Screenshot posed portrait

Possiamo fare tutto. E lo stiamo facendo.
Una fotografia senza limiti. A parte noi.
Ma da sempre è così. Nella sua essenza è sempre stato così.
La tecnologia, oggi, marca di più il tempo.
Perché implementa enormemente il volume di immagini, una dilatazione senza confine. Sembra.

Ma a noi, a ognuno di noi, resta il segno, la traccia di qualcosa che ci riguarda.
Quanto profondamente, quanto intimamente, può dipendere anche da una sola fotografia.

Qualcosa ficcato indelebilmente nella nostra vita.

Mai avrei creduto di ritrarre in remoto, uno screenshot durante una call: io qui tu altrove e non so bene neanche dove.
Né mi interessa. Perché il luogo che riconosco è solo il monitor.
Nulla di virtuale. Realissimo.
Proprio un posato. Perché basta chiedere.
E non mi frega nulla se a disposizione ho pochissimi mega.

Questo ritratto a Lubomira Bajcarova segna il mio tempo adesso.
A ognuno il suo. A ognuno la propria fotografia.

Adesso.
Ce ne ricorderemo.
Questi giorni fatti così…

Lubomira Bajcarova by me - All Rights Reserved© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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100 FOTOGRAFI PER BERGAMO


100 FOTOGRAFI PER BERGAMO –
è una iniziativa di Perimetro.

Non partecipo da anni a aste benefiche. Perché al netto delle ottime intenzioni di chi le organizza, tendono a diventare dei luoghi di competizione. Che non amo.

Ma questa è un’altra cosa. Innanzitutto c’è un prezzo fissato in € 100 per tutte le opere.
Non è una gara, ma una reale condivisione dell’impegno, quindi più precisamente:

100 FOTOGRAFIE PER AIUTARE L’OSPEDALE DI BERGAMO AD AFFRONTARE L’EMERGENZA DEL COVID-19
100 photographs to help Bergamo Hospital to face Covid-19 emergency.

questo il link per aderire:
https://perimetro.eu/100fotografiperbergamo/

Possono anche essere acquistate più copie della stessa opera.
Che è fuori tiratura.

Non mi interessa girare intorno all’immagine che ho scelto, mi interessa che possa essere utile, anche se minimamente, in una situazione drammatica.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Portandomi dietro due fotocamere

Sono giornate così, sostanzialmente in rete.
E non c’è nulla di virtuale.

Due interventi due. Diversi.
Per Maledetti Fotografi, magazine fondato da Enrico Ratto.
Solo audio, due minuti: Quella volta che tutto è cambiato.
Che per me sono state due. Più una terza, forse, che ci riguarda tutti.

Per AFIP International nella rubrica ESERCIZI PER FOTOGRAFI IN PANTOFOLE.
Io no pantofole. Non fosse altro che per un fatto estetico.
Una chiacchierata con Giuseppe Biancofiore, una diretta sul canale Instagram di AFIP, un’ora e un quarto.
Non avevo mai fatto una diretta. Mi ha fatto molto piacere.
Per la prossima a chissà quando. Non vedo l’urgenza: le cose che avevo da dire nella circostanza, le ho dette qui.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Il Duomo di Milano


Un frastuono devastante.

Non ricordo Milano così. Non ricordo la Lombardia così.
Oltre non posso andare.
Posso solo immaginarlo il frastuono degli altri silenzi.

Qui è mutismo.

Ma c’è il Duomo.
E non so come spiegarlo ma per Milano è un riferimento.
Che tu sia credente o no la sua presenza è un conforto.


Volevo essere lì ieri notte.
Nel deserto di Piazza del Duomo.
Nessuno. Nessuno…

Solo degli agenti della Polizia di Stato lungo i portici a lato.
Distanti.
E io. Con un cavalletto e una fotocamera.

Visibilissimo agli agenti.
Visibilissimo al Duomo.

Ho mollato il cavalletto e questo è quanto.
Solo il Duomo e la sua faccia di adesso.

