OPEN EDITION GALLERY – Perimetro

OPEN EDITION GALLERY è una iniziativa dell’associazione Perimetro.
Alla quale ho aderito pensandoci bene.
Ed è una scelta politica… una serie di immagini a un prezzo fuori mercato: 120 euro nel mio caso, perché ho scelto il solo formato 25/25 cm dei tre disponibili.

Il cui 45% va all’autore, un altro 45% all’asociazione Perimetro e il 10% a un progetto charity amministrato dalla Onlus Live in Slums che realizza progetti umanitari e di cooperazione sociale.

Non sono edizioni e non hanno tiratura. Non hanno neanche la firma.
Ma hai una stampa fine art certificata OEG Perimetro.
Di solito non è così per ciò che mi riguarda: faccio edizioni con tiratura di nove esemplari. Ma il prezzo è altro. E un destino diverso.

Qui non si finisce in galleria, ma nelle case di chiunque ami una certa fotografia.

Parlo per me: non si tratta di una selezione di secondo livello.
Non sono scarti per parlar chiaro: queste immagini mi appartengono totalmente.
Semplicemente sono stampe fuori edizione acquistabili solo con questa formula.

Ho iniziato la mia gallery con quattro immagini della serie RANDOM DOUBLE SNAPSHOT.
Random… Che però non tradurrei con casuale. Più una questione di suono: randa in milanese… randagio.
Perché in effetti di casuale non c’è niente: mi trovavo in quei luoghi perché lì, proprio lì, stavo lavorando.
Double Snapshot… cioè il prodotto di due fotogrammi distinti. Poi assemblati senza un obbligo di continuità geometrica – qui sul mio blog ne ho già parlato.

La mia selezione adesso.
A disposizione di che ne ha piacere per ancora cinquantasei giorni.
Adesso. Poi si vedrà.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Ritratto e Identità

L’elemento identificativo per eccelenza è la faccia. VisoVolto, in italiano gentile.
Se dovessimo pensare il ritratto come codice identificativo potremmo fermarci qui. Riabilitando magari anche la fototessera.

L’identità invece è altro, cioè un sistema identitario consapevole, e tutto concorre a comporlo.
È roba tua, ma anche il passepartout sociale che permette l’accesso a un gruppo piuttosto che a un altro.

Cosa succede se a Vasco Rossi nego il viso?
© Efrem Raimondi - All Rights Reserved

E se la negazione la sottolineo?
© Efrem Raimondi - All Rights Reserved

Cosa succede? Niente.
La misura resta invariata: faccio fotografia. Che è un altro luogo, per nulla oggettivo.
Senza alcuna ansia si procede in una realtà mutata.

E mutante.
Vasco Rossi mi perdonerà se lo uso in questo contesto, ma è perfetto.

L’ho ritratto per quattordici anni: sai che importanza ha avuto il piano identificativo?
Zero.
Quello identitario? Molta.
La relazione iconografica che riconosco è solo questa: cosa intercetto dell’identità di quest’uomo? Cosa mi riguarda? Cosa vedo?

Fosse anche un lembo, è tutto. E da qui si procede.

Ma vale per tutti e per tutto. Anche davanti a un laghetto dolomitico, con la paperetta e la bambina che annega perché l’acqua è gelida e ha appena ingoiato una teglia di lasagne di mamma sua, anche qui, cosa vedi?
Nulla che ti riguarda? Lascia stare.
Passa oltre senza rimpianti.
E soprattutto smettila di ossessionarti con ‘sta menata del ritratto…
È tutto molto semplice.

Dedicato a chi guardandosi allo specchio non si riconosce. E si cerca altrove.

Entrambe le immagini sono state realizzate nel maggio 2013: stesso shooting a Pieve di Cento, dove Vasco Rossi e i musicisti provavano.

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Ritratto di donna

Ritratto di donna in un ambiente…
Barbara è un’amica. Nonché allieva del mio laboratorio.
Viene a trovarmi.
Penso che la ritraggo…
E lo faccio.
Fin qui tutto normale.
Ma a partire da qui no.

Barbara by me © Efrem Raimondi - All Rights Reserved

A partire da qui cominciano le divergenze.
Ritratto di UNA donna in un ambiente. Una persona quindi, non un genere.
Non uno standard culturale, politico, sociale, ideologico.
O più banalmente uno standard senza profilo ma perfettamente allineato al gusto, al costume e al modo conforme di esprimerlo.
Che nella conformità trova conforto e visibilità. E asilo la più subdola misoginia post femminista.

