Del ritratto

© Davide De Dea - Francesca Ferrari/Efrem RaimondiCon Francesca Ferrari sul set di Fondazione Fotografia Modena – Foto di Davide De Dea

Da oltre un anno non faccio nulla di didattico che non sia il mio laboratorio, ISOZERO Lab.
Di questo ne scriverò più avanti visto che la prima edizione è quasi alla fine. E si parte per la seconda.
Invece a breve ci sono due appuntamenti.
Sul ritratto.
Diversi: un WS organizzato dal magazine IL FOTOGRAFO – 16 e 17 febbraio, Milano.
A margine, Il signore in cover è Joe Strummer.   INFO

E un corso con  BOTTEGA IMMAGINE, sempre a Milano, sviluppato in dieci incontri serali. Il martedì: Febbraio – Aprile.  INFO

Sono due percorsi didattici diversi che rispondono a esigenze diverse.
A questo riguardo ho pensato che non è poi indispensabile avere una reflex per partecipare.
Sarebbe solo meglio. Perché sia nel WS che nel CORSO ci sarà anche un set predisposto.

NO modelle. Sarà proprio inter nos.
Perché, perché… lo spiego quando ci vediamo il perché.

Ma c’è un motivo fondamentale. Per me ineludibile.

La questione fondamentale è rapportarsi al ritratto con l’intento di superare il genere.
Sì lo so, adesso sembra andare per la maggiore.

A parole.
Poi ciò che conta, come sempre, è ciò che si produce.
Come indicazione di massima sulla trama di questi due appuntamenti consiglio la lettura di questo articolo, direttamente dal mio blog:

RITRATTO QUATTRO REGOLE PERÒ

Ci sarebbe anche un’altra cosa…

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Pagherete caro, pagherete tutto.

C’è questa tendenza a pensare che i fotografi che non fanno reportage – quello maiuscolo, colto, incline alla lacrima – o aderenti a questa iperbole della fotografia sociale, siano dei fighetti.
Mi spiace deludere, non è così.

La fotografia è un luogo intimo. E si vede.
Coincide nella migliore delle ipotesi con la visione che hai del mondo.
Con te.
Qualsiasi cosa tu faccia.
Soprattutto se è chiaro chi è il soggetto: tu! E la tua fotocamera che ti asseconda. Sempre.
Senza un attimo di tregua. Nemmeno se stai ritraendo Dio.
È davvero così.

Pagherete caro, pagherete tutto.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedRitratto a questa vacca, Trentino 2014

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedAcquario, Lombardia 2016

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedFiorellini, non ricordo dove 2017

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedDolomiti, Pinzolo 2015

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Workshop. Che chiude il ciclo.

Workshop…
Si fa in fretta, molto in fretta a dire workshop.

Poi bisogna farlo, e la questione cambia.
Chi ha partecipato a La sede del ritratto – la prima volta nel maggio 2015
a Fondazione Fotografia Modena – sa esattamente di cosa si tratta.
Quale il percorso e cosa sedimenta.

Un solo obbligo: resettare e mettersi in gioco.

Perché il ritratto è luogo complesso, più che altrove.
Non fosse altro per la quantità di luoghi comuni e cliché iconografici che lo accompagnano.

E questo è il punto della resa di molti.
Della difficoltà a immaginare che possa essere affrontabile serenamente…
Semplicemente.

Che la ricerca dell’anima di chiunque ci sia davanti, che la sua restituzione fotografica, siano entrambe solo una perdita di tempo, è il primo punto. E vale per tutto e tutti.
Pensa a restituire la tua!
Sempre e indipendentemente dal soggetto.
Oltre la gabbia del genere, che è una prigione espressiva.

Ma la domanda è: vuoi alzare l’asticella e non essere vittima dell’ansia da prestazione?
Puoi pensare che anche col ritratto sia possibile fare fotografia?
Il COME affrontare per COSA restituire è il percorso didattico che ci riguarda.
Proprio così come l’ho scritto.

Questo a Blue70 – Roma – è di fatto l’ultimo di un ciclo.
Più in là, molto più in là se ne riparlerà. Forse e dipende.

