Italo Lupi – Interview


Italo Lupi by Efrem Raimondi ©Efrem Raimondi

 

 

Italo Lupi…
In realtà non sono molte le persone nei confronti delle quali ho un debito di riconoscenza.
Italo Lupi è una di queste.
Stima totale.
E vero affetto.
Non vado oltre… aggiungo solo che per me è un onore collaborare con lui.
E sono davvero orgoglioso di avere delle immagini pubblicate nella sua Autobiografia grafica, uscita nel 2013 e che il New York Times ha incluso nella top ten dei libri illustrati.
Mica chiacchiere…

L’intervista, integrale, segue un po’ il tracciato del libro.
Che è qualcosa di spettacolare. Per contenuto e forma.
Realizzata nel giugno scorso, è rimasta ferma tutto ‘sto tempo in attesa del ritratto che pubblico.
E che proprio non si riusciva a fare per diversi motivi.
Il 16 dicembre ci siamo riusciti.
È uno dei tre che ho realizzato. Gli altri al momento li tengo per me.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

I N T E R V I S T A   I N T E G R A L E

E.R.  Autobiografia grafica è un libro elegante, colto, ricchissimo… un libro di grande potenza che attraversa quarant’anni e più del tuo percorso.
Ed è di una magnifica leggerezza, a partire dalla scelta editoriale: non ha una cadenza cronologica, perché?

ITALO LUPI. Bah, perché mi sembrava noioso dare una sequenza strettamente cronologica a un libro che invece si muove attraverso dei segmenti di vita che hanno percorsi differenti, ma che riconducono però ogni volta a qualcosa che mi pare chiaramente espresso… si parla di quand’ero ragazzo, poi si parla dei primi progetti, poi si salta a progetti abbastanza recenti per passare a una divisione un po’ schematica in argomenti tipologici differenti: dai manifesti agli allestimenti, dalla piccola architettura all’editoria ecc. però evitando che ci fosse una cadenza temporale stretta anche perché il titolo AUTOBIOGRAFIA GRAFICA promette un po’ di più di quello che poi il libro dice… perché non è una vera e propria biografia. Però il connettere ogni lavoro fatto a un periodo, a una riflessione sulle esperienze di vita, mi è sembrato una cosa che potesse essere un attivatore, passami il termine, di emozioni, ricordi, cose che ognuno di noi macina dentro di sé mentre costruisce i propri lavori.
Per cui anche culturalmente, evitare la cronologia mi sembrava cosa più leggera e meno didascalica… meno scolastica insomma.
Che poi non è un escamotage per evitare la noia, perché una vera biografia non è affatto noiosa se racconta di una vita avventurosa… forse la mia non è stata così avventurosa – risata – mi sembrava però più intelligente riuscire a connettere le cose per dei fili sottili che si intrecciano lungo il percorso di una vita…

Una sequenza però esiste… non sarà cronologica ma esiste un fil rouge…
Sì certo! Ma è un po’ come quando fai un’impaginazione – e poi ti dico perché questo libro mi ha insegnato molto sull’impaginazione –ti muovi partendo da uno schema mentale, da una gabbia che infrangi continuamente perché non è la gabbia in sé che rende ben fatto il lavoro… ma è la gabbia che ti riordina e ti dà una dimensione, e come spesso succede, quelli che sono dei recinti ti danno più ordine e intelligenza e anche più fantasia, non una fantasia dissennata. E allora questo fil rouge esiste, e spero si avverta con la costanza di un certo affetto verso le cose e le persone… il tributo dato a tutti quelli a cui devo qualcosa, pubblicando non solo miei lavori ma anche i lavori di chi mi ha influenzato e mi spiace che il libro abbia solo 400 pagine perché volevo mettere ancora più citazioni e contributi…

Quante pagine in più ci sarebbero volute?
Tante! Per mettere tutti quelli che hanno contribuito… un affetto non solo nei confronti delle persone che mi hanno veramente aiutato, ma anche per le cose fatte, per la manualità… il fatto di essere onesti con se stessi e con la gente: cioè sfuggire da un certo conformismo, che in qualche modo sto constatando, in modo benevolo, sulla mia pelle.

Interessante… cioè?
Ma… io son sempre stato abbastanza appartato malgrado facessi un lavoro molto pubblico come direttore di Abitare o art director di Domus… però non ho quasi mai partecipato a dibattiti, non ho mai concesso interviste inutili, salvo questa naturalmente…
Be’, questa è la più inutile che potevi fare ed essendo l’unica ce la possiamo in qualche modo concedere – ridiamo entrambi
… un certo conformismo, una certa improvvisa deferenza dopo la pubblicazione di questo mio libro… mi danno il Compasso d’Oro alla Carriera… mi chiedono interviste… insomma tutto avviene un po’ trainato da questo piccolo successo: mi chiamano a parlare, io mi rifiuto… squillano i telefoni… insomma è tutto un po’ facile… stamattina mi telefonano per prendere l’impronta della mia mano…

Insomma ti infastidisce abbastanza si direbbe… secondo te è un po’ il frutto del surplus mediatico nel quale ci troviamo…
Certamente sì. Un surplus mediatico che si indirizza a delle persone che acquistano un minimo di notorietà. Che poi intendiamoci, io sono molto contento perché su questo libro sono uscite due pagine sul Manifesto, una pagina su Repubblica, una pagina sul Corriere, una sul Sole 24ore, una su La Lettura, una su La Stampa, cinque pagine su Domus… più di così…

A proposito, il New York Times ha incluso Autobiografia grafica nella Top Ten dei migliori libri illustrati del 2013… così, a margine.
Sì, e a proposito c’è un’intervista di Steven Heller, che firma la colonna Visuals per la NYT Book review… personaggio molto importante negli Stati Uniti per il design e la grafica… grandissimo conoscitore della grafica italiana a partire dagli anni ’20…
Una recensione molta bella ed esauriente è stata fatta da Elisa Poli su Domus on line. Davvero ben fatta.
E, insomma, sono abbastanza sorpreso della risonanza che questo libro ha avuto… tu c’eri in Triennale alla presentazione?
Certo che c’ero! E c’era una marea di gente fuori che non trovava posto… è stata una serata molto bella… ti avrà fatto molto piacere immagino.
Ecco, io credevo che al massimo avremmo riempito le prime cinque file… mi ha fatto molto piacere perché mi sembrava che non ci fosse quell’esibizionismo mondano che spesso c’è in queste cose, anche giustamente: in questo caso mi sembrava che fossero tutte persone che avevano lavorato con me, o miei amici…

Be’, ma c’era un pubblico anche molto trasversale, non necessariamente legato al design o alla grafica stretta: ho visto una gran bella Milano quella sera.
Ma è chiaro che non mi dispiace affatto che ci siano state quelle critiche che ho citato, serie e ben fatte, è un certo surplus che si presenta come un’ondata che trovo più che fastidioso, inutile… che sembra un po’ il riflesso del ”non si fa mai fatica”… in fondo di cosa mi vanto degli anni passati a dirigere Abitare se non del fatto di aver cercato di scovare delle nuove intelligenze che non avevano nessuna appiglio o credenziale di vantaggio per me e per tutta la redazione, che a questa ricerca partecipava, ma di avere pubblicato tutti ragazzi che adesso hanno notorietà: sono stati tutti pubblicati per la prima volta da noi su Abitare… fotografi di cui mi servivo, tra cui anche un certo Efrem Raimondi, o Toni Thorimbert… erano persone che a quell’epoca erano molto giovani. Anche illustratori… insomma ho cercato di essere libero da condizionamenti di varia natura dall’inizio del mio lavoro. E questo credo che mi abbia ripagato 40, cinquant’anni dopo perché credo di non aver mai fatto, e lo dico con molta serietà, nulla per interesse personale o di aver mai fatto cose legate alla pubblicità quando facevo le riviste, mai! E questo viene ripagato… felice di aver fatto un libro che trovo divertente soprattutto perché è molto nuovo come miscuglio di professioni, e di cose della vita, di aver riprodotto grandi dei disegni non miei ma di altri che hanno contribuito alla mia crescita mentale, culturale e affettiva. E questo non è così comune.

