Tutto da qui.

Irpinia 1980, terremoto. Tutto è cominciato da qui… prima non me ne fregava un granché di fare il fotografo.
Il reportage… questo articolo mi serve. Per ricordarmi che è da questo che sono partito.
E che non mi dispiacerebbe affatto rifrequentare: niente addetti ai lavori attorno, niente trucco e parrucco, niente salette riservate per un pseudo pranzo… niente.
Niente visi imbronciati e zero glamour.
E il set ce l’hai davanti già fatto, devi solo preoccuparti di sottrarre al quadro generale la tua inquadratura. Perché è ancora una volta di sottrazione che si parla.
In questo non mi smentisco.
Avevo 22 anni, ero militare di leva in convalescenza per una polmonite: sessanta giorni in tasca e nulla da fare. L’università m’aveva stufato (e ho sbagliato, Filosofia era un bell’ambiente in Statale), che fare?
Sono partito con un gruppo di volontari, da Milano direzione Irpinia.
Una settimana dopo il sisma.
Con l’intento di dare una mano. Ma visto che era pieno di gente davvero in gamba, e la mia partecipazione non mutava di un grammo il peso, ho messo mano alla Nikon FE che avevo con me.
Più una Pentax K 1000 caricata con del Kodachrome 25 (ISO…V E N T I C I N Q U E!!!) che ho usato per qualche paesaggio e un po’ di fiorellini, roba mai disdegnata peraltro… si fotografa ciò che si vuole, e che in fondo piace: non ci sono sovrastrutture, e la fotografia non ha morale!
Col reportage ho un rapporto conflittuale… non per colpa sua. E manco mia.
Però già da subito.
Contravvenendo alle sacre regole di allora (ma anche di adesso quando si occhieggia al gotha), scattai a colore, con l’aggravante slide e pure di scarsa qualità vista la poca grana.
Ma senza alcuna premeditazione, senza alcun piglio snob. Semplicemente era così che mi andava di fare. Non so dire il perché.
So che sono tornato con la chiara volontà di fare il fotografo.
Un incosciente taglio intimista… di questo me ne sono accorto già là, mentre scattavo: il mio occhio cercava il non eclatante e rovistava nelle zone d’ombra. Nella quotidianità offesa.
L’unica eccezione forse, la sequenza di una riesumazione, quella che ho pubblicato in SEQUENZE. E che forse oggi non rifarei.
Questo modo di declinare il reportage è lontanissimo dall’attualità, della quale non me n’è mai fregato niente.
Oggi più che mai non dovrebbe fregare ad alcun fotografo, e nemmeno ai giornali.
È così che ho cominciato. Da un reportage avulso.
Che mi ha insegnato una cosa: la fotografia ha una gran voce, ma non è difendibile da alcuna parola.
O è, o buttala.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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HEARTHQUAKE, Irpinia 1980. © Efrem Raimondi. All rights reserved.© Efrem Raimondi. All rights reserved.© Efrem Raimondi. All rights reserved.
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EARTHQUAKE, Irpinia 1980. © Efrem Raimondi. All rights reserved.
HEARTHQUAKE
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Nota: la cromia è quella originale. Non ho voluto modificare nulla del sapore di allora. Condito con un po’ di deterioramento forse.
Così l’ho scattato e così resta.

Luoghi: Calabritto, Teora, Sant’Angelo dei Lombardi.
Fotocamere: Nikon FE, Pentax K1000.
No zoom.
Film: una slide qualsiasi che non ricordo, più Kodachrome 25.

32 thoughts on “Tutto da qui.