L’estetica non è neutra. È pensiero che ha forma.
E quindi anche la forma stessa è strumento espressivo.
Questo vale anche per la fotografia.
Tutta la fotografia senza distinzione di soggetto o genere.

Vale anche se fotografi melanzane.
Ma col ritratto vale anche di più.

Se il soggetto è donna vale doppio: che idea hai della femminilità?
Che visione hai del mondo?
Guarda che a ben guardare, si vede.

Gli elementi identitari sono individuali, appartengono a quella persona e non sono eludibili. Sono il piano dialettico sul quale ci confrontiamo.
Poi ciò che restituiamo è comunque altro. Questa non è Barbara ma un prodotto che prima non c’era: è una fotografia. E senza di me non ci sarebbe. Non una boutade, nulla di lapalissiano: ogni fotografia senza di te non ci sarebbe.

Quindi assumiti la paternità di ciò che fai. Metti la faccia, la tua.
Ne hai una da mostrare? Una, non mille.
Questo è il ritratto oltre qualsiasi equivoco di genere. Al pari di qualsiasi altra fotografia.

Un campo minato: la riconoscibilità; la fotogenia; l’anima; l’essenza; la relazione; l’empatia; l’ego; che cosa dico al soggetto e tutto quanto un peso, una zavorra, che non riesco a capire come poi si riesca a fotografare…
Ma quando è una paperetta, facciamo lo stesso? No. Male!
Il piano è assolutamente lo stesso, cosa cambia? Evidentemente noi.
Cioè ciò che andiamo a mutare è l’intero piano visivo. Una frattura forte dalle conseguenze prevedibili.
Mentre la circostanza è sempre la stessa: tu che ti confronti con ciò che vedi.
Da noi si pretende questo, non altro.
Che è esattamente l’opposto di uno standard.
O meglio… se il rapporto è mainstream va tutto bene e alla mancanza di dubbi, sulla necessità di contraddizione, sostituiamo le certezze di altri.
Incluse le piallate epidermiche. Come se la pelle non fosse un elemento espressivo.
Quando ritraggo in presenza di make up e parrucco, cioè nella maggioranza dei casi, è lo stesso: la pelle esiste e si vede.

Subire una cultura della femminilità che non prevede elementi identitari e si appella ideologicamente a un canone estetico che rifiuta la diversità è la negazione di qualsiasi linguaggio, di qualsiasi dialettica, di qualsiasi espressione. E dell’estetica stessa che invece è il nostro patrimonio espressivo e ci identifica: che visione hai del mondo?
Quale la tua utopia?

Barbara by me © Efrem Raimondi - All Rights Reserved

Nota numerica a margine: 35 e 28. 50 se proprio… Mai 85. Qui 28.

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Fotografia a due tempi – Tipografia

Fotografia stampata vuol dire matericità della carta e odore, forte, dell’inchiostro.
E quel profumo che ne sancisce la relazione: non smetterò mai di desiderarla.
In tutte le sue forme: direttamente fotografica come l’analogicica baritata… zero inchiostro tanto chimico, altro odore ma affine alla mia memoria olfattiva. O la digitale fine art a pigmenti, un filo meno coinvolgente – soprattutto nei neri – ma in qualche modo parente.
Quando però metto piede in una tipografia allargo al massimo le narici.
E le palpitazioni aumentano: l’atto conclusivo di un percorso ampio e complesso fregiato dall’inchiostro.
Un altro luogo.
E la cucina di un libro un altro percorso.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedTre giorni fa ero appena fuori Padova alla Peruzzo Industrie Grafiche a seguire l’avviamento di FOTOGRAFIA A DUE TEMPI, edito da Silvana Editoriale.
Il libro che raccoglie il percorso fatto con la prima edizione di ISOZERO Lab, il mio laboratorio.

Una giornata piena: nove ore e passa filate, no stop, in tipografia…
Una libidine. Perché si impara sempre.
Perché ti relazioni con persone usando un linguaggio che riconosco, non limitato a qui c’è da schiarire – lì da scaldare.
Ma una visione ampia, colta, del lavoro.
E quando si interviene la correzione è sostanzialmente il prodotto di una dialettica tra i quattro colori primari.
Questa dialettica è l’ambiente di lavoro.
Assistere, partecipare, vuol dire imparare molto.
E avere conferme.
Per esempio che è attraverso la sottrazione che si raggiunge l’obiettivo.

