Ugo Mulas – Vitalità del negativo

Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-70 è stata una mostra sull’avanguardia italiana: 1970, Palazzo delle Esposizioni, Roma, a cura di Achille Bonito Oliva.
Ugo Mulas racconta il suo tour con delle immagini nette, semplici, potenti.

S E M – P L I – C I !
Vitalità del negativo, questo libro, è proprio questo.
E nient’altro. Provaci…
E sta tutto nell’assioma di Mario Merz:

Abbandono di uno spazio pratico
per uno spazio teorico.

Ugo Mulas - Efrem Raimondi BlogAnche se qualcuno è indotto a crederlo, non siamo per niente nel concettuale.
Perché il pensiero, qui, ha forma.

Un libro del 2010… trentasette anni dopo la scomparsa di Mulas.
Inattuale?

Meravigliosamente inattuale!
È quando la fotografia non si misura più col tempo quotidiano.

Neanche con quello storico.
È quando, leggera, sorvola sulla criticità umana e la sua pedanteria logica.

Non c’è un solo punto esclamativo… ma un rigore espressivo trasversale.
Siamo fuori dall’attualità. Proprio non riguarda questo Mulas.

Siamo da un’altra parte… in un luogo totalmente fotografico che si misura esclusivamente con la visione dell’autore.
Ed è visibilmente così, basta sfogliare: perché il pensiero non è il pensare.

Si pensa prima, dopo… mai durante l’azione. Che è il tempo in cui il pensiero diventa forma, espressione.
E finalmente cessa di essere una pratica onanista, un’eco concettuale… una ossessiva rottura di coglioni.

Un libro dall’alto peso specifico: ci sono due Verifiche, la 1 e la fondamentale Verifica 3 sul tempo fotografico; ci sono le riflessioni di Ugo Mulas; ci sono le note degli autori ritratti.
Insomma è proprio un libro. E un’opera modernissima.

Curato da Giuliano Sergio in collaborazione con Archivio Ugo Mulas e Incontri Internazionali d’Arte.
Un libro che nasce tra il 1971 e il ’72 quando lo stesso Mulas consegna il progetto a Graziella Leonardi Buontempo – sua la prefazione.
E poi… poi la morte, la perdita della maquette originale, vicende alterne che ne hanno impedito la pubblicazione.

Sembrava non ce l’avrebbe fatta.
Invece eccolo qua.
Ed è splendido.

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Ugo Mulas. Vitalità del negativo
Johan & Levi Editore, 2010.
210 pagine, illustrato, rilegato, 29 x 24,5 cm.
€ 55,00
N.B. Esistono due edizioni: italiana e inglese.

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Photo Generation – Michele Neri

Photo Generation - E.R. blog

Photo Generation, una riflessione di Michele Neri in forma di libro.
Il soggetto è la transizione che stiamo vivendo: sia chi produce coscientemente fotografia, sia chi non ne ha la più pallida idea e produce fotografie a pallet, smartphone alla mano. Come fosse una baionetta. Ma anche una zucchina.

Questa riflessione ha un grande pregio, subito all’inizio: si pone delle domande.
E le rimbalza con precisione.
Una in particolare: Cosa glielo fa fare? Ai fotografi, in quest’epoca qui…
Ma anche prima, cosa glielo faceva fare, ai fotografi, di essere così ostinati nel perseguire la propria idea di fotografia?
Per quel che mi riguarda una risposta ce l’avevo prima e a maggior ragione adesso.
Ne ho già scritto per cui evito.

La domanda di Michele Neri è però soprattutto rivolta ai fotoreporter, ai fotogiornalisti.
Che sono il principale destinatario di questa e di altre riflessioni sul fronte professionale.
Ma modulando, la questione riguarda tutti.
E le domande, tutte quante, assolutamente trasversali.
Compresa quella sull’estetica dei magazine; sull’etica in fotografia; sull’importanza dell’editing e dell’archivio; sulla vulnerabilità della nostra immagine e il rapporto con la privacy; sulla divulgazione; sulla leggerezza e inconsapevolezza della manipolazione… su un sacco di roba assolutamente attuale.
Che viviamo quotidianamente. Poco consapevolmente nella maggior parte dei casi.