Hai dichiarato che questo è un libro sulla nostalgia ma non è nostalgico: ci spieghi p.f.?
Sì, questa è una frase di Giannino Malossi e che io ho ripreso. Ed è così… è vero… ma non è che abbia nostalgia, ho un bel ricordo di tutte le cose che mi son capitate nella vita… son stato fortunato, non so…

Subito all’inizio, decrivendo gli anni del ginnasio con quelle che chiami prove di manifesti per cose che mi erano care, queste le descrivi come ingenue: che valore ha per te l’ingenuità, quella iniziale? È possibile in qualche modo mantenerla?
Credo sia assolutamente fondamentale mantenerla, l’ingenuità, che ti porta poi a dei risultati che sono meno ingenui di quando facevo certe cose con la tempera troppo diluita ecc. però l’ingenuità, cioè porsi un po’ vergini di fronte ai fenomeni che devi affrontare e farli diventare come delle iconografie generali, è necessario.

La tua attenzione alle font tipografiche mi è sempre parsa evidente… il rigore col quale tratti il carattere fa pensare che tu lo ritenga di per sé soggetto: vero?
Certamente! Non è vero rigore… perché non mi pare di essere stato rigoroso. Non so se hai letto il ricordo che ho fatto di Massimo Vignelli sul Sole 24ore di domenica primo giugno… Lui aveva un grande rigore, limita a tre caratteri, quattro con l’aggiunta del Futura, l’utilizzo che lui fa della tipografia.
Do molta importanza al carattere tipografico, però penso che i caratteri siano tanti… ce ne sono di bellissimi e nei primi tempi di utilizzo del computer sono stati distrutti da una mania deformante… stringi, allunga, tira… cose del tutto inutili. Adesso non dico che si sta ritornando all’ordine, ma è più chiaro che già è stato detto tutto nel campo dei caratteri. Per cui mi sono sempre servito dei caratteri di buon disegno, anche molto differenti perché passo dal Caslon corsivo, all’Helvetica ovviamente… News Gothic, ai caratteri con le ombre…

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Ce n’è uno che prediligi in assoluto?
Potrei dire Helvetica e Bodoni sicuramente… sono due caratteri fondamentali: uno con le grazie – come dicono gli inglesi serif – e uno sans serif come l’Helvetica o il Futura, certamente sì. Però l’aver usato in modo un po’ bulimico ogni tipo di carattere…non so…un pregio, un difetto… insomma me ne sono un po’ infischiato di essere così coerente, anzi l’incoerenza è una cosa che si legge un po’ nel libro, perché m’interessa di più… la difficoltà nel mio lavoro è quella di avere la capacità di selezionare, di eliminare molto di ciò che ti viene in mente quando ti propongono qualcosa e di scegliere la migliore, cosa che non è detto che sia avvenuta: la sottrazione è un punto di difficoltà ma è fondamentale.

Parlavi di gabbia prima, di un luogo che in qualche modo dà una dimensione… mi viene da chiederti: diresti a un giovane che avere degli argini, un recinto è importante e aiuta?

Ma di aiuto mentale! In tutte le cose… nella cultura e anche in politica, perché uno che sa darsi degli argini, dei margini, è ancorato al realismo delle cose.
E se non sei ancorato al realismo non riesci a fare delle cose di piena fantasia… chi pensa che non ci sia nessun limite poi in qualche modo implode… soprattutto fa delle cose inutili e nulla è peggio dell’inutilità e del surplus che si sta creando.
Questo libro, a proposito di gabbia, mi ha insegnato una cosa che ritengo fondamentale da utilizzare: questa volta mi muovevo tra le pagine senza avere il minimo schema di gabbia. Mi sono semplicemente mosso a seconda della situazione, se dare più o meno peso alla parola piuttosto che al disegno o alla fotografia. Un’enorme libertà, proprio infischiandomene… però dico questo arrivato alla bellezza della mia età – ride – mi sono proprio divertito

Cos’è un MARCHIO?
Quale il tuo approccio nel realizzarlo?

Il tentativo che faccio è di sintesi molto forte, molto evidente…
poi non sempre ci si riesce, perché la vita è più difficile di quanto si pensi.
Quelli che più amo sono quelli che o attraverso il carattere tipografico o attraverso la sua trasformazione in un’immagine riescono a dare del soggetto di cui tu fai un logo o un marchio, un’idea immediata.
Posso alludere al Museo Poldi Pezzoli… non è una MPP scritta storta o in diagonale… e racconta tutto perché moltiplica l’icona principale, la Dama del Pollaiolo e te lo rende leggibile, forse indimenticabile. Un marchio è quella cosa che nella sintesi più estrema esprime qualcosa di più che non sia quello che tu solo pensi, ma che vedendolo possono pensare anche gli altri.

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Ci parli del manifesto per i 50 anni della Vespa, p.f.?
Se dovessi rifarlo non farei l’errore che ho fatto. Perché son due i manifesti: uno che è quello che ho fatto con la Vespa di cartone ondulato che poi esecutivamente ha fatto Marina del Cinque che lavorava nel mio studio… ma è l’altro l’errore, quello della metropolitana di Londra, un diagramma che adesso si vede dappertutto, ma allora, nel 1996, non si usava affatto. E l’errore è averlo fatto su fondo nero perché non ti ricorda la metropolitana di Londra che è sempre stampato su fondo bianco. Anzi, voglio ridisegnarlo…

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Sei stato art director di Domus, direzione Mario Bellini, dal 1986 al 1992. Poi hai diretto Abitare fino al 2007: quali le differenze del tuo intervento?
Tra l’art direction e la direzione? Non molte. C’è sì una differenza tra le due riviste, ma a Domus facevo un po’ più dell’art director… non dirlo a Bellini però è così, con lui si discuteva, e lui suggeriva tutto, ma ascoltava anche le mie proposte, si facevano le cose… E poi penso che il termine art director debba essere superato da art… non so, da editor, da redattore in genere: in fondo trovo che non si tratta di impaginare bene una rivista, ma devi avere una memoria lunga delle cose che hai visto. E credo di avere molta memoria delle immagini che ho visto, che ho preso e che ho sfruttato… perché poi io son rimasto con le urla del ’68 che gridavano la proprietà è un furto, e oggi mi viene da sorridere con un po’ di rabbia quando sento quelli che se pubblico una fotografia che è diventata ormai un emblema di un periodo, mi arriva – dagli stessi – la lettera dell’avvocato. Ma la cosa peggiore è che è accaduto addirittura per una città… ho fotografato una poltrona a Parigi e il comune mi ha mandato una multa perché non avevo pagato i diritti sull’uso improprio dell’immagine della città. Questa idea di fare tutto per profitto è orrenda…
Va be’…
La vera differenza comunque tra Domus e Abitare è che mentre la prima era una rivista che si rivolgeva esclusivamente a professionisti architetti o designer, abituati al linguaggio e poi non essendo io il direttore… mentre con Abitare mi rivolgevo a un pubblico molto più vasto, variegato e trasversale. Il merito di Abitare quando lo facevamo noi, era quello di avere una grande curiosità che si espandeva in campi molto differenti da quelli di cui solitamente le riviste di architettura si occupano. Adesso potrei dire è proprio la curiosità a mancare, anche per quelle web: bisogna avere una curiosità che va al di là dei confini disciplinari di cui ti occupi come rivista, perché sono queste curiosità che danno il sale alla minestra.