Un tempo, quello in tipografia, segnato dal ritmo della stampamte, una Heidelberg Speedmaster a 10 colori. Bel suono.
Prima la copertina.
Piccola correzione. Altra stampata. OK. Firma sul foglio di stampa.
Si prosegue.

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved FOTOGRAFIA A DUE TEMPI – Copertina e IVª di copertina

Una riflessione più lunga su un lavoro particolarmente “nero”.
E lì assisti davvero a cosa produce il binomio conoscenza-visione: uno dei due tipografi pensa al giallo. Proprio lo vedi che pensa al giallo.
Estrae la relative lastra, sorride, chiacchiera col collega, la rimette.
Smanettano sulla “consolle“ di stampa e avviano: ottimo. Firmo.
Poi mi spiega cos’ha fatto. Una intuizione legata proprio alla lettura di quel preciso impaginato. Ecco cos’è una visione.
E anche questo è un piano lettura di una fotografia.
Per questo ringrazio
Maurizio Ziglio e Fabio Cusinato, i tipografi.

Si tenga conto che FOTOGRAFIA A DUE TEMPI è un libro di 120 pagine per 28 sguardi tra loro diversi. Insomma una bella sfida. Anche di stampa.
Appena l’avrò tra le mani e sarà in distribuzione ne scriverò. Qui.

E comunque un tour in tipografia fa sempre bene, conforta.

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Posato versus Istantanea

Posato versus Istantanea.
Nessun versus… È di ritratto che parliamo, con la consapevolezza che il soggetto,
il perimetro dove tutto si svolge, è quello fotografico.
Quindi in realtà è di fotografia che parliamo. E il genere lo lasciamo agli affezionati della collocazione.
Nessun versus appunto: la contrapposizione è solo il prodotto di una intellettualizzazione distorta. Questo per chi le immagini le legge, le commenta, le usa, le cura e tutta quanta la fauna che ha comunque un rapporto dialettico con loro.

Però non le produce.

Per la fauna che le produce, alla quale appartengo, la contrapposizione invece rischia di essere solo l’alibi per evitare l’una o l’altra. Tradotto, una dichiarazione di cecità.

Il postulato più diffuso prevede l’istantanea avere un grado di nobiltà che il posato si sogna, perché vuoi mettere la naturalezza?
La naturalezza?
Italo Calvino nel racconto L’avventura di un fotografo Gli amori difficili, Oscar Mondadori – usa il protagonista Antonino Paraggi per dire questo:

Il gusto della foto spontanea naturale colta dal vivo uccide la spontaneità, allontana il presente. La realtà fotografata assume subito un carattere nostalgico, di gioia fuggita sulle ali del tempo, un carattere commemorativo, anche se è una foto dell’altro ieri. E la vita che vivete per fotografarla è già in partenza commemorazione di se stessa. Credere più vera l’istantanea che il ritratto in posa è un pregiudizio.

Frontali come un crash emotivo i discepoli del posato.
Che sono una minoranza tendenzialmente silenziosa.
Ma armata di ogni ben di Dio. E di certezze inscalfibili – elenco lungo 85 punti, corrispondente all’ottica presunta preposta, che evito.
La verità non sta nel mezzo. Non esiste e basta.

La cifra di un ritratto si misura con i codici estetici propri dell’autore esattamente come quando si relaziona con un paesaggio urbano o lacustre, un nudo, una sedia, un matrimonio o un trancio di pizza.
Posato e Istantanea non sono codici estetici. Solo due diversi percorsi per raggiungere lo stesso obiettivo: la tua cifra espressiva.
Semmai possiamo discutere dell’autenticità di questa. Che resta l’unica istanza.

Ci sono posati decisamente più dinamici di tante istantanee.
E quando lo sono non si fanno distinguo.
Quando lo sono non pensi IL RITRATTO! Vedi una fotografia.

Nella sua interezza, non solo il faccione al centro. Ma anche la sedia in fondo nell’angolo alto a sinistra…
Il soggetto di una fotografia è la fotografia stessa. Tutto ciò che è visibile esiste e partecipa. Non è un dettaglio ininfluente.
Ciò che non c’è semplicemente non esiste.
E questo è il perimetro entro il quale ci misuriamo.
Che non è mai un luogo statico e noi passivi a cercare un margine di specchio dove rifletterci.