Il Duomo di Milano © Efrem Raimondi - All Rights ReservedIl Duomo di Milano: 11 marzo 2020 – H. 22:35

Il duomo di Milano
è pieno d’acqua piovana
Il duomo di Milano
è pieno d’acqua piovana,
ce l’han portata con gli ombrelli
ce l’han portata con i pianti
ce l’han portata con i pianti
per la redenzione delle puttane.
Enzo Jannacci – estratto dal brano  Il Duomo di Milano, 1970.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Posato versus Istantanea

Posato versus Istantanea.
Nessun versus… È di ritratto che parliamo, con la consapevolezza che il soggetto,
il perimetro dove tutto si svolge, è quello fotografico.
Quindi in realtà è di fotografia che parliamo. E il genere lo lasciamo agli affezionati della collocazione.
Nessun versus appunto: la contrapposizione è solo il prodotto di una intellettualizzazione distorta. Questo per chi le immagini le legge, le commenta, le usa, le cura e tutta quanta la fauna che ha comunque un rapporto dialettico con loro.

Però non le produce.

Per la fauna che le produce, alla quale appartengo, la contrapposizione invece rischia di essere solo l’alibi per evitare l’una o l’altra. Tradotto, una dichiarazione di cecità.

Il postulato più diffuso prevede l’istantanea avere un grado di nobiltà che il posato si sogna, perché vuoi mettere la naturalezza?
La naturalezza?
Italo Calvino nel racconto L’avventura di un fotografo Gli amori difficili, Oscar Mondadori – usa il protagonista Antonino Paraggi per dire questo:

Il gusto della foto spontanea naturale colta dal vivo uccide la spontaneità, allontana il presente. La realtà fotografata assume subito un carattere nostalgico, di gioia fuggita sulle ali del tempo, un carattere commemorativo, anche se è una foto dell’altro ieri. E la vita che vivete per fotografarla è già in partenza commemorazione di se stessa. Credere più vera l’istantanea che il ritratto in posa è un pregiudizio.

Frontali come un crash emotivo i discepoli del posato.
Che sono una minoranza tendenzialmente silenziosa.
Ma armata di ogni ben di Dio. E di certezze inscalfibili – elenco lungo 85 punti, corrispondente all’ottica presunta preposta, che evito.
La verità non sta nel mezzo. Non esiste e basta.

La cifra di un ritratto si misura con i codici estetici propri dell’autore esattamente come quando si relaziona con un paesaggio urbano o lacustre, un nudo, una sedia, un matrimonio o un trancio di pizza.
Posato e Istantanea non sono codici estetici. Solo due diversi percorsi per raggiungere lo stesso obiettivo: la tua cifra espressiva.
Semmai possiamo discutere dell’autenticità di questa. Che resta l’unica istanza.

Ci sono posati decisamente più dinamici di tante istantanee.
E quando lo sono non si fanno distinguo.
Quando lo sono non pensi IL RITRATTO! Vedi una fotografia.

Nella sua interezza, non solo il faccione al centro. Ma anche la sedia in fondo nell’angolo alto a sinistra…
Il soggetto di una fotografia è la fotografia stessa. Tutto ciò che è visibile esiste e partecipa. Non è un dettaglio ininfluente.
Ciò che non c’è semplicemente non esiste.
E questo è il perimetro entro il quale ci misuriamo.
Che non è mai un luogo statico e noi passivi a cercare un margine di specchio dove rifletterci.

Non solo, ma posando si può indurre all’equivoco e far credere che ciò che si vede sia un’istantanea. Invece no, è un posato. So sorry.
Come questo ritratto a Valentino Rossi: Londra 2001, in studio, per GQ Italia.

Valentino Rossi by © Efrem Raimondi - All Rights Reserved E ha funzionato così: pausa per sistemazione set… mi giro e ho la visione di quell’angolo lì, che non è la vista, ma la sua proiezione.
Chiedo a Valentino di entrare in questa visione. Lo fa.
In mano avevo una compatta analogica, sempre con me, una Ricoh GR1S con un 28 fisso E in macchina, sguardo ficcato nel mirino, mi relaziono con lui.
Questo è ciò che non c’era ma che era visibile se lo percepivi.
Funziona così, non c’è chissà quale alchimia.
Esattamente come questa, con la sua faccia da souvenir.

Valentino Rossi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedDa sinistra: Michele Lupi; Fabio Zaccaro, straordinario assistente; il sottoscritto; Valentino Rossi; Anne – non ricordo il cognome, so sorry – MUA.