Cos’è il disegno urbano e quali le ragioni di intervento, sia nel tessuto metropolitano che nella piccola cittadina? I tre anelli che incorniciano la Mole Antonelliana di Torino sono da intendere in questa direzione? Com’è nato il progetto?
Il disegno urbano… è come nel ‘700, si fa per fare festa, anche se non è solo questo. E si interviene soprattutto in occasione di avvenimenti, come per esempio le Olimpiadi di Torino. E a questo proposito, a chi genericamente accusa di disonestà nelle grandi opere in Italia, vorrei ricordare che per le Olimpiadi di Torino sono affluiti molti miliardi eppure non c’è stato un solo caso di frode o di imputazione, e sono molto orgoglioso di avere partecipato a un’esperienza del genere, che ha trasformato una città bellissima come Torino, lasciando anche una scia…e un grande ricordo nella città.
E allora, perché fare arredo urbano? Perché certe cose necessitano di una segnalazione più forte e perché no, anche di festa. Alcuni interventi urbani danno gioia alle persone, anche inconsapevolmente. E anche per piccole cose. L’Expo di Milano ci ha dato l’incarico di disegnare le bandiere delle varie nazioni che partecipano all’evento. A partire dalle prime 12 che hanno aderito all’Expo e poi via via fino a arrivare alle attuali 144 ufficiali. Queste bandiere sono due anni e mezzo che sono esposte, e sono ancora perfette, ben tirate ed è un esempio di come le cose possono essere fatte bene: una struttura di grande pulizia dotata alla base di una seduta che ospita del verde e dove ci si può sedere. E siamo gli stessi, Ico Migliore, Mara Servetto e io, che abbiamo riempito di rosso Torino con le bandiere per l’Olimpiade. L’arredo urbano si può fare bene, anche nelle piccole cose che poi sono quelle che danno davvero gioia a chi la città la abita. Penso in buona sostanza a un arredo che poi resta…

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Come per i tre “anelli” della Mole a Torino…
Sì… pensa che il quotidiano La Stampa aveva fatto un referendum e il 99% dei torinesi ha voluto il mantenimento anche oltre il periodo. Adesso finalmente li hanno tolti, perché troppo a lungo poi le cose annoiano…
Che poi l’idea, non tanto di fare i tre anelli, prima rotondi e infine quadrati, ma di illuminare la Mole è stata di Anna Martina… ed è stato molto divertente farlo… anche seguire tutta la parte che ha riguardato issare fisicamente e che è stata opera di una squadra di scalatori, proprio di quelli che vanno in montagna, e che normalmente si occupano della pulizia dei vetri dei grattacieli… e anche della Mole stessa che tra l’altro ha una particolarità e cioè che ogni metro e ottanta per 1,80 c’è un anello di ghisa robustissimo per cui tutta l’operazione è stata molto semplificata, sia salire che fissare l’opera… Alessandro Antonelli, l’architetto della mole, era davvero un genio.

Cos’è stato Printed in Italy? Meraviglioso libro del 1988…
Sì, molto riuscito – sorride. Un esercizio… un bell’esercizio di grande libertà e soprattutto di dimostrazione al cliente, l’Associazione Nazionale Italiana Industrie Grafiche Cartotecniche e Trasformatrici, che l’idea dalla quale era partito e cioè di fare un libro che dimostrasse la potenza dell’associazione attraverso una serie di vedute aeree di stabilimenti tipografici… ma ti immagini alla terza, quarta foto di stabilimento la noia? E allora ho semplicemente suggerito di utilizzare una serie di tipi di stampa differenti, con carte differenti, di autori differenti, chiamare un po’ tutti i grafici del mondo, che era più piccolo di quello attuale… insomma un esperimento e davvero un divertimento notevole, con una qualità di stampa superba a cura della Tipografia Meroni…
Era l’ultima questa, vero?

Abuso del tuo tempo: chi era e cos’è stato Achille Castiglioni?
Un simpatico intelligentissimo papà…
Be’ però! Questa mi sembra una risposta esaustiva…
Sì… – sorride.

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Hai lavorato con diversi fotografi, per esperienza diretta posso dire che è un vero piacere collaborare con te, perché la dialettica diventa elemento fondamentale del percorso creativo: quale il tuo rapporto con la fotografia? Cosa chiedi a un fotografo? Tra l’altro se non ricordo male tu fotografavi…
Sì… ho fatto anche interi numeri di Abitare con i miei reportage fotografici… adesso non ho più tempo né voglia forse…
Vero, ho lavorato con diversi fotografi. Qual é il rapporto? Ma… innazitutto di tipo realistico, cioè la forma delle cose. Non è che non sopporto, perché non è così, però quando leggo e vedo giovani fotografi che fotografano i margini… dopo venti volte che vedo dei marciapiedi rotti la cosa m’interessa meno. A me piace fotografare con delle persone che hanno sangue nelle vene e un interesse reale per le cose della gente… e di quelli che ho scelto, coi quali ho collaborato, non mi sono pentito… di nessuno, e non solo dal punto di vista professionale ma anche sul piano della dialettica, dello scambio di idee, della discussione… poi non sono un grande teorico…

Per concludere, che idea hai dello stato del’editoria periodica italiana?
É il momento più alto della sua storia, ma non solo italiana… un po’ in tutto il mondo – ride proprio – Però è tragico… tragico pensare che riviste come… va be’ non farmi dire…

Ultima. Proprio alla grande… il Compasso d’Oro, che hai appena ricevuto…
Sì, alla “Carriera”… No, non me l’aspettavo… averlo ricevuto insieme a altre persone… Armani… Mendini… Sapper… e altri che obiettivamente hanno una notorietà maggiore della mia, mi ha fatto inorgoglire e un po’ intimorire a dire il vero… mi sembra sempre poi quelle cose alla Carriera che vengono date alla fine della professione attiva, e allora sai… dal sapore un po’ tombale e invece io spero di no! A parte gli scherzi è stato un gesto davvero affettuoso da parte dell’ ADI…  – Associazione per il Disegno Industriale.

Be’ insomma… se prendiamo appunto la tua Autobiografia Grafica che è un condensato notevole del tuo lavoro nel corso di questi anni; è anche un momento di sintesi e per qualche raro smemorato un momento di riflessione su un percorso alto che è stato molto importante…
Ma in effetti mi piacerebbe molto vincere il prossimo Compasso d’Oro per il libro… quello mi piacerebbe certamente, forse sarebbe giusto… nel senso che è un libro insolito soprattutto perché cambia molto l’impianto solito delle monografie nel campo del graphic-design e del layout exhibition design… perché spero sia proprio una riflessione sulla disciplina progettuale, sulla cultura, sulla vita.

Milano, 10 giugno 2014
© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Italo Lupi, Efrem Raimondi Blog

Autobiografia grafica, Italo Lupi.
Corraini Edizioni, 2013.
378 pagine, illustrato, rilegato, 20,7 x 26,5 cm.
€ 50,00

AGGIORNAMENTO 9 NOVEMBRE 2015

ITALO LUPI BY EFREM RAIMONDI

Politecnico di Milano: Laurea Magistrale ad Honorem in Design della Comunicazione.

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Portfolio e Workshop

Efrem Raimondi, portfolio

 

Portfolio…
Innanzitutto è un luogo.
Ordinato e di bella presenza.
Una bellezza essenziale.
Sobria. Dove le immagini sono il soggetto… alias, un percorso visivo che si esprime in tua vece.
Non importa se relativo a un cosiddetto progetto risolto in dieci immagini o alla visione – faccenda più ampia e complessa – che si ha di un tema, tipo ritratto, design, moda, architettura, reportage ecc, dove venti diventa il numero minimo per definire la cifra espressiva.
Quello massimo tra trenta e cinquanta, dipende dall’impaginazione. Che conta anche lei.
Perché è a questo che serve un portfolio: dare un’identità, che non coincide con l’infilare una serie di fotografie emozionanti.
L’emozione, oggi, è alla portata di tutti. Il linguaggio no.
E non è neanche una mostra, né un sito, né tantomeno un blog in rima baciata.
Il portfolio sei tu al netto di qualsiasi scusa e spiegazione.
Al netto anche del tuo cappottino all’ultimo grido.
Quando lo presenti, fai finta di essere altrove, meglio… io facevo così: se interpellato parlavo, se no nisba.
Il mio era cartaceo.

Efrem Raimondi, portfolio

Efrem Raimondi, Portfolio

Anzi, i miei quattro più uno erano cartacei.
Uno dedicato al ritratto; uno al design; uno alla pubblicità e comunicazione aziendale; uno al mio girovagare… città, musei e tutto l’ambaradam urbano, niente landscape.
Il più uno riguardava le opere, le prints insomma. Anche landscape.
Parlo al passato ma in realtà sono ancora qui, davanti a me che appunto li sto fotografando.
Però non ci metto mano da anni.
Perché se devo far vedere qualcosa ricorro a pdf, slideshow e compagnia digitale assortita.
Non è la stessa cosa: il cartaceo sarà un po’ romantico, ma la sua potenza ineguagliata.
Perché se la visione è statica, non c’è nulla di meglio di una buona stampa.
Oltre al fatto che è più affidabile, e se anche spedisci all’altro capo del mondo, hai la certezza che ciò che viene visto non può essere frainteso da nessun hardware.
Se si tratta di una presentazione dove la qualità della visione è imprescindibile, ricorrerei ancora alla stampa.
Con la tempistica attuale, che è spesso frenesia pura, succede di rado.

