e migliaia di altre persone

E migliaia di altre persone.
Cioè, oltre a Anta de Laporta che capitana, ci sono altre migliaia di persone al seguito che hanno laicato lo stesso post IG, la stessa immagine, lo stesso video.
Nulla da aggiungere a riguardo, se ne prende atto.
Però non spiega nulla. E a meno di essere sempre inclini a prendere atto di qualsiasi status quo – che vita del cazzo – magari almeno una curiosità potrebbe venirci.

In primis: siamo disposti a ritenere Instagram il luogo social per eccellenza di accoglienza del pianeta fotografia comunque la si declini?
Al punto per esempio di ritenerlo, il pianeta, sostitutivo del proprio sito come alcuni fotografi hanno detto?
Non so se poi siano passati dalla dichiarazione ai fatti, e se sì sarebbe interessante sentirne la ragione.
O forse no.

Ogni tanto sfoglio l’offerta iconografica del catalogo IG.
E a fronte di alcuni stop, prodotto di un effettivo interesse per l’immagine che ho davanti, il resto è uno scorrere rapido e indistinto.
Salvo la riga Piace a Anta de Laporta e migliaia di altre persone.
Che ha una sua grafica riconoscibile e densa di aspettative…
Disinteressarmi delle premesse quali che siano – se i numeri che vanti siano un pacco o meno… se sei famoso/sa… se… se tutto.
Guardare solo il prodotto iconografico visto che IG è un luogo iconografico dove la parola sembra bandita e per tutto questo tanto apprezzato.
Esattamente di ciò che mi occupo, è il mio lavoro produrre fotografia, relazionarmi direttamente col prodotto visibile.
E allora che prodotto sia.

Anche a sforzarsi di prendere tutto sul serio mi sembra emergere un distinguo fondamentale tra ciò che è stile e ciò che è linguaggio.
Tanto stile, poco linguaggio.
Dove per stile intendo alla maniera di.
Di ciò che detta il costume; di ciò che è di immediata fruibilità; di ciò che è fresco – fresco?; di ciò che è nel mood. Nel mood…

Di ciò che è facilmente replicabile.
Di ciò di cui a me non frega un cazzo.

E il punto è esattamente questo: Instragram è solo un luogo di accoglienza.
Che proprio nel conforto dell’accoglienza prevarica il peso specifico dei contenuti qualsiasi essi siano.
Dove semmai i contenuti, estetici per ciò che mi riguarda, si mischiano alle mutande o alle tette della qualsiasi o a qualsiasi altra cosa.
E se è alla fotografia che miriamo, occorre mirare bene per districarsi da una produzione mainstream di bassa, bassissima lega. Nella migliore delle ipotesi aggrappata, appunto, allo stile.

IG ha un contenuto, una qualsiasi visione, un solo elemento intellettuale di distinzione?
Zero. Il suo numero perfetto: zero. Che è tutto.
E così ti accoglie.
E così mi accoglie.
Ma non penso che sia alcun strumento.
Molto semplicemente vedo gente. A volte faccio cose.
Ogni tanto intercetto un fiore che urla.
Per il resto siamo un po’ tutti muti.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

E migliaia di altre persone…
Ognuno tragga le conseguenze che vuole da questa sintesi visiva.
Che è tutto dire affiancata a Anta de Laporta e le altre migliaia di persone.

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E buon anno

Se c’è una cosa che mi ha insegnato l’anno lasciato alle spalle è la leggerezza.
La facoltà di lasciare andare le cose.

E certa gente per la propria strada, che ho riconosciuto non essere la mia.
Quindi forse fare una chiarezza ulteriore sulla mia.

Non riconoscere più persone e colleghi.
Non le colleghe, loro sono le stesse che conoscevo.
Un po’ smarrite. Come me di fronte a certe manifestazioni pubbliche di goliardica arroganza. Tra una sirena e l’altra, tra un’ambulanza e l’altra a distanza di un minuto.
Ma cos’ha fatto il Covid?
Andrà tutto bene. Davvero?