11 – 12 novembre, Roma.
Tutte le   I N F O  

Monica Bellucci by Efrem Raimondi - All Rights ReservedMonica Bellucci, 1999.

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P.S. La pelle, la sua testura, è parte integrante della fotografia.
Ed è a sua volta soggetto.
Va trattata bene…
Non prevista la pialla.

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Before

Before – After…
Tutta la vita BEFORE!
Un’azienda che produce e/o distribuisce software – non me ne sono preoccupato – pubblica sulla sua pagina FB questo:

Before - After, Efrem Raimondi BlogUn software che pialla, sembrerebbe a tradurre la comunicazione. Uno dei tanti.
Solo che pone in tutto rilievo i due stati: before – after.
E c’è la possibilità di commentare.
Come si può vedere, non so astenermi, proprio non ci riesco, e commento…
11 novembre 2016, ore 07:54.

Stesso giorno ore 11:18… commento censurato e tanti saluti da lì all’eternità…

Before - After, Efrem Raimondi BlogMe ne son fatto una ragione. Istantaneamente.
Più un sorriso.
Ognuno naturalmente produca e distribuisca ciò che gli pare, visto che è assolutamente legale e in più in questo caso si tratta di qualcosa che contribuisce direttamente all’esito della nostra immagine.
E quindi presumo abbia un’utilità.
Solo che…
Solo che, se l’esito è ciò che vedo non contribuisce alla mia.
Solo che, l’uso comunicato entra fortemente nel merito di una questione non riducibile a un fatto meramente tecnico, ma va direttamente al linguaggio.
E al gusto.
E questo la rende discutibile.

Non le potenzialità del prodotto, di questo come di qualsiasi altro, Photoshop in testa, sono il soggetto.
Ma l’uso. E la mira che abbiamo.
Ci interessa davvero togliere qualsiasi traccia della texture epidermica e ridurre il tutto a una maschera?

La pelle è un soggetto non eludibile.
Partecipa direttamente alla cifra espressiva dell’immagine.

Esattamente come qualsiasi altra cosa compaia.

La postproduzione c’è sempre stata. Anche con l’analogico.
Quello che è davvero cambiato è il tempo che dedichiamo alla produzione.
Che sembra essere diventato un tempo utile solo all’acquisizione di una matrice qualsiasi. Praticamente un supporto.
Che tanto, dopo…
Dopo un cazzo!
La fotografia non è un luogo delegabile al dopo.
Vive del presente. Un tempo, uno spazio, determinato da una dialettica che è già espressione.
Qualsiasi post è solo subordinata a precisare l’intento.

Ma qual è l’intento?

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Maestro… #myfather #andme

Ci vuole sempre un maestro.
Una maestra.

Qualcuno che ti abbagli…
Qualcuna di cui innamorarti.

Per ciò che sono…
Per ciò che fanno…
Per ciò che danno.
Una dote per sempre, sino all’infinito.
Sei pronto?
Adesso tocca a te.
Non pensare, adesso fotografa.
E vediamo cosa restituisci.

È andata così.

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my father and me © Efrem Raimondi - All Rights Reserved    Mio padre e io fotografati da mia madre, giugno 1962.

Il maestro è nell’anima,
e dentro all’anima per sempre resterà.
Paolo Conte.

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Ritratto: Figura e Presunzione

CAT POWER by Efrem Raimondi - All Rights ReservedCat Power, 2012 – Rolling Stone IT.

Non basta una figura perché sia ritratto…
Occorre che sia visibile una presunzione.
Che un arbitrio venga esercitato.
Non diversamente da qualsiasi altro luogo fotografico.
Quale la tua presunzione?
Prima ne prendi atto e prima ritrai.
Spiacente, è una regola.
Ferrea.

A margine: non c’è alcun obbligo di partecipazione delle mani.
Nel dubbio, segarle.
Tanto, comunque, si lavora in ambiente anestitizzato: nessun dolore, nessuno spasmo, nessuna smorfia.
Nessun dogma.
Nessun dorma.