Efrem Raimondi, portfolio

Efrem Raimondi, Portfolio

Efrem Raimondi, PortfolioRicordo che i monitor dovrebbero avere un profilo colore frutto di una profilatura: è più facile incontrarli nei fotoclub che nelle redazioni. Già le gallerie son messe meglio. E comunque poi vogliono il cartaceo.
E la stampa è preferibile anche nei vari reading, quelli che non mancano mai in tutte le manifestazioni del mondo.
A cosa servano, e a chi sono utili, è un’altra faccenda.
Ma se non hai un portfolio, scordati di far vedere seriamente le tue immagini.

Questo è anche un invito a non mandarmi e mail di contenuto iconografico, o link vari… a Flickr e similari: non è così che si mostrano e si guardano le immagini.
Una questione di attenzione innanzitutto al proprio lavoro.
Se di lavoro si tratta. Se è davvero un impegno nel quale si riversano energie e aspettative.
Anche se non è al momento ciò con cui campi, il punto è a cosa miri.
Se è solo un passatempo, non me ne frega niente: la regola è la stessa.

Ogni tanto mi capita di fare dei portfolio reading, individuali e privati. E pubblici, con una persona davanti e il mondo intorno.
Ed è un impegno che prendo molto sul serio. Per un motivo molto semplice: anch’io sono stato dall’altra parte, e ciò che mi premeva, se ero presente, era avere delle risposte.
Perché è così che funziona… la fotografia pone delle domande: tu sei in grado di dare risposte?
Indipendentemente dal livello della domanda, riesci a modulare una risposta che sia utile?
Non tutte le domande sono uguali, così le risposte.
E nessuna risposta è la verità. Ma a seconda della sua qualità può essere davvero utile.
O l’ennesima perdita di tempo. E di denaro.
Non è per niente facile fare un portfolio, soprattutto se il proprio e all’inizio.

Efrem Raimondi, Portfolio

Non è facile neanche la sua lettura.
È un lavoro. Che sempre più spesso mi viene richiesto.
Non so perché, ma è così.
Quindi ho deciso di istituzionalizzarlo. Attraverso due step distinti:

1 – incontro di  due ore sola lettura. Cartaceo preferibile, ma anche digitale se non se ne ha uno pronto.
La questione vera, quella che per me ha davvero un senso, è però andarlo a costruire il portfolio, quindi nel caso ci fossero le condizioni…

2 – altri due/tre incontri, dipende, sempre di due ore, dove si definisce con precisione  l’intero portfolio.

C’è poi un altro percorso, indipendente dal portfolio.
Formalizzo anche questo.

One-to-one innanzitutto, eventualmente estendibili a gruppi di tre persone massimo.
Non è una semplice consulenza… mi fa schifo il concetto.
Si tratta di individuare percorsi personalizzati che siano reale motivo di riflessione e crescita. Dove la tecnica non è bandita, ma presente solo come supporto motivato dalla circostanza specifica.

La si vuole chiamare didattica? Chiamiamola didattica.
Solo che è la mia.

Sembra la figura di tutor? Ma lasciamo che sembri.
Anzi è.
Per i workshop, quelli collettivi, se ne riparla. C’è tempo… adesso detto le priorità.
E cioè la mia idea di workshop. Che non dura un weekend. Ed è altra roba.
Anzi, per dirla tutta e molto chiaramente, è questo il mio workshop.

Per qualsiasi informazione, questa è l’e mail:
  portfolio@efremraimondi.it

Efrem Raimondi, Portfolio

portfolio@efremraimondi.it

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Questo Paese

Questo Paese, Efrem Raimondi BlogA me fanno sorridere quelli che Facebook non ci penso neanche…
Perché la questione social è un capitolo particolare, con eccezioni e distinguo.
Per dire: Questo Paese, cioè questo libro  nasce da un gruppo infilato in Facebook…
WE DO THE REST
Ed è un esempio di come la parola Progetto qui abbia una valenza reale e precisa.
Infatti adesso è un libro.
Che si deve alla volontà e all’intelligenza di Fulvio Bortolozzo, e che è appunto il curatore.

Venticinque autori per settantacinque fotografie.
E come recita il sottotitolo, Osservazioni fotografiche nell’Italia contemporanea. Alcune di queste non sono tanto nelle mie corde, ma questo c’entra poco. Quello che conta è che partendo da Ghirri c’è chi cerca un altro binario espressivo. Perché mica è lo stesso paese, quello di Viaggio in Italia
Nel 1984 e in quel fondamentale libro, c’era una certa caparbietà… una volontà oltre la ragione. A tutti gli effetti ha dato la cifra a uno sguardo ottimista. E la visione del paesaggio è stata un’altra.
Oggi non è più così. E bisogna trovare una cifra espressiva che sappia superare un ottimismo inesistente. Senza cadere nella facile, e anche un po’ didascalica, iconografia delle macerie… che palle!
Non è facile.

Questo Paese, Efrem Raimondi BlogBenedetta Falugi – Mattia Sangiorgi – Tiziana Sansica – Luca Moretti – Antonio Armentano

Questo Paese, Efrem Raimondi BlogNino Cannizzaro – Gaetano Pareggio – Luca Capello – Luca Migliorini – Andrea Lombardo

Questo Paese, Efrem Raimondi BlogMattia Parodi – Bruno Picca – Roberto Bianchi – Domenico Cipollina – Sandro Bini

Questo Paese, Efrem Raimondi Blog

Paolo Fusco – Salvatore Lembo – Mauro Thon Giudici – Carlo Corradi – Ilenio Celoria

Questo Paese, Efrem Raimondi Blog

Rodolfo Suppo – Franco Sortini – Claudia Corrent – Giancarlo Rado – Giacomo Streliotto

In Questo Paese ci sono anche i testi di: Marco Benna, Gianni Mazzesi, Anna Mola, Enrico Prada, Nello Rossi, Umberto Sartorello. Più la prefazione di Fulvio Bortolozzo.
E anche uno mio. Una breve riflessione che qui ripropongo integralmente.


Il mondo è un altro. Stupisce che ci sia un buon numero di persone che non se ne siano accorte.
E il motivo è riconducibile a un solo fatto: non sono materialmente toccate dallo sconquasso.
L’ambito fotografia è di fatto uno dei più ribaltati.
Come sempre, la medaglia ha due facce.
Nella circostanza mi interessa solo quella che ha concretamente permesso questo progetto. Che è la faccia positiva quindi.
Quella che solo la centralità della rete, del Web insomma, rende possibile.
Quella che trova nella condivisione il plus dialettico.
Usando bene il setaccio l’arricchimento è indubbio.
E infatti siamo qui.
Quando è uscito Viaggio in Italia (1984), a cura di Luigi Ghirri, quello che realmente è accaduto è che è stato tracciato un solco visuale non solo sul paesaggio italiano in quel momento, ma sul modo di rappresentare  e restituire il paesaggio tout court.
In ampia scala con gli accenti sul marginale e il silenzio.
Il distacco partecipato, potremmo dire. Tutt’altro che impassibile.
Che è diventato un binario.
Nel frattempo, anche l’Italia è un’altra. E le contraddizioni aumentate: noi siamo un paese insanabile.
E mentre il tempo ghirriano è ancora ottimista, in un certo senso progressista e partecipato, qui si prende atto che non è andata così.
E l’osservazione più distaccata.
Questo Paese, cioè questa produzione, questa fotografia, si trova in un punto intermedio.
Non è facile…
E il binario ghirriano non ancora metabolizzato completamente.
Solo che in questo caso vedo alcuni prodromi per una visione che è altro. Magari ancora parallela a quel binario, ma appunto non coincidente.
Insomma mi sembra che le basi per immaginare lo scarto, qui ci siano.
Ed è uno scarto salutare. Dobbiamo convincercene.
E insistere.

Milano, novembre 2014.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Preview libro

Questo Paese, Efrem Raimondi Blog

Questo Paese, blog dedicato

Questo Paese, Efrem Raimondi Blog

Camera doppia, il blog di Fulvio Bortolozzo

Camera Doppia Blog

Ho scelto un’immagine per autore tra quelle disponibili nella preview del libro.
Sempre nella preview sono leggibili tutti i testi.

Il tutto generato da una pagina Facebook.
Ma perché soltanto tre fanciulle?

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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MuFoCo – ASTA

Questa asta è a favore del Museo di Fotografia Contemporanea, il MUFOCO, come tutti lo chiamiamo.