  1. SINGOLARITA’
    così finisco di far ridere anche gli altri poveri partecipanti (che si subiscono i miei interventi), molto più preparati e intelligenti di me…
    avendo studiato per un po’ ingegneria, la singolarità era qualcosa che succedeva di non previsto, inatteso (tendere all’infinito di una funzione matematica in un punto).
    mi è venuta questa definizione per un certo tipo di fotografie famose dove succede proprio questo: nella foto di HBC è la ballerina che fa lo stesso movimento del signore (cosa notata tra l’altro leggendo un libro, perchè subito non l’avevo proprio vista…), ora che abbia aspettato ore o giorni o che sia passato di lì e abbia fatto la foto, ha comunque visto o previsto qualcosa che un altro passante al suo fianco non ha visto, di qui una fotografia che contiene qualcosa di inaspettato.
    per mulas il discorso è leggermente diverso, per via della sua cultura, della sua ricerca e anche per la fotografia in se, in questo caso il gioco avviene con l’ombra, ma a chi viene in mente di creare il gioco dell’ombra che disegna il pittore? quanti sono stati in quello studio in quella posizione e non lo hanno notato? di qui l’inatteso.
    spero di aver chiarito un po’ meglio la mia idea.

    • oh ecco una domanda su questa frase: “con l’aggravante slide e pure di scarsa qualità vista la poca grana.”
      slide per mia grassa ignoranza non ho idea di cosa significhi nel contesto specifico della frase.
      non capisco la scarsa qualità con la poca grana, non dovrebbere essere il contrario?

  2. Ma eri un bambino! E già fotografavi così?
    Scusami Efrem, ho sempre voluto chiedertelo: ma come hai iniziato a fotografare? Hai fatto delle scuole? Comunque un gran reportage! Diverso da quelli che si vedono oggi tutti leccati. Sembrano stringere sempre l’occhiolino!
    Ciao!

    • se consideriamo l’età alla quale oggi si inizia a fotografare certo diletta, ero un bambino.
      nessuna scuola e nessun corso. ma ho sbirciato sin da piccolo mio padre. che per me è stato un maestro. di tutto.
      ho anche cercato di fare l’assistente. ma niente, mai preso da nessuna parte. per cui mi sono arrangiato.
      è vero… un reportage diverso dagli attuali. che anche secondo me imbellattono troppo. è sempre un piacere averti ospite diletta.

      • Il piacere è mio Efrem!
        Ma perché imbellettano secondo te? Io credo che è perché non si sa cosa dire o come dirlo. Perché si cercano semprre delle soluzioni a effetto quando non mi sembra ne’ il caso ne’ utile. questo mi sembra di vedere. E tutto diventa molto noioso e finto.

        • credo perché non si è soddisfatti della fotografia prodotta. perché il concetto di perfezione ha rapito i crani. perché è difficile evidentemente resistere alla tentazione dei potenti strumenti a disposizione, che permettono una manipolazione totale che dà l’impressione di un controllo assoluto. un discorso lungo e complesso diletta. certo, hai ragione, il rischio è la noia di fronte a un tutto simile.

  3. una retrospettiva che è già un racconto di per sé !
    il racconto del proprio rapporto con la vita, quindi i con la fotografia, non il contrario…
    le parole servono eccome, a tutti i livelli, queste sono preziose per chi ama la fotografia e la intende come un viaggio verso l’ignoto, passando per chissà dove, un modo forse per scoprire soltanto se stessi, guardando il mondo…

    • ma in effetti claudio credo sia come dici… un modo per scoprire se stessi.
      le parole servono per parlarne… servono. soprattutto se si sanno usare. e se non sono giustificazioni o supporto per una fotografia che non c’è.
      io non ho messaggi. non penso alla fotografia come un messaggio… è più complessa di una canzone. perché la grammatica è altra.
      e non si finisce mai di affinarla. una bella avventura insomma.

      • perdonate l’intromissione, però trovo che Efrem sappia usare tanto la fotografia quanto le parole, che è da un lato naturale, dall’altro cosa rara.

        • quale intrusione stefano?
          le parole… la parola trovo sia la forma più immediata di espressione. per questo va usata con attenzione.
          io, in forma scritta, la uso in maniera semplice semplice. un po’ come la mia fotografia credo.
          quindi tutto è più facile. e lo sarebbe per tutti se non si cercasse di complicare le cose. purtroppo riuscendoci spesso.
          in fotografia non c’è da pensare, c’è da scattare. nella scrittura uguale: scrivi e poi se ne riparla.
          o no?