Non solo, ma posando si può indurre all’equivoco e far credere che ciò che si vede sia un’istantanea. Invece no, è un posato. So sorry.
Come questo ritratto a Valentino Rossi: Londra 2001, in studio, per GQ Italia.

Valentino Rossi by © Efrem Raimondi - All Rights Reserved E ha funzionato così: pausa per sistemazione set… mi giro e ho la visione di quell’angolo lì, che non è la vista, ma la sua proiezione.
Chiedo a Valentino di entrare in questa visione. Lo fa.
In mano avevo una compatta analogica, sempre con me, una Ricoh GR1S con un 28 fisso E in macchina, sguardo ficcato nel mirino, mi relaziono con lui.
Questo è ciò che non c’era ma che era visibile se lo percepivi.
Funziona così, non c’è chissà quale alchimia.
Esattamente come questa, con la sua faccia da souvenir.

Valentino Rossi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedDa sinistra: Michele Lupi; Fabio Zaccaro, straordinario assistente; il sottoscritto; Valentino Rossi; Anne – non ricordo il cognome, so sorry – MUA.

Nessun luogo è vuoto. Nessun luogo è dato e inchiodato al telaio di una realtà assoluta e inalienabile. Nemmeno un fondo bianco.
Dipende solo da noi e dalle nostre visioni. Come renderle visibili è il percorso che la fotografia richiede.
Del dualismo posato/istantanea chi se ne frega.

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IN STUDIO

In studio non è la stessa cosa.
Ovunque non è mai la stessa cosa ma in studio di più.
Sembra un paradosso.

Anzi lo è. Perché lo spazio è dato e non muta.
Lo conosci. Conosci le luci che hai, anche quelle che eventualmente noleggi.
La luce ambiente che proviene dai finestroni è stagionale.
E rimbalza di conseguenza sulle pareti.
Quindi anche lei è un dato consolidato.
E si ripete a tal punto da non mutare mai.

Eppure in questa immutabilità dettata da un volume inalterabile, lo studio è luogo dinamico.
Ed è ciò che accade a renderlo tale: tutto uguale ma non è mai lo stesso.
Perché non è un contenitore vuoto, ci sei tu.
E lo studio, qualsiasi studio, non è indifferente alla tua presenza. Anche se non è il tuo.

Se penso alle tante persone che ho ritratto in studio, ai fiori e altri lavori, assignment o no, so e lo vedo: questo spazio è presente.
Accondiscende alla fotografia che fai.

E garbatamente si sposta. Nessuno lo vede. Tu sì.

Nell’ultimo studio che ho avuto, Milano via Orti, avevo una conoscenza in più: un ragnetto.
La prima volta che si palesò ero al telefono, alla scrivania. Vidi come un’ombra a una ventina di centimetri dalla mia faccia. Cacciai un urlo e volai indietro. Giù con la sedia.
Da terra lo vidi correre in verticale, rapidissimo, lungo il filo di ragnatela. Su fino al soffitto. Che era piuttosto alto.
Fu uno shock. Per entrambi.
Imparammo a convivere in quello spazio che era davvero underground come oggi non si può neanche immaginare: ricordo ancora la faccia di Miuccia Prada quando inaspettatamente passò a dare un’occhiata al lavoro che stavo facendo – collezione storica borse, art direction Italo Lupi. Anno Domini 1992.

Poi me ne sono andato. Da lì e da un po’ tutto. Non avevo bisogno di un mio studio, noleggiavo. Ero sempre in giro.
Ho sbagliato. Mi manca.
Chissà il ragnetto… So che ci siamo amati.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedQuest’angolo è un mio tributo allo studio di Laura Majolino.
Saltuariamente ci lavoro e quella sedia adesso lì così fino a un paio di minuti prima mi ha ospitato.
Non è il mio studio e ha una sua identità.
Ma se la riconosci diventa parte della tua dialettica fotografica.
Come fai a non capirlo?
Nessun luogo è uguale. Lo studio di più.

Ho contato le volte che nomino lo studio: tredici. Più una fotografia.

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RANDOM Statement

Statement: cosa ci vuole?…
Title: uguale, cosa ci vuole?…
Il confronto col contemporaneo – si badi bene, non il moderno, proprio il contemporaneo – parte da questi due punti. Presupposti potremmo dire.
Più la biografia. Che chiameremo per coerenza idiomatica biography.
L’opera a margine. L’opera semmai. L’opera al massimo vale un quarto, quello meramente matematico.