È tutto un altro mondo questo. E sono passati solo una decina d’anni da quando a tutti è stato chiaro che nulla sarebbe più stato come un attimo prima.

Michele Neri ha diretto l’agenzia Grazia Neri per diversi anni, da un certo punto sino alla fine, fino al 2009.
Quando è stato costretto a chiuderla.
Il suo punto di vista ha un peso specifico.
E mi ricordo quando nei primi 2000 fondò la prima community al mondo dedicata alla promozione e pubblicazione di immagini prodotte coi primi cellulari fotocamerati.
Col fotogfrafo Marcello Mencarini.
Insieme diedero vita a MAKADAM un free press che pubblicava solo immagini prodotte col telefonino.
Non diedi molto peso alla cosa. E sbagliavo. Tant’è che l’iPhone lo uso da un po’ d’anni. Anche per lavori veri e propri con tanto di committenza.
Anche per mostre.
Sbagliavo…
Ma è quando non ti accorgi che la tecnologia sta per sconvolgere il tuo mondo.
E prima non ci pensi. Poi subisci. Poi ti accorgi che puoi usarla pro domo tua.

Occorre più che mai, oggi, una riflessione sul rapporto con la tecnologia e le dinamiche di cambiamento.
Siamo in un limbo… prima torniamo ad essere soggetto e prima ne usciamo.

Meglio di prima.
Perché la complessità che stiamo affrontando non ha precedenti.
Ed è trasversale come non mai.
Riguarda tutta la fotografia. E i derivati…

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Photo Generation, Michele Neri.
2016, Gallucci.
112 pagine, brossura con alette, 15 x 21 cm.
€ 12,90

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Italo Lupi – Interview


Italo Lupi by Efrem Raimondi ©Efrem Raimondi

 

 

Italo Lupi…
In realtà non sono molte le persone nei confronti delle quali ho un debito di riconoscenza.
Italo Lupi è una di queste.
Stima totale.
E vero affetto.
Non vado oltre… aggiungo solo che per me è un onore collaborare con lui.
E sono davvero orgoglioso di avere delle immagini pubblicate nella sua Autobiografia grafica, uscita nel 2013 e che il New York Times ha incluso nella top ten dei libri illustrati.
Mica chiacchiere…

L’intervista, integrale, segue un po’ il tracciato del libro.
Che è qualcosa di spettacolare. Per contenuto e forma.
Realizzata nel giugno scorso, è rimasta ferma tutto ‘sto tempo in attesa del ritratto che pubblico.
E che proprio non si riusciva a fare per diversi motivi.
Il 16 dicembre ci siamo riusciti.
È uno dei tre che ho realizzato. Gli altri al momento li tengo per me.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

I N T E R V I S T A   I N T E G R A L E

E.R.  Autobiografia grafica è un libro elegante, colto, ricchissimo… un libro di grande potenza che attraversa quarant’anni e più del tuo percorso.
Ed è di una magnifica leggerezza, a partire dalla scelta editoriale: non ha una cadenza cronologica, perché?

ITALO LUPI. Bah, perché mi sembrava noioso dare una sequenza strettamente cronologica a un libro che invece si muove attraverso dei segmenti di vita che hanno percorsi differenti, ma che riconducono però ogni volta a qualcosa che mi pare chiaramente espresso… si parla di quand’ero ragazzo, poi si parla dei primi progetti, poi si salta a progetti abbastanza recenti per passare a una divisione un po’ schematica in argomenti tipologici differenti: dai manifesti agli allestimenti, dalla piccola architettura all’editoria ecc. però evitando che ci fosse una cadenza temporale stretta anche perché il titolo AUTOBIOGRAFIA GRAFICA promette un po’ di più di quello che poi il libro dice… perché non è una vera e propria biografia. Però il connettere ogni lavoro fatto a un periodo, a una riflessione sulle esperienze di vita, mi è sembrato una cosa che potesse essere un attivatore, passami il termine, di emozioni, ricordi, cose che ognuno di noi macina dentro di sé mentre costruisce i propri lavori.
Per cui anche culturalmente, evitare la cronologia mi sembrava cosa più leggera e meno didascalica… meno scolastica insomma.
Che poi non è un escamotage per evitare la noia, perché una vera biografia non è affatto noiosa se racconta di una vita avventurosa… forse la mia non è stata così avventurosa – risata – mi sembrava però più intelligente riuscire a connettere le cose per dei fili sottili che si intrecciano lungo il percorso di una vita…