Ed è un impegno che ha come protagonisti i fotografi… cioè noi in generale.
Nello specifico coloro che si trovano in questo catalogo:

Efrem Raimondi per MUFOCO

L’asta si tiene SABATO 13 DICEMBRE, ore 17, presso LA TRIENNALE DI MILANO – Salone d’Onore.
Banditore Fabio Bertolo, della Casa d’aste Minerva Auctions di Roma.
Le opere sono visibili nella stessa giornata, ore 12 – 16,30.
Qui tutte le informazioni a riguardo: http://www.mufoco.org/fotografi-per-il-mufoco/

Io partecipo con questa fotografia: Philippe Starck.
Un ritratto del 1996, FINE ART Giclée ai pigmenti, 40/50 cm, tiratura 1/20.

Philippe Starck by Efrem Raimondi

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

A NOI CI FREGA LO SGUARDO – Asta

Di corsa.
Mi scuso.
A volte il tempo , il mio, si ferma.
Sono in colpevole ritardo… spero non troppo.
Questa è la prima delle due aste benefiche alle quali partecipo quest’anno.
Con due opere distinte.

A NOI CI FREGA LO SGUARDO, direzione artistica di Denis Curti.
Martedì 2 dicembre alle 18,30 alla Galleria d’Arte Moderna di via Palestro 16, Milano.
A favore di  COMUNITÀ NUOVA ONLUS DI DON GINO RIGOLDI

Tutte le opere sono già visibili in sede d’asta – da ieri…
Questo il  CATALOGO

Banditore d’asta, Clarice Pecori Giraldi, Senior Director di Christie’s Europa.

E volendo, le opere sono già prenotabili  QUI

Queste le  INFO

Partecipo con Impronta Uno, stampa libera. Lotto 19.

A NOI CI FREGA LO SGUARDO

Colore NERO

Efrem Raimondi Blog - Nero Pastoureau

 

Il colore è un concetto.
Non una verità Pantone.
Ed è un concetto variabile, a seconda dell’epoca in cui lo si percepisce e si usa.
Noi diamo per scontate troppe cose…
Un esempio per tutti: il colore blu c’era, ma i greci non lo sapevano.
Non riconoscendolo come colore, non aveva una denominazione.
E mare e cielo vengono descritti con un sacco di sfumature.
Mai col Blu.
Non lo vedevano?
È la domanda che si trova in I colori dei nostri ricordi, sempre di Michel Pastoureau, il maggior esperto al mondo di storia del colore.
Che non ha illustrazioni, che non riguarda nello specifico il Nero, ma che non si può evitare di leggere. Perché qui il colore in quanto tale è soggetto assoluto, ma relativo nel racconto della vita di ognuno di noi.
Senza neanche sforzarci tanto, pensiamo a un daltonico.

Il colore è un concetto. Non una verità Pantone. Ed è un concetto variabile, a seconda dell’epoca in cui lo si percepisce e si usa. Un esempio per tutti: il colore blu c’era, ma i greci non lo nominavano non riconoscendolo. E mare e cielo vengono descritti con un sacco di sfumature. Mai col Blu. Non lo vedevano? È la domanda che si trova in I colori dei nostri ricordi, sempre di Michel Pastoureau. Che non ha illustrazioni, che non riguarda nello specifico il Nero, ma che non si può evitare. No.

Il nero, come del resto il bianco, per quasi tre secoli sono stati vissuti come dei non colori: più o meno tra la fine del Medioevo e tutto il XVII secolo.
E un po’ oltre in realtà, se si pensa che solo all’inizio del XX secolo riprendono possesso del proprio certificato di appartenenza al comune spazio cromatico.
La loro vendetta è iniziata però nel XIX secolo ed  è stata grande: un mondo proprio, dal quale tutti gli altri colori erano esclusi… la fotografia.
Il loro sodalizio diventa un brand potente: BN… B&W.
Replicano col cinema e poi con la TV.
In fotografia continuano a sottolineare la loro differenza: BN da una parte e il COLORE dall’altra.
Separati in casa. Con punte di odio profondo, religioso si direbbe.
Il digitale ha un po’ incrinato alcune certezze creando equivoci, e certo questo bianconero RGB non avrebbe mai la denominazione BN dall’ortodossia analogica.
A ragione… ancora troppo presente la memoria e la prova di un  bianconero pieno, al di sopra di ogni sospetto e di ogni altra traccia cromatica.
Ma tranquilli, il digitale farà piazza pulita di questa memoria.
E così potremo, o potranno i posteri, occuparsi della ricerca del bianconero perduto… una sorta di nuova disciplina del tempo libero.
Per alcuni, i più fighi, una branca dell’Estetica con tanto di corso di laurea.
Rigorosamente quinquennale. Minimo.

Un bianconero digitale è invece possibile…
Basta appunto pensare al nero, e al bianco, come concetto.
Che idea hai del nero?
Pensaci quando lo esponi. E io lo sottoespongo. Perché il nero non è un grigio scuro nel quale sforzare la vista alla ricerca di una traccia del proprio passaggio.
Nel nero voglio affondare.
E quando non è soggetto, è comunque complice perfetto nel dare volume e profondità a tutta la scena. E a tutti gli altri colori.
Per questo mediamente ne aggiungo dal tre al 5% in postproduzione una volta ultimato il tutto. Appena prima di chiudere. Poi chiudo e basta.

In principio era il nero, un intero capitolo, il primo, in cui Pastoureau traccia le linee dell’intero Nero. Storia di un colore.
Che è il percorso storico di questo colore assoluto.
Dalla notte dei tempi, quando Dio dal buio pesto creò la luce, fino al nostro contemporaneo. Che c’entra poco, niente a volte, col Nero che ci ha preceduto.
Una lettura illustrata di oltre duecento pagine. Una meraviglia.
Perché si tratta del percorso millenario di un colore imprescindibile attraverso il relativismo delle epoche. E delle culture.
Anche delle superstizioni.
Un trattato insomma.
Sul Nero. Dove a volte si intrufola il Bianco.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Efrem Raimondi Blog - Nero PastoureauEfrem Raimondi Blog - Nero PastoureauEfrem Raimondi Blog - Nero PastoureauEfrem Raimondi Blog - Nero PastoureauEfrem Raimondi Blog - Nero PastoureauEfrem Raimondi Blog - Nero PastoureauEfrem Raimondi Blog - Nero PastoureauEfrem Raimondi Blog - Nero Pastoureau

Efrem Raimondi Blog - Nero PastoureauEfrem Raimondi Blog - Nero Pastoureau

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Nero. Storia di un colore, Michel Pastoureau.
Traduzione, Monica Fiorini.
2008, PONTE ALLE GRAZIE Editore.
212 pagine, illustrato, rilegato, 23 x 23,6 cm
€ 34,00

I colori dei nostri ricordi, Michel Pastoureau.
Traduzione, Laura De Tomasi.
2011, PONTE ALLE GRAZIE Editore.
240 pagine, brossura con alette, 13,5 x 20,7 cm
€ 16,80

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Fotografia e uova

EFREM RAIMONDI BLOG

 

Prendere due uova di gallina. Se proprio, che siano almeno bio.
Lavarle. Asciugarle. Appoggiarle lì, cioè dove capita.
Prendere un tegame, antiaderente in questo caso, aggiungere un niente di burro e un pizzico di sale fine.
Mettere sul fuoco e appena scaldato, prendere il tegame e ruotandolo fare in modo che la soluzione burro-sale prenda possesso dell’intero fondo.
Che almeno lo inumidisca everywhere.
Riporre su fuoco lentissimo.
Riprendere le uova, uno per volta, rompere il guscio e far prima colare l’albume, quindi il tuorlo nel tegame.
Fuoco lento. Ogni tanto muovere il tegame in modo che nulla si attacchi.
Durante i due minuti scarsi di cottura, effettuare quante fotografie si ritiene con lo strumento che si ritiene, in questo caso un iPhone.
Ma se preferite un banco ottico, sappiate che è possibile.
A cottura ultimata, delle uova fate ciò che vi pare.
Comunque toglierle dal tegame. In modo da poterlo lavare e ricominciare per quante enne volte pare.
Otterrete enne uova e enne fotografie.