L’opera, molto semplicemente, è un medium. No?
Sì. Sempre.
Cosa cerchiamo quando chiudiamo gli occhi?
E cosa vediamo quando li apriamo…

Questo medium è un’opera da 1,2 milioni di dollari:
The Persistence of Chaos, 2019 by Guo o Dong          INFO

Quest’opera è un medium:
Tintoretto by Efrem Raimondi - All Rights Reserved
Crocefissione, 1565 by Tintoretto.
Scuola Grande di San Rocco. Dove vado appena posso quando sono a Venezia.

Ma anche evitando quel noioso dettaglio che appunto è l’opera e volendo restare appiccicati al tema, basta scorrazzare per mostre, cataloghi, libri, siti e per i più pigri financo i social, per avere non un’idea ma proprio la radiografia di cosa offre il mercato degli statement e degli altri presupposti di cui sopra.

Il titolo è:
Riflessi Pietrificati; Riparliamone prima o poi anche se preferirei non parlarne: guardami!; Quiescenza Integrata; Incursioni rurali; Velleità; Ripieni nel vuoto; Stratosferica romantica.

Ai quali potremmo aggiungere:
Sprovveduto; Sembianze d’autunno; Essere altrove; Prove liberatorie; Provvedimenti sensoriali in assenza di diuretici; Qui-Là-Su-Giù; Tentazioni infingarde; Visioni preventive; The sound of their breath fades with the Light/Il suono del loro respiro si attenua con la luce; Salti introspettivi; Impianto accusatorio a labbra aperte; Elongated Fragment of Impossible Faust/Frammento allungato di Faust impossibile; Starship Pilot Painting a Circumstance/Pilota di navicella spaziale che dipinge una circostanza; Perfect Shape Rearranged/Forma perfetta riorganizzata.
Alcuni mi ricordano certi nomi dei cavalli da corsa: indelebile Lunotto Termico.

Passando agli statement…
Artist statement
My work explores the relationship between the tyranny of ageing and daytime TV.
With influences as diverse as Blake and Roy Lichtenstein, new variations are distilled from both opaque and transparent structures.
Ever since I was a postgraduate I have been fascinated by the theoretical limits of the moment. What starts out as yearning soon becomes manipulated into a tragedy of lust, leaving only a sense of dread and the inevitability of a new order.
As intermittent forms become transformed through emergent and academic practice, the viewer is left with a hymn to the limits of our existence.
Il mio lavoro indaga il rapporto tra tirannia dell’invecchiare e tv nelle ore diurne. Ispirate da influssi diversissimi come quelli di Blake e di Roy Lichtenstein, nuove variazioni vengono distillate a partire da strutture ora trasparenti, ora opache.
Sin dai tempi della laurea specialistica sono affascinato dai limiti teoretici dell’istante.
Ciò che principia come desiderio spesso finisce per essere manipolato in una tragedia libidinosa, lasciandosi indietro solo una sensazione di paura e l’inevitabilità di un nuovo ordine.

Di fronte a forme intermittenti, trasformate grazie alla pratica emergente e accademica, allo spettatore non rimane che un inno ai limiti della nostra esistenza.

Short artist statements
My work explores the relationship between multiculturalism and unwanted gifts.
Il mio lavoro esplora il rapporto tra multiculturalismo e regali non desiderati.

With influences as diverse as Kierkegaard and John Cage, new tensions are crafted from both opaque and transparent textures.
Ispirate da fonti diversissime quali Kierkegaard e John Cage, nuove tensioni si creano a partire da texture ora opache, ora trasparenti.

Mostre – Titoli
The Bureaucracies of Illusion: Daring to Defy Sameness
Le burocrazie dell’illusione: osare la sfida alla ripetizione

Fantastic Imagination: The Video Art of Sameness
Immaginazione fantastica: la video art della ripetizione

After the Illusion: 15 Years of Urban Experience
Dopo l’illusione: 15 anni di esperienze urbane

Cosa ci vuole? Ma basta un generatore random di:

1 – Titoli di opere

2 – Statement

3 – Titoli di mostre

E ’sti cazzi! Con un pacchetto così sei pronto per partire.
E anche arrivare con un po’ di buonumore alla pagina successiva della tua vita artistica.
Che Tintoretto anneghi. Meglio per lui.

