Carolina Kostner due sguardi

Di pattinaggio capisco poco.
E chi se ne frega.
Ma vedere lei, Carolina Kostner, è un’esperienza a prescindere: vola come una rondine. Ed è splendida come una rondine.
L’ho fotografata per una campagna Dainese del 2007.
E in questa immagine, il suo sguardo è stato cercato.
Ma visto che è stato trovato, c’era. E le appartiene.
Io non stravolgo mai niente e nessuno.
Guardo e basta.

© Efrem Raimondi – ph. Carolina Kostner. All rights reserved

Poi, una volta finito lo shooting, pronti per il taxi, facendo due chiacchiere vicino a una enorme vetrata, lei mi guarda così.
Per fortuna avevo la Leica in mano, non so perché… la porto per farmi compagnia e spesso resta solo a guardare: ho puntato e scattato.
Forse me l’aspettavo. Forse ci speravo. Forse boh.
Ma è un’altra Carolina. Eppure è la stessa.
Se la si guarda volare, si capisce perché.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Agenzia: Carmi e Ubertis.
Per Dainese, Vittorio Cafaggi.

Fotocamere: Pentax 67 con 105 mm e Leica M7 con 35 mm.
Film: Fuji NPS 160 NC
Flash Profoto – luce ambiente.

Double Snapshot

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Era il 2000.
Ero a Los Angeles.
E le distanze non si colmavano mai.
E poi non riuscivo a fare entrare nella mia Polaroid SX-70 quella sensazione di dilatazione dello spazio che percepivo anche guardando un tombino.
La usavo molto l’SX-70, unitamente alla 690 SLR… per sfuocare, per muovere.
Per allucinarmi. Per dei redazionali veri, che oggi mi sparerebbero.
Ma per quanto drogata fosse l’aria di L.A. non riuscivo a farci stare un bel niente nella polaroid: percepivo, ma non realizzavo.
Il primo che mi dice che avrei dovuto usare un grandangolo gli tiro un pugno di insulti.
La finestra della mia camera d’albergo dava su uno squarcio molto Ellroy, James Ellroy, che si rifletteva nello specchio, enorme, sulla parete opposta al letto – enorme.
Che a sua volta si rifletteva su un altro specchio a 45°.
Vivevo una condizione di perenne dilatazione e rimbalzo dello spazio.
E non potevo farci niente. Volevo solo fotografare quello scorcio e porre fine a quell’ossessione.
Poi un giorno feci la cosa più ovvia: scattai due volte.
Prima su, poi giù. Direttamente sull’Ellroy. Senza pensare.
Queste due polaroid sono la matrice della serie Double snapshot.
Che ho cominciato alla fine del 2001… inizio 2002 con dei redazionali, per Amica, Gentleman, Stern, Arte, Vogue Pelle.
Oltre che per fatti miei.
Così ho ritratto persone, musei, luoghi.
Il ritratto a Inna Zobova è l’unico che non aveva destinazione, l’ho fatto in una pausa make-up durante un servizio che aveva altre finalità… allora era la testimonial di Wonderbra. La ringrazio ancora per essersi prestata.
Tutte le immagini della serie, mica solo queste, sono realizzate con delle normalissime compatte autofocus, pellicola soprattutto, e funziona così: inquadro alto, scatto… inquadro basso, scatto. Camera orizzontale.
Idem per le orizzontali: prima a sinistra poi a destra. Camera verticale.
Non penso: tutto dura pochi secondi. Sono davvero delle snap.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Nell’ordine:
Alessandro Zanardi, Milano
Francesco Bonami, Venezia
Germano Celant, Genova
Anna Laura Alaez, Madrid
Marta Dell’Angelo, Milano
Chiara Carocci, Milano
Antonio Marras, Milano
Nicola Del Verme, Milano
Thomas Ruschen, Milano
Raiz, Roma
Miguel Palma, Lisboa
Inna Zobova, Milano
Vogue Pelle, Caovilla, Milano
Vogue Pelle, Jmmy Choo, Milano
Galleria Helga de Alvear, Madrid
Museo Thyssen-Bomemsiza, Madrid
Fondation Beyeler, Basel
Galleria Filomena Soares, Lisboa
Venezia,
Leopold Museum, Wien
Vista dalla Galerie Belvedere, Wien
New York,
MoMa Museum, New York
Guggenheim Museum, New York
Artium Museum, Vitoria – Bilbao

Nota: l’unica eccezione alla compact camera è costituito dal lavoro per Vogue Pelle.
Realizzato con una Pentax 645N.