Una sequenza però esiste… non sarà cronologica ma esiste un fil rouge…
Sì certo! Ma è un po’ come quando fai un’impaginazione – e poi ti dico perché questo libro mi ha insegnato molto sull’impaginazione –ti muovi partendo da uno schema mentale, da una gabbia che infrangi continuamente perché non è la gabbia in sé che rende ben fatto il lavoro… ma è la gabbia che ti riordina e ti dà una dimensione, e come spesso succede, quelli che sono dei recinti ti danno più ordine e intelligenza e anche più fantasia, non una fantasia dissennata. E allora questo fil rouge esiste, e spero si avverta con la costanza di un certo affetto verso le cose e le persone… il tributo dato a tutti quelli a cui devo qualcosa, pubblicando non solo miei lavori ma anche i lavori di chi mi ha influenzato e mi spiace che il libro abbia solo 400 pagine perché volevo mettere ancora più citazioni e contributi…

Quante pagine in più ci sarebbero volute?
Tante! Per mettere tutti quelli che hanno contribuito… un affetto non solo nei confronti delle persone che mi hanno veramente aiutato, ma anche per le cose fatte, per la manualità… il fatto di essere onesti con se stessi e con la gente: cioè sfuggire da un certo conformismo, che in qualche modo sto constatando, in modo benevolo, sulla mia pelle.

Interessante… cioè?
Ma… io son sempre stato abbastanza appartato malgrado facessi un lavoro molto pubblico come direttore di Abitare o art director di Domus… però non ho quasi mai partecipato a dibattiti, non ho mai concesso interviste inutili, salvo questa naturalmente…
Be’, questa è la più inutile che potevi fare ed essendo l’unica ce la possiamo in qualche modo concedere – ridiamo entrambi
… un certo conformismo, una certa improvvisa deferenza dopo la pubblicazione di questo mio libro… mi danno il Compasso d’Oro alla Carriera… mi chiedono interviste… insomma tutto avviene un po’ trainato da questo piccolo successo: mi chiamano a parlare, io mi rifiuto… squillano i telefoni… insomma è tutto un po’ facile… stamattina mi telefonano per prendere l’impronta della mia mano…

Insomma ti infastidisce abbastanza si direbbe… secondo te è un po’ il frutto del surplus mediatico nel quale ci troviamo…
Certamente sì. Un surplus mediatico che si indirizza a delle persone che acquistano un minimo di notorietà. Che poi intendiamoci, io sono molto contento perché su questo libro sono uscite due pagine sul Manifesto, una pagina su Repubblica, una pagina sul Corriere, una sul Sole 24ore, una su La Lettura, una su La Stampa, cinque pagine su Domus… più di così…

A proposito, il New York Times ha incluso Autobiografia grafica nella Top Ten dei migliori libri illustrati del 2013… così, a margine.
Sì, e a proposito c’è un’intervista di Steven Heller, che firma la colonna Visuals per la NYT Book review… personaggio molto importante negli Stati Uniti per il design e la grafica… grandissimo conoscitore della grafica italiana a partire dagli anni ’20…
Una recensione molta bella ed esauriente è stata fatta da Elisa Poli su Domus on line. Davvero ben fatta.
E, insomma, sono abbastanza sorpreso della risonanza che questo libro ha avuto… tu c’eri in Triennale alla presentazione?
Certo che c’ero! E c’era una marea di gente fuori che non trovava posto… è stata una serata molto bella… ti avrà fatto molto piacere immagino.
Ecco, io credevo che al massimo avremmo riempito le prime cinque file… mi ha fatto molto piacere perché mi sembrava che non ci fosse quell’esibizionismo mondano che spesso c’è in queste cose, anche giustamente: in questo caso mi sembrava che fossero tutte persone che avevano lavorato con me, o miei amici…