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Il Gesto

Laura by Efrem Raimondi - All Rights Reserved    Laura – Lago Maggiore, 2014


Tu sei lì.
Io qui…
Una distanza ponderata.
Una distanza necessaria.
Stesso tempo, stesso spazio.
Stesso niente…

Vediamo orizzonti diversi: il tuo si ferma alla mia fotocamera, più che una linea un punto.
Il mio non ha traguardo.
E quando ti guardo, non ha ancora una forma.

Aspetto te.
Aspetto un gesto.
Un segno minimo estraneo a questo tempo.
Che dia forma al mio spazio.
E tu sei il centro.
Ti sembro distratto?
Mi vedi girato?
Tu resti il centro.

Basta l’ombra, basta l’accenno di un gesto interrotto.
Ti sembra irripetibile in questo tempo che ci riguarda?
Ma io mi ci aggrappo.
E gli do la forma che questo spazio non comprendeva prima di noi.

Tu sei lì.
Io da qui non mi muovo.
Io non penso.
Ma stavolta scatto.

Come si fa un ritratto?

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Alessandro Zanardi by Efrem Raimondi - All Rights ReservedAlessandro Zanardi – Milano, 2007 – Studi Mondadori

Questo articolo l’ho già pubblicato nel 2014.
In vista dei prossimi appuntamenti pubblici, workshop e lectio, lo ripubblico.
Perché ci sono questioni, intorno alla fotografia, che ritengo sostanziali.
Certamente sbagliandomi.

Non c’è nulla di male nel non volersi occupare del ritratto, ma se proprio ce ne facciamo carico va detto che non può essere preso come un esercizio stilistico.
E sia come viene…
Sia come al momento capita…
Sia in balia del circostante. Del soggetto soprattutto.

Se così, non se ne esce. E non si restituisce nulla che sia poco più che formale.

Una pratica notarile a volte. 
E non c’è software che presti soccorso.

Il rischio maggiore è la staticità. Che non riguarda l’immobilità del soggetto e i fraintendimenti sul posato: ci sono posati più dinamici di una corsa campestre!

Il ritratto riguarda l’interezza della persona.

Della quale ci occupiamo magari solo attraverso un dettaglio.
Spesso il più marginale… quello che non si pondera a priori.


Ma succede che proprio la marginalità diventi soggetto.

Cifra esplicita bastante a sé stessa.
E a tutto quanto.

Il soggetto di una fotografia è la fotografia stessa in tutta la sua interezza.
Per come la restituisci.
Per tutto il perimetro che la delimita.

Perché sì… e non c’è un altro perché.

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Ritratto e parole

© Efrem Raimondi -All Rights Reserved

Ritratto. Chissà cos’è…
E siccome non ne ho la più pallida idea, lo faccio senza pensarci troppo.
Questo durante, mentre ritraggo.

Cioè fotografo.
C’è invece un ambito preciso per la riflessione.
Un ambito temporale: prima e dopo.

Questo vale anche per tutta la fotografia che affrontiamo.

Leggo qua e là una moltitudine di parole intorno al ritratto.
Che dovrebbero qualificare l’intento, la spinta espressiva.
E rendere giustizia all’immagine restituita che altrimenti, pare, vagherebbe per l’etere senza identità alcuna.
Anche in ambito didattico.
Soprattutto in ambito didattico… originale – psicologico – emozionante – oltre le regole (quali?) – empatia – feeling – forte – disincantato – approcciante – contemporaneo – riflessivo – terapeutico – creativo e mi fermo qui.

C’è anche complesso. Ma ho l’impressione che in realtà si debba leggere come difficile.
Qualcuno lo so, aggiungerebbe volentieri gagliardo…

 Questo vale anche per tutta la fotografia che affrontiamo.

Manca una sola parola, un aggettivo fondamentale: semplice.
E questa è la sua vera complessità.

Visto che vale anche per tutta la fotografia che affrontiamo, o con la quale ci relazioniamo, mi viene da chiedere: ma in cosa si distingue allora il ritratto?
In niente.
E allora per essere davvero espressione dell’autore, esattamente come per qualsiasi altro ambito, come lo si affronta?