          • aspetta che ti spiego: forbito dizionario da parte tua, non credo tu scriva e poi se ne riparla.
            probabilmente ti succede incosciamente con la fotografia la stessa cosa, ovvero mi trovi molto daccordo sulla sottrazione, ma la tua foto fatta 30 anni fa (sarà meno smaliziata tecnicamente e forse anche dal punto di vista dell’inquadratura rispetto ad oggi) trovo abbia la piena capacità di linguaggio e comunicazione.
            Mi incuriosisce molto il fatto che tu non abbia niente da dire con la fotagrafia perchè comunque tu stesso dici che ha una gran voce.
            Ah probabilmente (e qui viene fuori il mio lato da fotomane…) molti fotografi del passato, probabilmente anche contemporanei, non so, il mio percorso è lento, cercavano quella che mi è venuta in mente di definire singolarità. Intesa proprio come qualcosa di anomalo nella realtà, che sfugge alla vista non attenta. Ecco forse nelle tue foto non ho mai visto singolarità, ma hanno qualcosa da dire che va oltre, non so se mi spiego…

            • esattamente così stefano. come per la fotografia: scatto e poi se ne riparla.
              intendo dire che non bisogna soffermarsi troppo su ciò che si sta facendo. ma lasciarsi andare. tanto la conoscenza grammaticale (parlo di quella fotografica) è quella che hai a disposizione al momento… il tuo bagaglio insomma. e non quello che potresti avere. per cui anziché pensarci troppo, usa ciò di cui disponi.
              la visione d’insieme è roba che individui subito, da lì si parte. dove si finisce chi lo sa? per questo se ne riparla dopo.
              sei sicuro che abbia mai detto che non ho niente da dire con la fotografia? dico che non ho messaggi, intesi come struttura ideale di qualsivoglia concetto morale.
              insomma, la fotografia è per me un mezzo per raccontarmi. per cercare un po’ d’ordine nel casino emotivo.
              non sono così certo che la ricerca della singolarità per come la definisci sia stata, o sia tuttora, al centro della ricerca di chi fa fotografia… forse ci si preoccupa di più della coincidenza tra ciò che vorresti dire e ciò che realmente poi dici. ma io posso parlare solo per me ovviamente.

            • ecco appunto ho sbagliato, differenze lessico/culturali… quello che volevo dire su cosa hai da dire con la fotografia è quello che hai scritto tu… P: del resto è roba tua… ho storpiato il tuo concetto, del resto sono o no un fotomane….(scherzo ovviamente)
              Per la singolarità mi vengono due esempi al volo: l’uomo che salta con la ballerina sul manifesto di HBC; un pittore (credo americano di cui non ricordo il nome) fotografato da Ugo Mulas, dove l’ombra riflessa sembra disegni il pittore stesso.

            • il manifesto non lo ricordo, e di mulas potrebbe essere il ritratto a jasper johns? nel qual caso però non vedo forzature.se ho capito bene il discorso sulla singolarità.

            • allora sono io che non ho capito il discorso sulla singolarità.
              per rispondere ti conviene aprire un altro post… su questo siamo a fine spazio. sorry.

  4. I vent’anni sono un’età difficile, specialmente per gli iso e la risoluzione che non basta mai. Ai miei vent’anni volevo fotografare Vukovar distrutta con il banco ottico.
    E solo oggi, solo dopo aver visto cose, ci accorgiamo di quanto bene ci vedevamo e di quanto la nostra risoluzione fosse solo un bisogno di gridare: “guarda uomo!”.
    Forse era risolutezza, non risoluzione. E non si può smettere.
    Anche se il Kodakrome 25 non lo fanno più.
    Ciao!

    • mi sembra che oggi iso e risoluzione bastino e anzi avanzino! se penso alla disperata ricerca dei 25 asa… che appunto, finiti.
      forse era risolutezza, vero. magari un po’ ingenua ma bella. era la voglia di affrontare i dubbi…
      tutto ciò però ce l’ho ancora. magari sono aumentati i dubbi, ecco.guarda uomo! ciao fabiano.

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