Be’, ma c’era un pubblico anche molto trasversale, non necessariamente legato al design o alla grafica stretta: ho visto una gran bella Milano quella sera.
Ma è chiaro che non mi dispiace affatto che ci siano state quelle critiche che ho citato, serie e ben fatte, è un certo surplus che si presenta come un’ondata che trovo più che fastidioso, inutile… che sembra un po’ il riflesso del ”non si fa mai fatica”… in fondo di cosa mi vanto degli anni passati a dirigere Abitare se non del fatto di aver cercato di scovare delle nuove intelligenze che non avevano nessuna appiglio o credenziale di vantaggio per me e per tutta la redazione, che a questa ricerca partecipava, ma di avere pubblicato tutti ragazzi che adesso hanno notorietà: sono stati tutti pubblicati per la prima volta da noi su Abitare… fotografi di cui mi servivo, tra cui anche un certo Efrem Raimondi, o Toni Thorimbert… erano persone che a quell’epoca erano molto giovani. Anche illustratori… insomma ho cercato di essere libero da condizionamenti di varia natura dall’inizio del mio lavoro. E questo credo che mi abbia ripagato 40, cinquant’anni dopo perché credo di non aver mai fatto, e lo dico con molta serietà, nulla per interesse personale o di aver mai fatto cose legate alla pubblicità quando facevo le riviste, mai! E questo viene ripagato… felice di aver fatto un libro che trovo divertente soprattutto perché è molto nuovo come miscuglio di professioni, e di cose della vita, di aver riprodotto grandi dei disegni non miei ma di altri che hanno contribuito alla mia crescita mentale, culturale e affettiva. E questo non è così comune.

Hai dichiarato che questo è un libro sulla nostalgia ma non è nostalgico: ci spieghi p.f.?
Sì, questa è una frase di Giannino Malossi e che io ho ripreso. Ed è così… è vero… ma non è che abbia nostalgia, ho un bel ricordo di tutte le cose che mi son capitate nella vita… son stato fortunato, non so…

Subito all’inizio, decrivendo gli anni del ginnasio con quelle che chiami prove di manifesti per cose che mi erano care, queste le descrivi come ingenue: che valore ha per te l’ingenuità, quella iniziale? È possibile in qualche modo mantenerla?
Credo sia assolutamente fondamentale mantenerla, l’ingenuità, che ti porta poi a dei risultati che sono meno ingenui di quando facevo certe cose con la tempera troppo diluita ecc. però l’ingenuità, cioè porsi un po’ vergini di fronte ai fenomeni che devi affrontare e farli diventare come delle iconografie generali, è necessario.

La tua attenzione alle font tipografiche mi è sempre parsa evidente… il rigore col quale tratti il carattere fa pensare che tu lo ritenga di per sé soggetto: vero?
Certamente! Non è vero rigore… perché non mi pare di essere stato rigoroso. Non so se hai letto il ricordo che ho fatto di Massimo Vignelli sul Sole 24ore di domenica primo giugno… Lui aveva un grande rigore, limita a tre caratteri, quattro con l’aggiunta del Futura, l’utilizzo che lui fa della tipografia.
Do molta importanza al carattere tipografico, però penso che i caratteri siano tanti… ce ne sono di bellissimi e nei primi tempi di utilizzo del computer sono stati distrutti da una mania deformante… stringi, allunga, tira… cose del tutto inutili. Adesso non dico che si sta ritornando all’ordine, ma è più chiaro che già è stato detto tutto nel campo dei caratteri. Per cui mi sono sempre servito dei caratteri di buon disegno, anche molto differenti perché passo dal Caslon corsivo, all’Helvetica ovviamente… News Gothic, ai caratteri con le ombre…

Italo Lupi, Efrem Raimondi Blog

Ce n’è uno che prediligi in assoluto?
Potrei dire Helvetica e Bodoni sicuramente… sono due caratteri fondamentali: uno con le grazie – come dicono gli inglesi serif – e uno sans serif come l’Helvetica o il Futura, certamente sì. Però l’aver usato in modo un po’ bulimico ogni tipo di carattere…non so…un pregio, un difetto… insomma me ne sono un po’ infischiato di essere così coerente, anzi l’incoerenza è una cosa che si legge un po’ nel libro, perché m’interessa di più… la difficoltà nel mio lavoro è quella di avere la capacità di selezionare, di eliminare molto di ciò che ti viene in mente quando ti propongono qualcosa e di scegliere la migliore, cosa che non è detto che sia avvenuta: la sottrazione è un punto di difficoltà ma è fondamentale.