Delle uova al momento ce ne freghiamo e ci occupiamo invece delle fotografie.
Sceglieremo la migliore… quella che tale ci sembra.
Quella che ci appaga. Quella che, siamo convinti, faccia BOOM!
Bah…
Il suo destino, a differenza di quello delle uova, ci frega eccome!
Questa fotografia il cui soggetto sembrerebbe essere le uova al tegamino, è facile fonte di equivoci.
La stessa fotografia cambia valore a seconda della sua destinazione.
Se infilata in un ricettario, sarà food; se in un redazionale sulla colazione domenicale nell’Oltrepò Pavese, pura documentazione; se in bella mostra sulla propria pagina Facebook, o Instagram, fate vobis, e lì resta, sarà una delle migliaia di foto postate che chiunque potrebbe lodare, insultare o più probabilmente bypassare; se acquistata da un museo  e appesa a una parete, sarà un’Opera.
Chi lo dice? Il museo lo dice! Certificandola. E tanto basta.
Anche se ne fai prints a tiratura limitata, diventa opera… a patto che qualcuno la acquisti.
A ‘sto punto, e solo a questo, fai pure tutti i distinguo che vuoi e, se ci tieni, attaccati l’etichetta d’artista. Ricordo che son sempre le due uova di cui sopra.
La fotografia è la stessa, l’immagine invece no.
L’immagine ha a che fare con la storia di quella fotografia.
E del suo autore.
È giusto? Non lo è? La fotografia non ha alcuna relazione con la giustizia.
E neanche sempre la sua fortuna dipende dal valore intrinseco. Ma a volte sì. Ricordiamocelo.
E se per caso vedo questa fotografia di uova, e mi vien voglia di mettermi anch’io a spadellare, e ciò che alla fine produco è una fotografia di due uova al tegamino, questa volta sì, l’immagine potrebbe essere la stessa. La fotografia certamente no.
E hai voglia a tirare in ballo la struttura iconografica, come se questa coincidesse col fatto che davanti hai comunque due uova… la struttura di una fotografia, se c’è, risiede nel linguaggio, cioè il come. Per nulla il cosa, cioè le uova.

Morale della metafora: la certezza sta nel cucinare uova.
Almeno finché le galline non si incazzano.
Non nella fotografia.

Efrem Raimondi Blog

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L’assenza

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

L’assenza è visibile. In fotografia visibilissima.
Quel qualcosa che dovrebbe essere presente. Quel qualcuno anche.
E che solo l’assenza rende soggetto.
Ne percepiamo netta la presenza proprio nell’assenza.
Un soggetto anomalo in un tempo sospeso.
Un tempo di secondo livello, ma assolutamente sovrapposto.
Questo tempo sospeso è la nostra cifra… qui miriamo, qui la nostra attenzione massima,
e nella misura del suo grado di sovrapposizione troviamo il motivo del tempo palese, a tutti adesso evidente. Adesso.
Apperò! Giuro che credo in quello che ho scritto.
Vediamo se in maniera figurata rendo l’idea… Photoshop si presta perfettamente allo scopo.
Prendiamo un’immagine, duplichiamola e sul duplicato interveniamo come ci pare sottraendo ciò che ci pare. Sovrapponiamola alla matrice: otterremo un livello altro.
Sul quale intervenire percentualmente col grado di opacità e/o riempimento che ci preme.
Ed è questo grado, in ultimo, che decide cosa sarà invisibile e in che misura.
Cosa sarà invisibile! Ma appunto c’è… sotto da qualche parte, noi sappiamo che c’è.
Photoshop può essere escamotage o strumento vero del nostro linguaggio, ma qui non c’entra.
Qui punto l’indice sul momento in cui l’immagine si crea e diventa matrice.
E in questo momento la visione e la coscienza del secondo livello fanno la differenza: quel tempo sospeso che alla fine coincide è tutto ciò che vediamo. E che di noi restituiamo.
Per questo dobbiamo averne cura.
Concetto complesso ma semplice. Se seguiamo il filo è quasi banale.

Ci sono fotografie che meglio di altre raccontano l’assenza.
E più sono semplici più sono immediate.
La semplicità è un fatto di sottrazione del resto.
Mira sempre una sola cosa: anche ciò che non si vede, è.
E contribuisce in maniera determinante all’immagine finita.
E per me, chiusa.
Nel mio caso, nella fotografia che più mi appartiene, compresa quella altrui, coincide con ciò che si mostra.
Senza sporgermi di un millimetro dal perimetro. Tutto lì dentro.
Perché riconosco quel tempo sospeso senza il quale saremmo solo forzatamente attuali.
E appena dopo, tristemente inattuali. Sperando, chissà quando, di diventare almeno ricordo.
L’attualità prevede un tempo continuo, di durata variabile entro il quale si giustifica la propria presenza.
Qui invece una fotografia che è solo presente e che trova nella sola icona il proprio motivo.
Non si misura con alcun tempo se non il proprio.
Che è solo quell’istante lì. Per sempre.
Dove tutto è un pretesto.
Nessun passato, nessun futuro. Nessuna giustificazione. Adesso e qui, e basta.
Guardare un giapponese. Guardare Araki.
Mica facile.
Ma può succedere.
Per questo ci provo.
Poi chi se ne frega.

Sedevo sulla panchina, sorridevo candidamente, non ricordavo nulla, non vedevo nulla, non udivo nulla, perché ormai ero forse già nel cuore del Paradiso terrestre. *
Bohumil Hrabal.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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* Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa, 1981- Einaudi 1991.

Segnalo inoltre Corpo, moda, immagine by Vilma Torselli per Artonweb e che in qualche modo ha stimolato il mio post:

arton

Le immagini:
– GAP Bambini magazine, 1988,
– FLOS, 1992,
– ANFFAS, no profit ADV, 1990,
– New York, MoMa PS1 Museum, Work/Arte magazine, 2005,
– Madrid, Thyssen-Bornemisza Museum, Work/Arte magazine, 2005,
– Wien, view from GALERIE BELVEDERE, Work/ Arte magazine 2004,
– Milano, Abitare magazine, 1994,
– Lombardia, iPhone Photography, Work, 2013,
– Lombardia, Lago Maggiore, iPhone Photography, Work, 2013,
– Lombardia, Lago Maggiore, iPhone Photography, Work, 2014,
– Milano, Tangenziale Ovest, iPhone Photography, Work, 2013,
– Pinzolo, iPhone Photography, Work, 2014,
– Lombardia, iPhone Photography, 2013.

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Flash – Una pura formalità, 2

 

Sparato addosso… come dev’essere.
Morbido e riflesso… come dev’essere.
D’appoggio… come dev’essere.
Come dev’essere?
La luce più duttile e assecondante che esista.
Ci fai quello che vuoi.
Sembra che tutii ’sti ISO a disposizione ne possano fare a meno.
A differenza degli ASA la cui estensione era robetta, e sempre lì con lo spasmo della luce che non c’è.
Balle! In entrambi i casi, balle.

La luce che ci riguarda non trova nella quantità la sua risposta.
Quale e come. In subordine quanta.
E tutto combinato partecipa con decisione alla cifra della tua immagine. Ne detemina il segno.
La luce basta guardarla per accorgersi che noi siamo poca roba.
E che da lei dipendiamo totalmente.
Poliedrica già nella condizione naturale, esige una relazione cosciente.
Altrimenti ne sei travolto.
Dialogare bene con la luce naturale è la premessa per evitare di sparare flashate.
Correttamente tradotto sarebbe: evitare di sparare cazzate random.
Che una volta che spari, la mira dev’essere certa.
Perché il flash non ammette tentennamenti.

Ho una voglia di prendere un flash adesso, chessò un ring, e spaccarlo da qualche parte!
Picchiare tutta la luce a disposizione e laciare che si perda nella notte che crea.
Quando ho iniziato a fotografare, lo sdegnavo. E per un po’ ho usato la formula classica “No, io no… non tollero il flash… sa di artificiale. Io adoro la luce che mi corrisponde, quella naturale”.
Una formula longeva: ancora qui, immutata… le volte che me la sento ripetere, adesso, mi scappa un sorriso. Garbato… perché le risate in faccia e i contorcimenti d’accompagnamento non mi riguardano. Non di fronte a una manifesta debolezza.
Molto banalmente, non sapevo nulla della luce flash.
Solo che quando la sbirciavo ne rimanevo folgorato.
Dovevo fare qualcosa, dovevo darmi una mossa.
Così tutto è cambiato. È bastato che provassi sotto la guida di chi lo conosceva bene… il mio carissimo e indimenticato amico Franco Vignati, collega di tanti tour per redazioni e di risate al seguito.
Era still-lifieista. Lui mi ha spiegato tutto.