Saremo migliori. Davvero?
Ce lo ricordiamo ‘sto mantra vero?
E questa smania di tornare alla normalità…
Non m’interessa quella normalità ante virus, che è proprio l’origine del problema.
Lei è il virus.

Che sì sì il Covid, ma oltre il suo devastante bagaglio, è stato detonatore di un malessere profondo. Strutturale.

Si deve ricominciare. Da dove? Con quale visione? Che mondo vogliamo?
E io cosa faccio?

Intanto magari sì dai, venderò cellulari. Qualcosa si deve pur rimediare.
Come suggerito dai simpatici guaglioni che mi hanno rubato faccia e nome su Facebook e spalmano ovunque ‘sta roba dell’iPhone 11 eccetera.
Poi, rubato… Per fottermi l’identità ci vuole un po’ più di impegno.
Che l’identità è un fatto di coerenza riconoscibile.
Anche nelle avversità.
Diciamo una presa in prestito di un paio di elementi identificativi, nome e faccia appunto. Che da soli non bastano.
All’inizio mi incazzavo – dura da novembre. Perché non è simpatico.
Poi mi è passata vista l’insistenza nel propormi come venditore di cellulari: evidentemente mi riconoscono delle risorse e uno status che non sapevo di possedere.
Un po’ come Troisi napoletano/emigrante in Ricomincio da tre e alla fine sì va bene, se proprio mi si vuole venditore di cellulari potrei convincermene.
Se non altro per non star lì a perdere tempo in spiegazioni.

Mi sto adoperando per rintracciarli.

Perché vorrei congratularmi con loro.
Fargli sentire tutta la mia vicinanza. A mio modo.
Poi mi ringrazieranno.

E dulcis in fundo certo, l’auspicio è di un buon anno.
Non per tutti. Il mio augurio è per le persone che riconosco.
Per gli stronzi no.

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FC • FOTOGRAFIA E[È] CULTURA – magazine

FC FOTOGRAFIA eccetera – prima o poi riuscirò a scriverlo per intero – terzo numero DICEMBRE 2020.
Certo che doveva uscire prima, più o meno un anno fa, ma come sappiamo eravamo nel bel mezzo di questa pandemia.
E tutto bloccato.

Un numero ricco di contributi, come sempre, come prima.
Quello che ha questo magazine è che è un luogo di riflessione sulla e intorno alla fotografia. E di questo ce n’è un grande bisogno.
Soprattutto oggi, che si fa in fretta a dire fotografia.
E si fa ancora più in fretta a farla. O meglio, si fa in fretta a produrre fotografie, quanto a fare fotografia la questione, oggi, è molto più complessa.
Insomma, personalmente sentivo il bisogno di un cartaceo che si confrontasse con questa realtà mutata, mutante e appunto complessa.
Un cartaceo col suo profumo di stampa.

Ci collaboro. Da subito. Non so bene perché, per quale merito, ma evidentemente il Direttore Pio Tarantini e il Comitato Editoriale – Giovanni Gastel, Isabel Guardans Cambò, Pietro Privitera e lo stesso Pio Tarantini – hanno i loro motivi. Che non indago, mi fa piacere e basta.

A proposito del ritratto il mio contributo. Un po’ anomalo forse.
Una sintesi estrema di ciò che del ritratto penso.
Della relazione con la fotografia in primis e col soggetto poi: una dialettica che non può essere ridotta a uno scambio di battute lanciate a ventaglio sul set, qualsiasi set sia.
E c’è il ritratto a Anastasiia. Una maternità.
Così come la vedo.
FC FOTOGRAFIA E[È] CULTURA N.03 - Efrem Raimondi 's articleLa fotografia, quella che produciamo, è la matrice della nostra riflessione, quella immediatamente visibile.
Si può divergere. Si può andare per qualsiasi strada. Ma per farlo devi esporti.
E mettere a nudo la tua visione del mondo.
La fotografia alla quale penso è questa.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Per ovvi motivi l’immagine condivisa sui social, tutti quanti, è sfuocata.
Censura a parte – che non discuto – vorrei evitare gli insulti, anche violenti, che ricevetti quando incautamente la pubblicai qualche anno fa.
Perché non si tratta semplicemente di un nudo, ma della “sacralità” della maternità e delle sue appendici stereotipate.
Soprattutto in fotografia.