Nessun luogo è vuoto. Nessun luogo è dato e inchiodato al telaio di una realtà assoluta e inalienabile. Nemmeno un fondo bianco.
Dipende solo da noi e dalle nostre visioni. Come renderle visibili è il percorso che la fotografia richiede.
Del dualismo posato/istantanea chi se ne frega.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Website Galleries Update

Website galleries update… dovevo farlo.
Le precedenti erano del 2 ottobre scorso.
Essendo le uniche immagini immediatamente visibili dovevo farlo.
Sì perché tutte le altre, per un totale di 1.667, sono in ARCHIVE.
E lì si accede solo previa registrazione.

Non è stato facile. E non so neanche precisare il criterio che ho usato: a ben pensarci… boh.
Ho mantenuto alcune immagini delle precedenti gallerie.
Una sorta di legame affettivo che non so spiegare se non con una ricerca di continuità.
Ostinata direi.
Spazzar via non è un dogma per me. Spazzo quando mi serve. E allora spazzo.
Cosa che in effetti per una galleria ho fatto.
Una sola, ARTWORK. Via La mia famiglia e dentro i fiorellini.


Il sito è un luogo istituzionale. Qualunque sito sia.
Quindi difficoltà e dubbi, perché si tratta di un editing particolare.

O che evidentemente subisco.
Star lì a trovare le combinazioni, gli incastri, e questa sì quella no non adesso…
C’è sempre qualcosa di inconcluso.
Poi mi stufo.
Che tutto è perfettibile ma a un certo punto basta.
Tanto non sarà mai la soluzione perfetta. Non saprei neanche riconoscerla se la vedessi.

Questo è quanto: efremraimondi.com
Buona visione.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedMaria Teresa Gavazzi – Anna Maria Raimondi, mia zia – La Pina

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IN STUDIO

In studio non è la stessa cosa.
Ovunque non è mai la stessa cosa ma in studio di più.
Sembra un paradosso.

Anzi lo è. Perché lo spazio è dato e non muta.
Lo conosci. Conosci le luci che hai, anche quelle che eventualmente noleggi.
La luce ambiente che proviene dai finestroni è stagionale.
E rimbalza di conseguenza sulle pareti.
Quindi anche lei è un dato consolidato.
E si ripete a tal punto da non mutare mai.

Eppure in questa immutabilità dettata da un volume inalterabile, lo studio è luogo dinamico.
Ed è ciò che accade a renderlo tale: tutto uguale ma non è mai lo stesso.
Perché non è un contenitore vuoto, ci sei tu.
E lo studio, qualsiasi studio, non è indifferente alla tua presenza. Anche se non è il tuo.

Se penso alle tante persone che ho ritratto in studio, ai fiori e altri lavori, assignment o no, so e lo vedo: questo spazio è presente.
Accondiscende alla fotografia che fai.

E garbatamente si sposta. Nessuno lo vede. Tu sì.

Nell’ultimo studio che ho avuto, Milano via Orti, avevo una conoscenza in più: un ragnetto.
La prima volta che si palesò ero al telefono, alla scrivania. Vidi come un’ombra a una ventina di centimetri dalla mia faccia. Cacciai un urlo e volai indietro. Giù con la sedia.
Da terra lo vidi correre in verticale, rapidissimo, lungo il filo di ragnatela. Su fino al soffitto. Che era piuttosto alto.
Fu uno shock. Per entrambi.
Imparammo a convivere in quello spazio che era davvero underground come oggi non si può neanche immaginare: ricordo ancora la faccia di Miuccia Prada quando inaspettatamente passò a dare un’occhiata al lavoro che stavo facendo – collezione storica borse, art direction Italo Lupi. Anno Domini 1992.

Poi me ne sono andato. Da lì e da un po’ tutto. Non avevo bisogno di un mio studio, noleggiavo. Ero sempre in giro.
Ho sbagliato. Mi manca.
Chissà il ragnetto… So che ci siamo amati.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedQuest’angolo è un mio tributo allo studio di Laura Majolino.
Saltuariamente ci lavoro e quella sedia adesso lì così fino a un paio di minuti prima mi ha ospitato.
Non è il mio studio e ha una sua identità.
Ma se la riconosci diventa parte della tua dialettica fotografica.
Come fai a non capirlo?
Nessun luogo è uguale. Lo studio di più.

Ho contato le volte che nomino lo studio: tredici. Più una fotografia.