Poi ci ho messo il mio: il flash è neutro, perché si manifesti compiutamente servi tu.
Siamo alle solite… la conoscenza tecnica è imprescindibile per eprimerti come ritieni. Non significa che sia sufficiente, perché di fatto non lo è, ma senza è di gran lunga peggio.
Che poi mica devi essere onnisciente: in fotografia le regole son quelle quattro lì. È come le moduli che fa la differenza.
E se c’è una luce di cui puoi disporre esattamente come ti pare, è quella flash.
Al punto che puoi indurla all’errore, a ciò che chiunque considererebbe un errore mentre per te no, per te è soggetto.
Come per esempio la sovraesposizione assoluta.
O il nero celiniano. Che più nero non c’è: un lampo in una notte senza confine.

A meno di flash incorporati, tipico delle compatte, generalmente la fotocamera la uso in manuale. E il tempo è quello minimo di sincronizzazione. Il più rapido possibile insomma. A meno di un otturatore centrale, non puoi fregartene… col banco ottico è una pacchia invece. Ma anche col digitale hai più margine. E meno scuse.
Calcolo il diaframma sempre, praticamente sempre in luce incidente… esposimetro in zona soggetto e ben puntato sul punto luce principale.
Che in genere per quel che mi riguarda è anche l’unico.
E da qui si parte con varie considerazioni. Che hanno a che fare anche col contrasto, perché quello prodotto vale molto di più di quello postprodotto.
Tutto in un attimo o poco più. Mica ore: e qui conoscenza e abitudine contano. Molto.
Perché è qui che si decide l’immagine.
Compresa la temperatura della luce. Quella di emissione in genere è intorno ai 5.500 gradi kelvin. Che col tempo e l’uso tende a diminuire, scaldando un po’.
E a me non dispiace affatto: amo il caldo secco.
Flash, flash e ancora flash in tutte le salse: monotorcia, generatore, portatile, bitubo, incorporato, ring, bank, para, beauty dish, parabola, diretto, frostato, riflesso, d’appoggio, sparato da qualche parte, in studio, per strada, per campi, di giorno, di notte e alla fine nel cesso. Da un po’ è lì che è finito. Ma adesso lo riprendo… ho una gran voglia di spaccare tutto.

Le immagini che seguono sono semplicemente esemplificative dell’uso che del flash faccio. Ho cercato di evitare la ripubblicazione ma per alcune non ho potuto evitare, sorry.
Situazioni diverse e soggetti diversi. Tutto diverso a volte.
Mi dispiace non poter pubblicare Roberto Bolle, seccato per aria.
Ma ho un impegno col suo management.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Efrem Raimondi Photo

Inna Zobova. Wonderbra/Class mag, 2002
Negativo 4,5/6.
Sopra: Nobodys’ Perfect, Gaetano Pesce/Zerodiegno. Campagna e catalogo, 2002.
Negativo 10/12 e banco ottico.
Entrambe con una sola torcia. Una parabola beauty dish bianca nel caso della Zobova e per Nobody’s Perfect una parabola reflector da 24 cm, frostata.
Frontale dal basso… una luce considerata irreale e generalmente sconsigliata per la sua violenza. Le ombre fanno parte integrante del pacchetto, quindi…

Efrem Raimondi Photo

Ermanno Olmi. Panorama mag, 2008.
Il ring è un discorso particolare…  Considerata erroneamente una luce piatta.
È vero che non crea ombre sul primo piano essendo solidale con l’obiettivo – si può anche disassare volendo e il discorso cambia – ma ha una caduta di luce piuttosto rapida, soprattutto se usato a una potenza non eccessiva. Nel qual caso si ha una ricchezza del dettaglio illuminato che il degrado omogeneo della luce permette di staccare ulteriormente.
Quando sono così vicino preferisco di gran lunga un piccolo Sunpak DX12 a qualsiasi ring da studio: troppo potenti per me, e troppo grande il diametro.
Digitale medio formato.

Efrem Raimondi Photo

Philippe Starck. INTERNI mag, 1996.
Due torce, due generatori. Per un totale di 2.600 W. Non molta roba. A volte è preferibile sdoppiare anziché usare un solo punto luce di pari potenza. Questo se si vuole mantenere costante la battuta di luce su un piano orizzontale esteso. Due bank 50/50 cm, frontali leggermente divergenti, a c.ca tre metri d’altezza e inclinati di 45°, sempre circa. Altezza, angolo di battuta e distanza sono inversamente proporzionali alla lunghezza delle ombre. Che vanno sempre controllate.
Negativo 6/7.

Efrem Raimondi Photo

Joe Strummer. GQ Italia mag, 1999.
Torcia sempre alta, frontale, con un bank Chimera Medium 90/120 cm e diffusore intermedio, per ammorbidire e abbassare il contrasto della t-shirt bianca. Senza l’intermedio credo non avremmo visto neanche quel poco di jeans nero, perché il diaframma lo dettava inevitabilmente il bianco.
A margine: non avevamo una stylist.
Negativo 6/7.

Efrem Raimondi Photo

Renato Dulbecco. Capital mag, 1997.
Questo è l’errore di cui parlavo. Cioè nessun errore. Se vuoi bruciare, brucia! Qui le componenti sono diverse: la torcia molto dal basso e quasi addosso frontale, una parabola reflector da 20 cm frostata con del semplice lucido da disegno, un diaframma moderatamente aperto con però un tubo di prolunga piuttosto spinto montato sul normale  – un 105 nel caso di questo formato – per cercare il dettaglio sull’occhio, e il resto sia quel che sia. Il contrasto è assicurato. C’è da dire che mentre pensavo a Dulbecco mi veniva in mente Uova fatali di Bulgakov…
Negativo 6/7.

Monica Bellucci by Efrem Raimondi

Monica Bellucci, GQ Italia mag, 1999.
L’esatto contrario di Dulbecco: tutto molto morbido. A partire da un make up leggerissimo, praticamente un grooming. Torcia alta e frontale, bank generoso nella misura.
Questa è una slide… che richiedeva un controllo più attento. In epoca pre digitale era molto semplice vedere che luce era stata usata: bastava guardare il riflesso negli occhi.
Banco ottico, slide 10/12.

Efrem Raimondi Photo

Antonio Marras. Stern mag, 2003.
Una torcia, con un piccolo bank da 40/55 cm, il tutto su una giraffa a un paio di metri  abbondanti d’altezza. A pioggia, solo leggermente spostata verso di me e decentrata a destra. Una pioggia nel vento, diciamo… Più un disco riflettente Lastolite bianco, basso a sinistra che ha aiutato a segnare il lato non esposto.
Negativo 4,5/6.

Efrem Raimondi Photo

Don Andrea Gallo. Così in terra, come in cielo – copertina, Mondadori, 2009.
Menefreghismo controllato: flash della fotocamera più ring Sunpak DX12 a un quarto di potenza… leggero leggero insomma, ma in grado di allargare un po’ il raggio del primo, soprattutto tenendo conto che l’ottica è un grandangolo.
Digitale medio formato.

Efrem Raimondi Photo

Dario Argento. Vanity Fair mag, 2003.
Flash incorporato nella compatta analogica, posto a sinistra. Che però faceva anche scattare un Broncolor da 3.200 W tenuto al minimo, montante un bank Octa argentato da 150 cm. Leggermente sfalsati tra loro, questo il motivo dell’ombra di riporto, attenuata, e della vignettatura, accentuata anche dal 28 mm della Ricoh GR1s. Il rapporto tra tipologia di flash e lunghezza focale dell’ottica è da considerare: un grandangolo segna maggiormente la traccia della luce.
Negativo 35 mm.

Efrem Raimondi Photo

Vasco Rossi. V-ide Eyewear campagna, 2009.
L’esterno notte si presta particolarmente per segnare la traccia della luce flash. E il buio diventa davvero celiniano: un nero pieno e profondo. Nessuna altra luce ti può assecondare così. Soprattutto se sei in grado di sdoppiarti: la fotocamera da una parte, il flash da un’altra. 3.200 watt letteralmente fiondati da una parabola diametro 34 per una lunghezza di quasi 40 cm, come fosse un cannone. Nell’immagine di sinistra con l’aggiunta di una griglia a nido d’ape per concentrare ulteriormente.
Questa immagine è presente nel libro TABULARASA, edito da Mondadori.
Digitale medio formato.

