Fotografia trasversale

Trasversale.
Che non è Eclettico… che in qualche modo, sotto sotto, assume spesso una declinazione spregevole. In fotografia come fosse una fusione di stili.
E tu che ci sguazzi usando come soggetto la forma.
Quella pura. Quella che fa della gradevolezza il passe-partout interdisciplinare…
Ma la Fotografia è una. E non c’è nessuna interdisciplinarità: se hai uno sguardo e l’apparato grammaticale per esprimerlo sei in grado di attraversare qualsiasi stato.
E appropriartene.

A condizione che ti appartenga. A patto che ti riguardi.
E questo vale per chiunque. Che sia un professionista – lo sono anche gli artisti, quelli veri – o un dilettante, uno cioè che di fotografia non campa, ciò non di meno è in grado di esprimersi compiutamente.
Due figure diverse non contrapposte che hanno un denominatore comune: come lo declini, e solo questo, fa la differenza.
Perché il soggetto è la fotografia prodotta, non le mèche dell’autore.

Trasversale.
Che tu ritragga un umano, un gatto, un edificio o una patata…
Che tu veda una sedia, un paio di scarpe, un tubino o una baldracca…
Che tu sia fermo sulla strada, fronte mare, lungo un fosso o all’inferno…
Trasversale.
Che tu sia ritrattista, stillaifista, paesaggista, reportagista, fashionista o qualsiasi ista tu sia… cos’è, se giri lo sguardo resti muto?
Cos’è che vuoi raccontare? Sarà mica tutto lì, lungo l’orlo di una sottana?
Che magari va benissimo e racconti cose che non so immaginare, e mi convinci.
Davvero mi conquisti.

Solo che a me l’orlo non basta.
Solo non impedirmi di voltarti le spalle e rotolarmi dove mi pare.
Dove mi riconosco. E potrebbe essere ovunque. In chiunque.
Dal grande direttore d’orchestra ai funghi del Lambro.

Che ne so io? Che ne sappiamo noi? A priori nulla.
La fotografia ha un solo obbligo: va fatta.

La riconoscibilità di un autore non sta nel fatto che ritrae solo funghi del Lambro.
O grandi direttori d’orchestra.

Questa è solo una sempificazione. Estremamente utile.
La riconoscibilità è un sottile fil rouge che attraversa funghi e direttori. E riconduce a te.
C’entra niente con l’eclettismo. Molto con la trasversalità dello sguardo.
Il fine non è di piazzarsi sulla cima del mondo, in trionfo al MOMA con la banda e le petalatrici, ma di trovare la nostra cima.
E da lì, assenti, indifferenti al brusio sottostante, estranei al rumore sovrastante, bersi un Martini Cocktail in santa pace.
Cosa che mi appresto a fare.

Jmmy Choo - Vogue Pelle by Efrem Raimondi

Vogue Pelle, 2005 – 30° Anniversary Issue.
Jmmy Choo, sandalo.
Redazionale, una di quattro.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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