Non conosco nel dettaglio la distribuzione. Io l’ho trovata qui, Hoepli website

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PORTRAIT CALL. 2 – 3 gennaio 2021

UPDATE 19 dicembre: DATA 2.
                                                     5-6 GENNAIO 2021
Avendo esaurito rapidamente i 20 posti a dipsosizione, poi portati a 25 e qui ho stoppato, ho pensato che una seconda data possa interessare.
Poi basta, non se ne parla più per un po’.

Portrait call, cioè un incontro secco, online, sul ritratto in fotografia.
Ma non così generico…
Sull’oltrepassare il genere e spostare finalmente il piano del confronto dove dev’essere: fotografia libera da orpelli, cliché e menate assortite – queste ultime abbondanti in area ritratto.
Ma cos’è davvero il ritratto in fotografia?
Come affrontarlo?
Cambia davvero qualcosa rispetto agli altri luoghi della fotografia?

Frega niente di destrezze pirotecniche e effetti assortiti…

Due incontri di tre ore l’uno: sabato 2 gennaio e domenica 3 gennaio.
Serrati, senza filtri – e chi li ha mai usati?

Dalle ore 15.00 alle 18.00 in entrambi i giorni. Costo € 100,00.
Detraibili in caso di iscrizione al prossimo master sul ritratto.
Numero chiuso: 20 presenze.

Zoom la piattaforma.
Chi interessato può scrivermi qui
: info@efremraimondi.it

mio padre e io ritratti da mia madre ©Efrem Raimondi - All Rights Reserved  Mio padre e io ritratti da mia madre, 1962

Non ci metto solo la faccia ma anche il mio percorso sul ritratto.
Usando lo slideshow che proietto nelle lectio pubbliche, tipo quella tenuta nel 2015 in Triennale a Milano, o nel 2017 al MAXXI di Roma e al Museo Civico di Palazzo Penna a Perugia.
Che è un elemento preciso di confronto, visibile, e apre innanzitutto a quella che ritengo essere la conditio sine qua non: avere una visione ampia, molto più ampia della costrizione di genere.
Una visione che sia prodotto del nostro esporci. Della nostra capacità relazionale con ciò che ci circonda.

Non siamo il centro dell’universo.
Ma esponendoci possiamo raccontare il nostro.
E finalmente vedere di che materia siam fatti.
Che poi è il principio dell’esposizione in fotografia: il luogo tecnico che più di ogni altro segna, distingue la nostra relazione e dà peso specifico alla nostra produzione.

Non devi stupire. Devi zittirmi.
Devi scuotermi. Invadermi di pensiero che abbia una grammatica iconografica.
Me e chiunque si trovi al cospetto della tua fotografia, del ritratto di chi per un motivo o per l’altro si è trovato di fronte a te: ciò che è significativo è il tuo motivo e come l’hai risolto.
E adesso è qui, bidimensionale a confronto con un’altra realtà. Che prima non c’era.
E si vede o no. Altro non c’è.
Non è un processo automatico.
Davvero possiamo pensare che ci sia un sostituto della padronanza tecnica?
Padronanza. Cioè sapere cosa fare per essere quanto più prossimi all’intenzione. Possibilmente per coincidere.

Ed è qui, così, che si può cominciare a parlare di linguaggio.
E magari imparare a riconoscere se stessi e gli altri.