English version

This blog is born written in Italian. It is thought in Italian.
Its words – and the way I use them – are Italian.
Simply, because Italian is the language I speak and write.
Words are important; they weigh.
And language deserve a deep knowledge, in order to be effective…
In occasion of the 2nd birthday of my blog I have decided to add an English ”version” for it.
A translation would be too hard – I often use imagery – so I have chosen the form of the ABSTRACT: a few lines to summarize the blog’s topics. Starting from next one.
Gradually I will do the same with older ones.
Nonetheless, some specific post may be translated in their entirety.
As for pictures, theirs is an universal code: look at them, that’s enough. Actually: see them. No need for any translation, everyone to their own.
I felt the need to provide people that follow this blog an even small tool to make use of it.
My pleasure.

 

Dimentico

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Così.
Io dimentico.
Dimentico di averti vista.
Dimentico di averti incontrata.
Dimentico di averti amata.
Dimentico.
Io ci provo.
Ma se dimentico la tua fotografia
solo così
io ti cancello.

Questa fotografia doveva essere nel post sulla neve, quella che ci tocca.
Io non so… l’ho dimenticata.
Ma la volevo. Non so dire perché, in fondo è solo una traccia.
Notturna per giunta.
Ma forse proprio per questo ne sentivo la mancanza.
Non cambia niente.
Ma per me cambia tutto.
Non mi sono dimenticato.
Non cancello niente.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Fotocamera iPhone 4s

Tibetani Hollywoodiani

Il Tibet non c’entra. Neanche Hollywood.
Forse.
È un concetto, tipo… avere la testa in Tibet e il culo su una chaise longue a Hollywood. Due estremi insomma.
Di cui l’estremo nobile, il culo, è sempre comodo altrove.
Ma la testa, lo sappiamo, vaga alla ricerca di dignità.
E di consenso. Morale e mediatico.
E vaga talmente tanto da convincersi che in fondo non è poi così importante dove il culo risiede.
Invece è importante.
È importante sapere dove la tua parte protetta e più preziosa ha messo radici.
Perché di fatto è con quella che scorreggi. Ed equamente parli.
Ed equamente fotografi.
Fine della metafora stilnovista.
Una fotografia vale più di mille parole?
Le parole hanno un peso specifico. Le fotografie pure.
Quali parole? Quale fotografia?
Di recente ho visto sul web questa immagine, di parole anonime

E ho visto questa fotografia di Terry Richardson. O che lo ritrae. In fondo non c’è molta differenza.

Sembrano esprimere lo stesso concetto. Sembra patta insomma.
Non è così: nella prima riesco, giuro, a estrapolare una poetica.
Cruda e magari involontaria.
In Terry Richardson vedo buona parte della fuffa mediatica che avvelena la fotografia, la diretta emanazione della subcultura televisiva occidentale dell’ultimo ventennio.
Per nulla involontaria.
E mentre la prima, la poesia diciamo, è scritta s’un pezzo di carta straccia, quasi un pizzino, la fotografia di Richardson è ben stampata su carta patinata, e riconosciuta universalmente.
Universalmente un cazzo!
È riconosciuta e avvalorata da una borghesia finanziaria che ha occupato stabilmente il sistema dell’arte e della comunicazione.
Di matrice americana. Una borghesia post industriale, una borghesia composta da chi non produce e non offre nulla, la cui unica merce di scambio comprensibile è il denaro.
Finanza diretta, mega agenzie appaltatrici culturali, mega fauna variopinta e impasticcata, tutti dentro.
La grande bellezza…
Qui non c’è morale se non la loro. E come potrebbe essere diversamente?
L’economia finanziaria è loro, la lingua è la loro. I serial killer sono i loro.
Il resto del mondo ha gli emuli. Anche quelli con fotocamera in mano.
Loro sono il metronomo. Gli altri ballano.
Ma questa non è la cultura americana! Che è stata ed è capace di pagine immortali.
Il mio pensiero in questo esatto momento va a un insegnante di letteratura di una cittadina del New Jersey…
Che combatte esattamente come noi per la propria sopravvivenza.
Il problema è l’attuale modello culturale. Un modello commerciale nato per l’esportazione. Che non concepisce la diversità se non nel folklore.
La fotografia è linguaggio. E il linguaggio è per definizione molteplice. Nasce e evolve a partire da dove ti trovi. Anche se ti sposti.
Se vivi in una zona franca indefinita, culturalmente avvilita, non c’è contaminazione!
C’è solo emulazione.
E siccome non sei l’originale, al massimo produci delle brutte copie.
Nel nostro caso è come essere costretti ad aprire bocca solo con lo sguardo rivolto al Colosseo.
E a riempircela ripetendo come un mantra obnubilante RINASCIMENTO! NEOREALISMO! Stop.
Non è così. Io vedo produrre immagini dalla forza dirompente in questo paese allo sbando.
E il bello è che è transgenerazionale, altro che no. Altro che pigrizia e beatitudine borghese.
Una produzione costretta underground che usa il proprio linguaggio.
Zero emulativa. Zero borghese.
E che non si concentra sul proprio ombelico – cazzo – culo – figa.
Solo che non viene intercettata da chi potrebbe. E dovrebbe.
Distratti da chissà cosa. Spesso vittime inconsapevoli che si accontentano di qualche privilegio. Senza però avere il culo a Hollywood.
72 generazioni fa eravamo i padroni del mondo…
Adesso di 72 abbiamo solo i DPI degli altri.