© Efrem Raimondi. All rights reserved

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RANDOM Statement

Statement: cosa ci vuole?…
Title: uguale, cosa ci vuole?…
Il confronto col contemporaneo – si badi bene, non il moderno, proprio il contemporaneo – parte da questi due punti. Presupposti potremmo dire.
Più la biografia. Che chiameremo per coerenza idiomatica biography.
L’opera a margine. L’opera semmai. L’opera al massimo vale un quarto, quello meramente matematico.

L’opera, molto semplicemente, è un medium. No?
Sì. Sempre.
Cosa cerchiamo quando chiudiamo gli occhi?
E cosa vediamo quando li apriamo…

Questo medium è un’opera da 1,2 milioni di dollari:
The Persistence of Chaos, 2019 by Guo o Dong          INFO

Quest’opera è un medium:
Tintoretto by Efrem Raimondi - All Rights Reserved
Crocefissione, 1565 by Tintoretto.
Scuola Grande di San Rocco. Dove vado appena posso quando sono a Venezia.

Ma anche evitando quel noioso dettaglio che appunto è l’opera e volendo restare appiccicati al tema, basta scorrazzare per mostre, cataloghi, libri, siti e per i più pigri financo i social, per avere non un’idea ma proprio la radiografia di cosa offre il mercato degli statement e degli altri presupposti di cui sopra.

Il titolo è:
Riflessi Pietrificati; Riparliamone prima o poi anche se preferirei non parlarne: guardami!; Quiescenza Integrata; Incursioni rurali; Velleità; Ripieni nel vuoto; Stratosferica romantica.

Ai quali potremmo aggiungere:
Sprovveduto; Sembianze d’autunno; Essere altrove; Prove liberatorie; Provvedimenti sensoriali in assenza di diuretici; Qui-Là-Su-Giù; Tentazioni infingarde; Visioni preventive; The sound of their breath fades with the Light/Il suono del loro respiro si attenua con la luce; Salti introspettivi; Impianto accusatorio a labbra aperte; Elongated Fragment of Impossible Faust/Frammento allungato di Faust impossibile; Starship Pilot Painting a Circumstance/Pilota di navicella spaziale che dipinge una circostanza; Perfect Shape Rearranged/Forma perfetta riorganizzata.
Alcuni mi ricordano certi nomi dei cavalli da corsa: indelebile Lunotto Termico.

Passando agli statement…
Artist statement
My work explores the relationship between the tyranny of ageing and daytime TV.
With influences as diverse as Blake and Roy Lichtenstein, new variations are distilled from both opaque and transparent structures.
Ever since I was a postgraduate I have been fascinated by the theoretical limits of the moment. What starts out as yearning soon becomes manipulated into a tragedy of lust, leaving only a sense of dread and the inevitability of a new order.
As intermittent forms become transformed through emergent and academic practice, the viewer is left with a hymn to the limits of our existence.
Il mio lavoro indaga il rapporto tra tirannia dell’invecchiare e tv nelle ore diurne. Ispirate da influssi diversissimi come quelli di Blake e di Roy Lichtenstein, nuove variazioni vengono distillate a partire da strutture ora trasparenti, ora opache.
Sin dai tempi della laurea specialistica sono affascinato dai limiti teoretici dell’istante.
Ciò che principia come desiderio spesso finisce per essere manipolato in una tragedia libidinosa, lasciandosi indietro solo una sensazione di paura e l’inevitabilità di un nuovo ordine.

Di fronte a forme intermittenti, trasformate grazie alla pratica emergente e accademica, allo spettatore non rimane che un inno ai limiti della nostra esistenza.

Short artist statements
My work explores the relationship between multiculturalism and unwanted gifts.
Il mio lavoro esplora il rapporto tra multiculturalismo e regali non desiderati.

With influences as diverse as Kierkegaard and John Cage, new tensions are crafted from both opaque and transparent textures.
Ispirate da fonti diversissime quali Kierkegaard e John Cage, nuove tensioni si creano a partire da texture ora opache, ora trasparenti.

Mostre – Titoli
The Bureaucracies of Illusion: Daring to Defy Sameness
Le burocrazie dell’illusione: osare la sfida alla ripetizione

Fantastic Imagination: The Video Art of Sameness
Immaginazione fantastica: la video art della ripetizione

After the Illusion: 15 Years of Urban Experience
Dopo l’illusione: 15 anni di esperienze urbane

Cosa ci vuole? Ma basta un generatore random di:

1 – Titoli di opere

2 – Statement

3 – Titoli di mostre

E ’sti cazzi! Con un pacchetto così sei pronto per partire.
E anche arrivare con un po’ di buonumore alla pagina successiva della tua vita artistica.
Che Tintoretto anneghi. Meglio per lui.