Parlavi di gabbia prima, di un luogo che in qualche modo dà una dimensione… mi viene da chiederti: diresti a un giovane che avere degli argini, un recinto è importante e aiuta?

Ma di aiuto mentale! In tutte le cose… nella cultura e anche in politica, perché uno che sa darsi degli argini, dei margini, è ancorato al realismo delle cose.
E se non sei ancorato al realismo non riesci a fare delle cose di piena fantasia… chi pensa che non ci sia nessun limite poi in qualche modo implode… soprattutto fa delle cose inutili e nulla è peggio dell’inutilità e del surplus che si sta creando.
Questo libro, a proposito di gabbia, mi ha insegnato una cosa che ritengo fondamentale da utilizzare: questa volta mi muovevo tra le pagine senza avere il minimo schema di gabbia. Mi sono semplicemente mosso a seconda della situazione, se dare più o meno peso alla parola piuttosto che al disegno o alla fotografia. Un’enorme libertà, proprio infischiandomene… però dico questo arrivato alla bellezza della mia età – ride – mi sono proprio divertito

Cos’è un MARCHIO?
Quale il tuo approccio nel realizzarlo?

Il tentativo che faccio è di sintesi molto forte, molto evidente…
poi non sempre ci si riesce, perché la vita è più difficile di quanto si pensi.
Quelli che più amo sono quelli che o attraverso il carattere tipografico o attraverso la sua trasformazione in un’immagine riescono a dare del soggetto di cui tu fai un logo o un marchio, un’idea immediata.
Posso alludere al Museo Poldi Pezzoli… non è una MPP scritta storta o in diagonale… e racconta tutto perché moltiplica l’icona principale, la Dama del Pollaiolo e te lo rende leggibile, forse indimenticabile. Un marchio è quella cosa che nella sintesi più estrema esprime qualcosa di più che non sia quello che tu solo pensi, ma che vedendolo possono pensare anche gli altri.

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Ci parli del manifesto per i 50 anni della Vespa, p.f.?
Se dovessi rifarlo non farei l’errore che ho fatto. Perché son due i manifesti: uno che è quello che ho fatto con la Vespa di cartone ondulato che poi esecutivamente ha fatto Marina del Cinque che lavorava nel mio studio… ma è l’altro l’errore, quello della metropolitana di Londra, un diagramma che adesso si vede dappertutto, ma allora, nel 1996, non si usava affatto. E l’errore è averlo fatto su fondo nero perché non ti ricorda la metropolitana di Londra che è sempre stampato su fondo bianco. Anzi, voglio ridisegnarlo…

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Sei stato art director di Domus, direzione Mario Bellini, dal 1986 al 1992. Poi hai diretto Abitare fino al 2007: quali le differenze del tuo intervento?
Tra l’art direction e la direzione? Non molte. C’è sì una differenza tra le due riviste, ma a Domus facevo un po’ più dell’art director… non dirlo a Bellini però è così, con lui si discuteva, e lui suggeriva tutto, ma ascoltava anche le mie proposte, si facevano le cose… E poi penso che il termine art director debba essere superato da art… non so, da editor, da redattore in genere: in fondo trovo che non si tratta di impaginare bene una rivista, ma devi avere una memoria lunga delle cose che hai visto. E credo di avere molta memoria delle immagini che ho visto, che ho preso e che ho sfruttato… perché poi io son rimasto con le urla del ’68 che gridavano la proprietà è un furto, e oggi mi viene da sorridere con un po’ di rabbia quando sento quelli che se pubblico una fotografia che è diventata ormai un emblema di un periodo, mi arriva – dagli stessi – la lettera dell’avvocato. Ma la cosa peggiore è che è accaduto addirittura per una città… ho fotografato una poltrona a Parigi e il comune mi ha mandato una multa perché non avevo pagato i diritti sull’uso improprio dell’immagine della città. Questa idea di fare tutto per profitto è orrenda…
Va be’…
La vera differenza comunque tra Domus e Abitare è che mentre la prima era una rivista che si rivolgeva esclusivamente a professionisti architetti o designer, abituati al linguaggio e poi non essendo io il direttore… mentre con Abitare mi rivolgevo a un pubblico molto più vasto, variegato e trasversale. Il merito di Abitare quando lo facevamo noi, era quello di avere una grande curiosità che si espandeva in campi molto differenti da quelli di cui solitamente le riviste di architettura si occupano. Adesso potrei dire è proprio la curiosità a mancare, anche per quelle web: bisogna avere una curiosità che va al di là dei confini disciplinari di cui ti occupi come rivista, perché sono queste curiosità che danno il sale alla minestra.