Efrem Raimondi Photo

Jmmy Choo. Vogue Pelle mag, 2005.
Per questa double il discorso è doppio trattandosi di due riprese diverse. Entrambe con una torcia e un bank small da 60/80 cm, in orizzontale in modo da seguire il formato.
La prima, quella che ha dettato il diaframma è quella sotto. Per l’altra non ho fatto altro che  ruotare leggermente verso l’alto la torcia. Mantenendo lo stesso diaframma.
Negativo 4,5/6.

Efrem Raimondi Photo

Gulliver mag, 2004.
Due torce con bank da 90/120. Piazzate alte, direzionate quasi parallelamente al pavimento. Ognuna a occuparsi della propria aerea. Ma i generatori scattavano entrambi indipendentemente dal fatto che mi occupassi del lato sinistro o destro dello spazio. Perché anche questi sono due fotogrammi distinti. Tenendo il tutto ben alto, il fatto di mantenere un quasi parallelismo col pavimento ha consentito di equilibrare in buona parte il diaframma tra le prime file e le ultime. Lasciando che cadesse a un certo punto, cioè a una trentina di metri… forse più.
Negativo 4,5/6.

Efrem Raimondi Photo

INTERNI mag, 2014.
Una torcia, una parabola reflector frostata. E un generatore da 1.200 W. Dall’alto il giusto per segnare solo ciò che serviva. La luce pilota in questi casi è molto confortante: assicuro che non si vedeva niente.
Digitale full frame.

Efrem Raimondi Photo

Campeggi catalogo, 2007.
Congelare il movimento. Una sola torcia con un bank small 60/80. Alta e quasi sopra  Sneaker, by Giovanni Levanti. Più una sfilza di polistirolo bianco a tagliare l’intero fotogramma per aprire di quasi due stop la base del pezzo. Il punto sta nel trovare l’equilibrio tra la potenza necessaria per un diaframma utile e il tempo di otturazione, che influisce ovviamente molto sul livello di congelamento del movimento. Un otturatore centrale aiuta. Ma oggi, col digitale, è comunque molto più agevole.
Banco ottico, negativo 10/12.

Efrem Raimondi Photo

Filippo Magnini. First mag, 2008.
Beauty dish, silver, senza cupolotto centrale: secca, secchissima e fredda. Ideale per ritratti non troppo ravvicinati… non è un ring ma spezza i pori. E acceca abbastanza il malcapitato.
Digitale medio formato.

Efrem Raimondi Photo

Gatto a Cap Ferrat. Work, 2002.
Appena posso un gatto ce lo infilo… li adoro. Compatta con flash decentrato a sinistra. Ma se usata in vericale diventa coassiale con l’ottica. E via ombre laterali.
Qui usata in program… non capisco perché dovrei sforzarmi quando c’è chi è in grado di assolvere le incombenze: se hai fretta, non hai tempo, sei per strada, di notte… ma tiralo fuori tu l’esposimetro! A margine, a questo gatto ho salvato la vita. Almeno nella circostanza. E lui mi ha fatto un dono grande: questa immagine.
Negativo 35 mm, Ricoh GR1s.

Efrem Raimondi Photo

Work, 2014.
Con un flash dedicato direttamente sulla slitta della fotocamera. E diffusore circolare in plastica, quelli da venti euro. Che serve eccome! Soprattutto se si vuole lavorare in condizioni naturalmente già contrastate: la cosa importante è avere un file con un istogramma ricco di informazioni. Poi se ne parla.
Digitale full frame.

Efrem Raimondi Photo

Fiori. Work, 2012.
Flash incorporato più una torcia dal basso con una parabola frostata.
I puristi potrebbero obiettare che c’è un miscuglio di ombre.
Bene. È esattamente quello che volevo.
In generale, usiamo la luce che abbiamo per come ci aggrada. Basta sapere cosa diavolo si sta facendo.
Digitale medio formato.
Questi fiori sono anche un omaggio visivo a chi da queste parti passa.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

McCurry photostory…

Non trovo le parole che mi mettano al riparo da una denuncia…
Non trovo le parole pubbliche.
Quelle private le ho trovate istantaneamente dopo aver visto il calendario Lavazza 2015.
Firmato da Steve McCurry…
GUARDA LA PHOTOSTORY… E IO L’HO GUARDATA!
Come posso urlare che l’ho guardata?

Schermata 2014-10-24 a 23.51.35

BIM BUM BAM: parlo o non parlo?
Mettiamola così: imbarazzante.
E l’imbarazzo diventa nausea: non un solo operatore culturale, non un solo giornalista, non un critico o un didatta… non ho trovato nessuno che abbia proferito neanche una minima riserva, uno starnuto, su tutta questa operazione che, mi sembra evidente, riguarda anche la Super Mostra Oltre lo sguardo, 30 ottobre – 6 aprile, Villa Reale di Monza, € 13,50…

Qualcuno ci sarà, immagino e spero, ma io non l’ho trovato.
Mea culpa.
O forse è troppo presto. Che certe icone hanno bisogno di sedimentare bene prima che qualcuno di autorevole si esprima. Mica che poi si fa la fine di Modigliani e le sue teste annegate. Che poi scopri che McCurry non esiste.
O forse…
C’è una regola non scritta, ma è come un tattoo inciso nel cervello: non si sparla del lavoro di un collega… non si sparla del lavoro di un fotografo universalmente grande… non si sparla del potere.
Non si sparla della fama: o la si sostiene o si tace.
E infatti io non ne sparlo.
Però non balbetto e con chiarezza dico: ma porca puttana!
L’onestà intellettuale dev’essere un patrimonio inalienabile per chi con l’intelletto lavora.
E giustamente, per questo, guadagna.
Passi un fotografo, che noi siamo privi di patente critica… noi si fa foto, una roba che chiunque è in grado di fare. Già.
Non quelle di McCurry naturalmente. Già.
E sarei stato tranquillamente al mio posto anch’io, tanto sono parole al vento.
Parole senza peso specifico.
Sono fotografo: sai che cazzo me ne faccio delle parole?
Quelle pubbliche no, ma quelle private te le tiro addosso.
Quelle pubbliche le farcisco di eufemismo. A tutela.
Si può essere indignati?
Dal comunicato stampa della mostra:

1 – In ogni scatto di Steve McCurry è racchiuso un complesso universo di esperienze ed emozioni. Per questo non è solo uno dei più grandi maestri della fotografia del nostro tempo, ma è un punto di riferimento per un larghissimo pubblico, soprattutto di giovani, che nelle sue fotografie riconoscono un modo di guardare il nostro tempo e, in un certo senso, “si riconoscono”.
E probabilmente è così. Infatti si vedono una cifra di epigoni. Questo nei social network e compagnia bella, perché sui magazine o in qualsiasi altro luogo, concorsi a parte, se non sei l’originale certificato, malgrado la disperazione trovano le risorse per riderti in faccia.

2 – Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te.
Non so se la traduzione è fedele, ma è attribuita allo stesso McCurry.

3 – … una nuova mostra, per presentare il suo lavoro in una nuova  prospettiva, che, a partire dai suoi inimitabili ritratti, si spinge “oltre lo sguardo”, alla ricerca di una dimensione quasi metafisica dello spazio e dell’umanità che lo attraversa o lo sospende con la sua assenza. Oltre le porte e le finestre, oltre le cortine e le sbarre, oltre il dolore e la paura.

Poi c’è: il filo rosso delle sue passioni, la sua voglia di condividere, le sue ”massime”.
E io al minimo…

Una fonte inesauribile questo comunicato. Con qualche virgolettato di troppo. Che in realtà mi suona come una presa di distanza:
http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-steve-mccurry-oltre-lo-sguardo-10986

Oltre a questo io non ho trovato niente.
O forse…
Mi viene il sospetto che si taccia perché magari sì, non si sparla eccetera, che insomma è innegabile il successone planetario, ma proprio non si riesce a stracciarsi le vesti e sferzare l’etere di entusiasmo. Più terra a terra, manco la fibra ottica. Della carta non ne parliamo, che quella come noto, canta. E spesso resta.
Già.
Così allora passo e chiudo: mi sembra una fotografia commerciale di grande fortuna.
Una lingua volgare.
Una fotografia da carrozzeria.
Vado avanti coi miei gattini e i miei tramonti.
Ogni tanto un fiorellino.

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