Esattamente come altrove: facendo fotografia tout court, saltando i condizionamenti di genere.
Non c’è alcuna differenza.
Esistono, vero, alcune specifiche.

Puramente tecniche. Nulla di personale quindi.
Ma come ovunque si usi il linguaggio, sono manipolabili.
E questo sì è personale.
Se le conosciamo, non ci costringono.
Se non le conosciamo siamo fottuti. E nell’etere ci finiamo noi.

Quando ho visto la mostra di Robert Frank alla galleria Forma Meravigli, ho pensato che sarebbe stato ideale occupare lo spazio e fare una vera lezione sull’esposizione.
Perché quella fotografia, a leggerla davvero, dichiarava inequivocabilmente l’idea che della luce, della sua traduzione, Frank aveva.
E ne disponeva a piacimento.
Senza mediazione. Senza equivoco. Senza tentennamenti.
Diversamente, ci avrebbe restituito altro.
Diversamente, restituiremmo altro.
E questa sì è una lezione. Questa sì è una regola.
E ci si mette due ore a trovare il bandolo della matassa: due ore appena per cominciare a orientarsi.
Poi te la giochi.

Altro che la Regola dei Terzi!
Prima di aprire il mio account Facebook nel 2010, non sapevo neanche cos’era la Regola dei Terzi. Giuro.
Non ero preoccupato. Solo incuriosito da certa veemenza social intorno a un margine che non delimita nulla di sostanziale.
Questo non è l’elogio dell’ignoranza… solo delle priorità.
E della sostanza che delinea concretamente un percorso, una visione.

Due cose per chiudere: la regola dei terzi la ignoro tutt’ora e il ritratto è affrontabile senza alcuna isteria. O pregiudizio.
Ma anche nei workshop e in qualunque altra sede, sul ritratto, ma cosa raccontiamo?

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Fotovacanze…

FOTOVACANZE: nessuna differenza.
Chi pensa che un fotografo cambi registro tra la produzione cosiddetta seria – quella fatta con tutto l’arsenale dispiegato – e quella prodotta nel tempo libero, in vacanza, quando girovaga per mari e per monti o dovunque si trovi privato della sua invidiabile potenza di fuoco, si sbaglia.
Piuttosto non fotografa.
Piuttosto non fotografo…

Ma se fotografo, lo faccio sul serio.
Perché non ci sono due registri.
Fossero anche dei fiorellini invasati, lo sguardo è uno.
Ed è lo stesso.
Quindi, per ciò che mi riguarda almeno, non esiste alcuna collocazione stagionale sospesa.

Nessuna deroga: ciò che produco, e che mostro, mi appartiene in toto.
Come questa fotografia a due capretti.
Che è un ritratto a tutti gli effetti.
A meno che non si ritenga che il ritratto sia appannaggio della sola specie umana.
Dato però che non faccio distinzione di specie, di razza, di colore, di nazionalità, di classe, di quoziente intellettivo e per dirla tutta, nemmeno della rettitudine morale mi frega, fotografo sempre col solo intento di restituire la fotografia che mi riguarda e nella quale mi rifletto.
E si deve vedere. Perché se non è così ho fallito.
Quindi il mio approccio è lo stesso che ritragga Philippe Starck – un nome a caso per capirci bene – o appunto questi due capretti.
Magari cambia l’arsenale di cui sopra, e per questa fotografia non c’erano assistenti… no stylist, trucco e parrucco, uffici stampa e manco lo studio con tutta la luce che voglio.
Ma tutto ciò ha solo un peso relativo. E varrebbe zero se ciò che mostri è una ciofeca.

Se non ha l’identità che ti riguarda.

Questi due capretti, così come sono in questo perimetro, mi corrispondono.
E questo mi basta.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedFrom the series Guardami negli occhi, perfavore…
Pinzolo, agosto 2016, in vacanza.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Maternità

 

Anastasiia by © Efrem Raimondi

 

Maternità… la condizione fotografica.
Non necessariamente al freddo e col mio Chiodo.
Però…

Anastasiia, 2014.
Milano. Febbraio. Con gente garbatamente alla finestra.

© Efrem Raimondi. All rights reserve

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