Cos’è il disegno urbano e quali le ragioni di intervento, sia nel tessuto metropolitano che nella piccola cittadina? I tre anelli che incorniciano la Mole Antonelliana di Torino sono da intendere in questa direzione? Com’è nato il progetto?
Il disegno urbano… è come nel ‘700, si fa per fare festa, anche se non è solo questo. E si interviene soprattutto in occasione di avvenimenti, come per esempio le Olimpiadi di Torino. E a questo proposito, a chi genericamente accusa di disonestà nelle grandi opere in Italia, vorrei ricordare che per le Olimpiadi di Torino sono affluiti molti miliardi eppure non c’è stato un solo caso di frode o di imputazione, e sono molto orgoglioso di avere partecipato a un’esperienza del genere, che ha trasformato una città bellissima come Torino, lasciando anche una scia…e un grande ricordo nella città.
E allora, perché fare arredo urbano? Perché certe cose necessitano di una segnalazione più forte e perché no, anche di festa. Alcuni interventi urbani danno gioia alle persone, anche inconsapevolmente. E anche per piccole cose. L’Expo di Milano ci ha dato l’incarico di disegnare le bandiere delle varie nazioni che partecipano all’evento. A partire dalle prime 12 che hanno aderito all’Expo e poi via via fino a arrivare alle attuali 144 ufficiali. Queste bandiere sono due anni e mezzo che sono esposte, e sono ancora perfette, ben tirate ed è un esempio di come le cose possono essere fatte bene: una struttura di grande pulizia dotata alla base di una seduta che ospita del verde e dove ci si può sedere. E siamo gli stessi, Ico Migliore, Mara Servetto e io, che abbiamo riempito di rosso Torino con le bandiere per l’Olimpiade. L’arredo urbano si può fare bene, anche nelle piccole cose che poi sono quelle che danno davvero gioia a chi la città la abita. Penso in buona sostanza a un arredo che poi resta…

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Come per i tre “anelli” della Mole a Torino…
Sì… pensa che il quotidiano La Stampa aveva fatto un referendum e il 99% dei torinesi ha voluto il mantenimento anche oltre il periodo. Adesso finalmente li hanno tolti, perché troppo a lungo poi le cose annoiano…
Che poi l’idea, non tanto di fare i tre anelli, prima rotondi e infine quadrati, ma di illuminare la Mole è stata di Anna Martina… ed è stato molto divertente farlo… anche seguire tutta la parte che ha riguardato issare fisicamente e che è stata opera di una squadra di scalatori, proprio di quelli che vanno in montagna, e che normalmente si occupano della pulizia dei vetri dei grattacieli… e anche della Mole stessa che tra l’altro ha una particolarità e cioè che ogni metro e ottanta per 1,80 c’è un anello di ghisa robustissimo per cui tutta l’operazione è stata molto semplificata, sia salire che fissare l’opera… Alessandro Antonelli, l’architetto della mole, era davvero un genio.