Still not good enough?

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Beppe Sala – ICON DESIGN

Beppe Sala sindaco di Milano, per ICON DESIGN.
Palazzo Marino, 18 novembre 2019, sera.
Una di quelle rare volte che a priori so con assoluta precisione cosa farò: la faccia.
La faccia e basta.

Salone limitrofo all’ufficio del Sindaco…
Maria Cristina Didero editor at large del magazine, Marco Sammicheli che farà l’intervista, Nicole Marnati la mia assistente.
Si chiacchiera un po’ del più e del meno.
Anzi, del più. Perché io continuo a pensare alla faccia e lo dico.

Maria Cristina e Marco dal sindaco mentre Nicole e io allestiamo un set minimalissimo, povero c’è chi direbbe. Ma io continuo a pensare alla faccia e non mi serve altro.
Il radiocomando non funziona. Non si capisce perché. Va be’, uso il cavo sincro come ai vecchi tempi, nella cirsostanza non è così di impiccio.

Arriva Beppe Sala. Due chiacchiere e gli dico cosa mi farebbe piacere fare: la sua faccia. Stop.
Si accomoda sul grande divano e io comincio.
La fotografia di backstage di Marco Sammicheli – che ringrazio per la cortesia – rende bene l’idea.
Efrem Raimondi shooting by© Marco Sammicheli - All Rights Reserved

Sette minuti tra la prima e l’ultima flashata. Non mi serve altro, non saprei cosa fare. Compresa una variante di inquadratura che magari potrebbe essere utile.
Non ci credo molto ma in termini di impaginato, che ne so, è comunque un magazine ICON DESIGN, non la parete della mia cameretta.

Sento il bisogno di una faccia così.
In edicola adesso.

Beppe Sala by Efrem Raimondi for ICON DESIGN

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

UPDATE 12 gennaio
Poi succede che pubblico sul mio profilo INSTAGRAM.
E Beppe Sala commenta.
Non succede così spesso. E niente, mi ha fatto piacere.

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Anno 2020 – La prima

Non ho mai avuto il bisogno di fotografare per fotografare.
Del gesto, quello meccanico, non me ne è mai fregato niente.
Nessun rito insomma, non sono un azteco: solo la funzione che permette di tradurre la visione in opera tangibile visibile a chiunque.

A me in primis. Perché è sempre a te in primis, tutto il resto viene dopo.
Quanto dopo dipende dalle circostanze. Assignment inclusi.

Un flusso di immagini in un tempo non frazionabile subordinate al linguaggio.
E la cronologia è solo un valore per gli archivisti e gli storici. Per me conta poco.
Anche per questo non ho mai pensato DEVO fotografare – come sopra, assignment inclusi.
Conta solo la circostanza, che è fatta di  c a u s a l i t à  e di margini: intercettiamo solo ciò che siamo in grado di decodificare.
Il percorso fotografico consiste nel ricollocare attraverso un altro codice. Che è appunto il linguaggio, quello iconografico: un altro luogo.

Il punto è che per la prima volta, l’1 gennaio mi sono alzato con ‘sta fissa: DEVO fare la prima fotografia dell’anno!
Che non ha nessun senso per me… che cazzo m’ha preso non lo so.

Forse in qualche modo invece gli aztechi c’entrano: il loro sistema numerico è vigesimale quindi a base 20. E quest’anno i 20 sono due e riempiono tutto lo spazio a disposizione. Vuoi vedere che…

Per questo oggi, 2 gennaio 2020, sono da un’ora su questo ponte a guardare l’acqua scorrere.
Un’entità sempre uguale ma intimamente distinta e qui, in questo argine, ogni goccia ha la sua storia e il suo fluire.
Una condizione ipnotica. Un tempo sospeso.
Che ho interrotto prendendo la fotocamera e producendo la prima fotografia dell’anno.
Non riesco a crederci… Se fossi davvero conseguente dovrebbe essere in maiuscolo.

Invece no. Perché non ci sarà più alcuna prima, solo il fluire.
Io non distinguo.

Che il 2020 sia sereno. Questo l’auspicio per noi che ci riconosciamo.

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved

Canale Villoresi località Panperduto. 2 gennaio 2020 – H 13.36

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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