Ma cosa volete che ci freghi del Richardson di turno!
Di ‘sto linguaggio infantile e vecchio.
Dei pompini abbiamo memoria iconografica dai tempi di Pompei.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

mariEnzo Mari, sulla creatività: http://www.youtube.com/watch?v=X49crKOX9Js

UPDATE: 24 OTTOBRE 2017.
Magno cum gaudio nuntio vobis: GODO!!!
È di oggi la notizia che Condé Nast non lavorerà più con Terry Richardson.
E i servizi realizzati ma non ancora pubblicati, soppressi.
Letteralmente: should be killed.
Qui l’articolo del Telegraph
– Ripreso da D di Repubblica

Ma c’è un punto: la fotografia, saperla leggere, è trasparente.
Quindi, o tutti coloro che nel corso del tempo si sono sbrodolati sono degli analfabeti, o ammiccavano compiaciuti. E paganti.
Poi… che il Terry a stelle e strisce abbia scaldato i cuori – e le menti – di alcuni ambienti nostrani, lo trovo imbarazzante.
Ma di che appeal parlano le riviste che lo hanno ospitato?
E a più riprese celebrato.
Per quello che mi riguarda, è uno spartiacque.

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Gabriele Basilico, Quaderni vol 3

Questo il terzo volume de I quaderni dello Studio Gabriele Basilico: In pieno sole. Del 1977. Che Basilico chiamava ”l’abbronzatura”.
Se era inaspettato il tema del Volume 2, quello su Glasgow e i suoi bambini, questo lo è ancora di più: people… inequivocabilmente people.
Carne alla griglia, direi.
C’è davvero molta ironia in questo Basilico. Tutta quella che non c’è nel suo stranoto lavoro… quello del rigore, quello dello sguardo all’infinito. Quello della sottrazione e del silenzio.
Qui di sottrazione non ne vedo, non può essercene.
Magari non c’è neanche silenzio, però certamente non c’è rumore.
Mi fermo a quello che vedo. Mi fermo a questo. Sono un fotografo, non un critico.
Aggiungo solo una considerazione: se hai uno sguardo puoi andare dove ti pare.

Il Quaderno ha un testo introduttivo di Antonio Bozzo, nel quale con ironia e calore si presenta come un ”Raggio di Sole”. E in questa veste racconta anche del suo incontro con Basilico nello specifico di questo lavoro.
C’è poi un breve testo di Claudio Guenzani che racconta del suo rapporto di gallerista e di persona amica.
Infine la postfazione di Giovanna Calvenzi, leggibile interamente dalla riproduzione della pagina.
Le immagini qui riprodotte sono solo alcune delle ventuno pubblicate.

Mentre il primo volume, Abitare la metropoli
http://blog.efremraimondi.it/gabriele-basilico-quaderni/
è stato da poco pubblicato da Contrasto Editore, sia il volume 2 Glasgow. Processo di trasformazione della città. 1969
http://blog.efremraimondi.it/gabriele-basilico-quaderni-vol-2/
che questo, non sono ancora disponibili. Purtroppo.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

In pieno sole. 1977, 48 pagine.
Brossura cucita, formato 14,5 x 19,8 cm.
Testi: Antonio Bozzo, Claudio Guenzani.
Postfazione Giovanna Calvenzi.
Progetto grafico e impaginazione di Maurizio Zanuso.
Realizzazione editoriale, Studio Guenzani.
Finito di stampare il 20 gennaio 2014 presso Arti Grafiche Meroni.