Cos’è stato Printed in Italy? Meraviglioso libro del 1988…
Sì, molto riuscito – sorride. Un esercizio… un bell’esercizio di grande libertà e soprattutto di dimostrazione al cliente, l’Associazione Nazionale Italiana Industrie Grafiche Cartotecniche e Trasformatrici, che l’idea dalla quale era partito e cioè di fare un libro che dimostrasse la potenza dell’associazione attraverso una serie di vedute aeree di stabilimenti tipografici… ma ti immagini alla terza, quarta foto di stabilimento la noia? E allora ho semplicemente suggerito di utilizzare una serie di tipi di stampa differenti, con carte differenti, di autori differenti, chiamare un po’ tutti i grafici del mondo, che era più piccolo di quello attuale… insomma un esperimento e davvero un divertimento notevole, con una qualità di stampa superba a cura della Tipografia Meroni…
Era l’ultima questa, vero?

Abuso del tuo tempo: chi era e cos’è stato Achille Castiglioni?
Un simpatico intelligentissimo papà…
Be’ però! Questa mi sembra una risposta esaustiva…
Sì… – sorride.

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Hai lavorato con diversi fotografi, per esperienza diretta posso dire che è un vero piacere collaborare con te, perché la dialettica diventa elemento fondamentale del percorso creativo: quale il tuo rapporto con la fotografia? Cosa chiedi a un fotografo? Tra l’altro se non ricordo male tu fotografavi…
Sì… ho fatto anche interi numeri di Abitare con i miei reportage fotografici… adesso non ho più tempo né voglia forse…
Vero, ho lavorato con diversi fotografi. Qual é il rapporto? Ma… innazitutto di tipo realistico, cioè la forma delle cose. Non è che non sopporto, perché non è così, però quando leggo e vedo giovani fotografi che fotografano i margini… dopo venti volte che vedo dei marciapiedi rotti la cosa m’interessa meno. A me piace fotografare con delle persone che hanno sangue nelle vene e un interesse reale per le cose della gente… e di quelli che ho scelto, coi quali ho collaborato, non mi sono pentito… di nessuno, e non solo dal punto di vista professionale ma anche sul piano della dialettica, dello scambio di idee, della discussione… poi non sono un grande teorico…

Per concludere, che idea hai dello stato del’editoria periodica italiana?
É il momento più alto della sua storia, ma non solo italiana… un po’ in tutto il mondo – ride proprio – Però è tragico… tragico pensare che riviste come… va be’ non farmi dire…

Ultima. Proprio alla grande… il Compasso d’Oro, che hai appena ricevuto…
Sì, alla “Carriera”… No, non me l’aspettavo… averlo ricevuto insieme a altre persone… Armani… Mendini… Sapper… e altri che obiettivamente hanno una notorietà maggiore della mia, mi ha fatto inorgoglire e un po’ intimorire a dire il vero… mi sembra sempre poi quelle cose alla Carriera che vengono date alla fine della professione attiva, e allora sai… dal sapore un po’ tombale e invece io spero di no! A parte gli scherzi è stato un gesto davvero affettuoso da parte dell’ ADI…  – Associazione per il Disegno Industriale.

Be’ insomma… se prendiamo appunto la tua Autobiografia Grafica che è un condensato notevole del tuo lavoro nel corso di questi anni; è anche un momento di sintesi e per qualche raro smemorato un momento di riflessione su un percorso alto che è stato molto importante…
Ma in effetti mi piacerebbe molto vincere il prossimo Compasso d’Oro per il libro… quello mi piacerebbe certamente, forse sarebbe giusto… nel senso che è un libro insolito soprattutto perché cambia molto l’impianto solito delle monografie nel campo del graphic-design e del layout exhibition design… perché spero sia proprio una riflessione sulla disciplina progettuale, sulla cultura, sulla vita.

Milano, 10 giugno 2014
© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Italo Lupi, Efrem Raimondi Blog

Autobiografia grafica, Italo Lupi.
Corraini Edizioni, 2013.
378 pagine, illustrato, rilegato, 20,7 x 26,5 cm.
€ 50,00

AGGIORNAMENTO 9 NOVEMBRE 2015

ITALO LUPI BY EFREM RAIMONDI

Politecnico di Milano: Laurea Magistrale ad Honorem in Design della Comunicazione.

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