Still not good enough?

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Alias

Il manichino di nome Alias non è diverso da me di nome Efrem.
Non lo è da te di nome Francesca, Elisabeth, Antonio… Teodoro detto Teo.
Qualsiasi nome che implementa l’appello umano va bene.
Diverge invece la relazione che Alias e io abbiamo rispetto alla coppia Alias-Francesca, Alias-Elisabeth eccetera.

E questo è ciò che costituisce la struttura di un ritratto.
Di tutta la fotografia a reti unificate ma col ritratto… col ritratto è dura da digerire.
E c’è chi ricorre all’anima delimortaccitua pur di evitare la propria.
E i propri fantasmi. Che son mica sempre cupi, sanno ridere.
Anche di te. Di me.
Quindi per favore non deleghiamo a altri ciò che ci riguarda quando fotografiamo: se c’è un’anima è dell’autore. Ed è quella che cogliamo.
Col resto funziona, perché col ritratto non dovrebbe?
Perché ricorrere a degli archetipi così semplicistici?

Crediamo davvero che Alias sia poi così diverso sul piano fotografico da qualsiasi altro umano piazzato davanti alla nostra fotocamera?
Davanti a noi?
Tutto ciò che ho fatto per comporre questa fotografia è nella sostanza ciò che farei con una persona.

Con Alias ho provveduto io a metterlo lì.
Con Alias, a Alias, ho impostato io le braccia. Le mani.
Con Alias la parola era superflua. Del tutto inutile non direi…
La differenza con una persona è che invece la parola è certamente utile.
E se la usi le conseguenze sono immediate: la persona si mette lì dove hai detto;
le braccia le alza come hai chiesto e le mani le avrà in testa come hai suggerito.
Funziona così.
Altrimenti zero fotografia.

Poi c’è l’imponderabile: la risposta selezionata per te, per quel momento, dal soggetto.
E tu cosa sei lì a fare? Coglila! Modulala!
Non è mai la stessa cosa.
E prima che tu scattassi, la realtà che adesso mostri non c’era.

Esattamente come con Alias.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedMi sono avvicinato in tre step.
Lui fermo.

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedFino al primissimo piano. Per scoprire che l’immagine riflessa é la mia.
Non così nitida come allo specchio.
Un’immagine latente.
Un’ombra determinante.
Alias ci saprà dire se ingombrante.
Comunque, nel caso, è un problema suo.

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Vasco Rossi e questa fotografia

Vasco Rossi e io ci conosciamo bene.
Anche se sono tre/quattro anni che non ci vediamo resta che ci conosciamo bene.
E non potrebbe essere diversamente visto come ci siamo dati fotograficamente per quattordici anni.
Sempre fotograficamente, la sintesi di questo percorso è condensato in TABULARASA, il libro fatto con Toni Thorimbert nel 2012: insieme abbiamo percorso ventisette anni con Vasco.

Che non è poco. E soprattutto è raro che ci sia un epilogo editoriale di questo genere.

A coloro che quando il libro è uscito mi scrivevano che non l’avrebbero preso perché non amavano Vasco Rossi rispondo adesso: e chi se ne frega!
Che il punto, l’equivoco, è sempre lo stesso: il soggetto è la fotografia prodotta, non la soggettività di chi o cosa è presente.
Ma è così difficile da capire?

E veniamo al dunque, questa fotografia:

Vasco Rossi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedCerto che è un ritratto. Ma indipendentemente se bella o brutta, è una fotografia – dell’utilità o meno non me ne occupo, mi fa sempre pensare al tizio che regala un minipimer al compleanno della moglie.
Una fotografia quindi. Cioè qualcosa che prima non c’era, non esisteva.
Lascia stare se è anche un ritratto, non è il punto.
Se è alle specifiche di genere che ti attacchi, questa fotografia non solo non la farai mai, ma neanche la immagini. Perché è tutta sbagliata.
E invece è di visioni che ci nutriamo. Come le traduciamo il differenziale.

Quasi due ore sotto la doccia. Un’enorme cabina: io da una parte con tanto di accappatoio e cappuccio a coprirmi dagli schizzi più asciugamano sulla fotocamera; Vasco di fronte perfettamente vestito e docciato. Stivali inclusi.
Grande collaborazione e pazienza – lui; grande tenacia il sottoscritto – mi si conceda il personalismo.
Di questo percorso ci sono altre immagini ovviamente, ma questa maschera è per me un’altra cosa proprio perché coincide con la visione originaria. Quella che avevo avuto due mesi prima.
Sai che mi frega del ritratto…

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Roma, Hotel Hilton Cavalieri – Gennaio 2004.
Assistenti fotografia: Fabio Zaccaro e Letizia Ragno.

