faccio anch’io!”
Solo che era molto diverso il fiore che io avevo davanti rispetto a quello che vedevo nelle foto di Mapplethorpe.
Cioè – figlio dei fiori – i suoi erano ultrabelli… come dopo il make up delle pompe funebri americane. Come nei film.
Questo è ciò che ho percepito un giorno preciso alla Milano Libri, in via Verdi 2. Mio luogo di pellegrinaggio in un certo periodo.
Erano due ore e almeno la terza volta che sfogliavo i suoi fiori a piena pagina.
Stampati da Dio.
E ho avuto ribrezzo.
È una bestemmia vero?
Ma io non amo bestemmiare. Per cui non lo è.
È solo quello che nel mio modestissimo angolo ho provato.
Si può dire?
Io guardavo i miei. E sembravano urlare.
Io guardavo i miei. E mi ricordavano le Danze macabre del Baschenis.
Se guardavo solo i suoi non avrei mai fatto niente.
Il problema era quindi ancor prima di fotografarli!
E infatti non ho mai pensato fossero degli still life.
Ma dei ritratti. A della gente messa piuttosto male.
In alcuni casi malgrado le apparenze, in altri incluse.
Li ho ritratti fino a metà ’90, poco più. Lo facevo saltuariamente, quando capitava e avevo una buona riserva di energia.
Ed ero completamente solo. Poi ho smesso.
Fino a gennaio 2012. Erano lì, l’omaggio di un ospite.
Erano lì in un vaso.
Li ho raccolti, sono andato a fare una passeggiata sul Ticino e li ho lanciati in acqua.
Prima però li ho ritratti.
E ieri ho fatto lo stesso con degli Iris.
Mi costa abbastanza a queste condizioni.
Ma mi è chiaro che me ne fotto.
Eccolo qua il vero senso della fotografia!

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Queste immagini sono state realizzate tra marzo 1992 e oggi.

Fotocamere: Toyo 45G con Rodenstock 180 mm, Hasselblad H3D II-39 con 80 mm, iPhone 4S.
Film: Polaroid 55, Agfapan 100, Ektachrome EPN 7058 svl. in C41.

”Tulipano nero” no fotocamera: solo film + accendino Bic:

RESISTENZA! Post lampo.

Non c’è più niente da porgere.
Le guance sono finite.
Almeno per chi ne possiede due.
E cosa può fare un fotografo?
Magari fermarsi.
Dare un’occhiata a ciò che ha prodotto negli ultimi due, tre anni.
E per chi. Che persone sono e che competenze hanno.
Quale patente esibiscono… se propria o ereditata.
Se afflitte dalla patologia del momento, il restyling… in rapido contagio.
Con esiti imbarazzanti in molti casi.
Confusione sovrana. Pochi che sanno cosa fare.
Ci torno, ci torno sull’argomento.
Perché esporsi è inevitabile.
Per tutto il resto e per tutti quelli a due guance e una faccia: resistere!
Esattamente come da snap. I vegetali la sanno lunga.

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Una storia d’amore. Prima eccezione.

 

Per una volta non parlo di fotografia. Ma è come se lo facessi.
Perché la questione non cambia. E il fotografo blindato in sé mi è sempre parso una figura idiota.
Poi comunque c’è, più o meno all’inizio di Una storia d’amore, una pagina dedicata a un bianco e nero di famiglia. Una riflessione.
Questo libro, illustrato, è dell’ottobre 2012.
Non del 1928. O del ’58, del ’68, del ’77, del ’99 o di qualsiasi altra data si ritenga sufficientemente lontana dalla débâcle editoriale attuale.
A testimonianza del fatto che non è vero che non si produce più niente di bello.
Basta saperlo fare.
Questo libro è meraviglioso: testo forte e delicato, ironico… esilarante a tratti.
Denso e leggero. La storia di una coppia, Rose e Hyacinthe, sposati da quarantacinque anni e insieme da sempre.
Discordanti su tutto. Solo una roba, pare, li lega: l’amore per i fiori.
Questo libro è da divorare con gli occhi: 40 tavole belle grandi, pagina piena 30 x 37 cm. Allucinate, oniriche, sapienti e stravolte… un’esplosione di gusto.
Elegante. Quindi semplice.
Godimento puro.
Quando vedo un libro così penso che chi non lo fa, è perché non lo sa fare.
Target, mercato, contingenza economica ecc. sono alibi, paravento della propria mediocrità.
Stop.

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Una storia d’amore. Due vite legate dai fiori
François Morel – Martin Jarrie.
Traduzione di Laura De Tomasi.
Ottobre 2012, Adriano Salani Editore.
76 pagine, 40 tavole, rilegato, 30,2 x 37,7 cm.
€ 25,00