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Cosa cambia una fotografia

Cosa cambia realmente una fotografia?
Il mondo? No.
Alcune fotografie certamente hanno scosso, orientato e disorientato.
Ma siamo in un ambito strettamente legato all’informazione.
Quella che ha a che fare col fotogiornalismo e col mito del reportage.
Che in alcune circostanze, per alcuni autori, la mitologia ha un suo motivo.
E malgrado ciò, anche limitatamente all’Italia, cosa cambia?

Qualcosa che cambi tutto. Definitivamente.
E nulla è più come prima. È di questo che parlo.

Quello che realmente può cambiare una fotografia, è l’autore.
Ma dev’essere proprio quella fotografia lì.
Che non è mai casuale. Mai.

E infatti è accompagnata da altre fotografie. Che hanno una relazione ma anche una vita autonoma.
Per incidere sulla propria consapevolezza non ci si trova mai davanti a un caso isolato: serve un corpus, cioè una serie di immagini con lo stesso peso specifico.
Sottolineato: lo stesso peso espressivo.

E chi se ne frega, giusto?
Sbagliato.
Sfogliare un archivio, qualsiasi archivio…
Quello che scaturisce sul piano emotivo non è così prevedibile.
E infatti eccomi ancora qua.
Ma al centro c’è ciò che vedi. Tutto il resto viene dopo. Anche la riflessione viene dopo.
L’elemento fondante è l’opera. Quella fotografia lì che mostri o che nascondi al netto della volontà mediatica e/o del riconoscimento che cerchi. O eviti.
Non ha alcuna importanza: se non hai in mano niente che ti scuota, il riconoscimento e il successo, sono l’ultimo dei tuoi problemi.

Quindi occupiamoci del prodotto.

Cosa cambia una fotografia?
Quale fotografia?
Quando te ne accorgi?
Ma il bello di tutto ciò è che non può essere una riflessione allo specchio: con ciò che ci circonda una relazione dev’esserci.
Capiterà di guardarsi attorno?
È fondamentale. Perché questo è il parametro.
Poi decidi come ti pare.

A me è successo proprio così.
Altrimenti non sarei stato un fotografo.

Tre le fotografie che mi hanno cambiato la vita.
Nella loro unità e nel corpus iconografico al quale appartengono.

Quindi è tutto il malloppo che conta.
Però queste tre come una matrice.

Novembre 1980, Irpinia terremotata.

© Efrem Raimondi, 1980 - All Rights ReservedPerché ha chiarito defininitivamente il mio rapporto con l’esposizione e la sua manipolazione.
E perché mi ha insegnato a guardare al soggetto come a un tutt’uno: il soggetto è tutto ciò che si vede entro il perimetro.
Non c’è frazione.
Non ho più fatto reportage. Se non di altro tipo – disimpegnato, direi con un sorriso…

Settembre 1985, Fuorisalone, quello del Salone del Mobile, che allora si svolgeva appunto a settembre.

© Efrem Raimondi, 1985 - All Rights ReservedQuel lavoro era – ed è – composto da un centinaio di immagini.
Senza alcuna presunzione: ha cambiato INTERNI magazine nel documentare il Fuorisalone.
Ero un incosciente, e se non ci fosse stata Dorothea Balluff alla guida di quella rivista, quel lavoro sarebbe rimasto nel mio cassetto. O nel suo.
Il mio inizio con INTERNI si deve materialmente a questo lavoro. Che non c’entra niente. Ma c’entra tutto. Esattamente come questa baby sitter col suo bambino.

E questa. Che mi ha segnato profondamente. Per questo non è in evidenza.
Febbraio 1981, centro ANFFAS di Legnano.

© Efrem Raimondi 1981 - All Rights ReservedLei, proprio lei, mi ha fatto capire un sacco di cose sul rapporto spaziotemporale, sulla manipolazione del tempo fotografico e della relazione con quello reale.

Poi sì, è ora che esca dal tunnel di questo archivio.
Sinceramente? Non  pensavo mi avrebbe così coinvolto.
E non se ne parla più.

Ciao!

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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