Cosa concorre alla produzione di un ritratto che sia fotografia?
Un sistema di vasi comunicanti che richiede un contributo fondamentale senza il quale il sistema non si attiva e si resta muti.
Qual’è la tua visone del mondo? Pensi si possa assolvere, che sia visibile semplicemente affrontando un ritratto, una fotografia?
A volte sì.
Ed è ciò che conta. Questo il motivo del fotografare.
Se poi è un ritratto…

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedPortraits list – partial. Ritratti realizzati dal 1980 a oggi.  Parziale, perché ne ho dimenticati alcuni. E non ci penso.

Sabato 2 e domenica 3 gennaio.
Dalle ore 15.00 alle 18.00 per entrambi giorni.  SOLD OUT

Martedì 5 e mercoledì 6 gennaio.
Dalle ore 15.00 alle 18.00 per entrambi i giorni.

ZOOM la piattaforma.
Per informazioni e programma: info@efremraimondi.it

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Alex Zanardi – Del ritratto

Alessandro Zanardi. E la relazioe ritratto-fotografia.
Una condizione semplice: non facile, semplice.
Dove il grado di complessità sta nell’eludere tutti i cliché che accompagnano la tormentata relazione.
Questo lavoro credo si presti per una breve riflessione.

Non c’è anima che tenga: non me ne occupo, non ne ho il tempo, non sono un predicatore e sono già abbastanza trafelato con la mia.
Non si può continuare a collocare con nonchalance certe parole, anche quelle consolidate: se c’è un’anima, nel ritratto soprattutto, è quella dell’autore. Ed è l’unica che cogliamo.
Prima di questo shooting ho incontrato Alessandro Zanardi una sola volta in compagnia di Michele Dalai, per l’anima semmai ci vuole un tempo che non è il nostro.

Nell’occasione scattai una double snapshot, con una compatta analogica flash on.

Alex Zanardi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedAnno 2003. Cinque anni prima del redazionale per Men’s Health diretto da Luigi Grella – una direzione intelligente e molto coraggiosa.
In qualche modo proprio questa snap cruda è la matrice del ritratto di apertura.
E ancora, l’anima non c’entra niente.
Conta molto di più la spinta che il grandangolo medio, l’equivalente di un 35 mm. full frame, dà a tutto l’isieme. Spazio incluso.
E così sfatiamo l’avversione al grandangolo nel ritratto: lo uso nel 90% delle situazioni.
È solo una questione di modulazione e dialettica con lo spazio, a partire da quel rettangolino che è il mirino della fotocamera: succede tutto lì dentro.

Non è la verità assoluta. Ognuno faccia come crede ma la profondità che restituisce, il dinamismo, non hanno eguali.

Alex Zanardi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedFatta questa, abbiamo affrontato lo studio a campo aperto: un limbo bianco molto generoso.
Prima con la sedia a rotelle. E qui gli ho chiesto se gli andava di scorrazzare.
Ha scorrazzato. Prendendo possesso di tutto il bianco che c’era.

Alex Zanardi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedAlex Zanardi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedA seguire un fronte e un back, a campo più stretto e nessun dinamismo: la handbike con la quale ha fatto la Maratona di New York.

Alex Zanardi by © Efrem Raimondi - All Rights Reserved L’urgenza di un primo piano. Stretto.
Cambio ottica e monto l’equivalente di un 50 full freme. Di solito aggiungo un tubo di prolunga. Qui no, trattandosi di un piano sequenza piuttosto rapido: PAM – PAM – PAM. Stop

Alex Zanardi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedAlex Zanardi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedAlex Zanardi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedE invece no stop. Perché mentre Alessandro si cambia, gli assistenti stanno mettendo a posto lo studio ecetere eccetera, io son lì fermo che guardo il pavimento del limbo.
E tutti quei segni, le tracce dello scorrazzamento, assumono un’altra valenza.
Di nuovo grandangolo. Si piazza un flash; parabola quella che c’è va bene; frostata.
Diretto e scatto.

Alex Zanardi by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedStop. Adesso sì, shooting finito.
Un’immagine non preventivabile. Che non sapevo neanche se il magazine l’avrebbe usata. Ma per me non poteva mancare.
Una volta che le cose le vedi ti risultano nitide e procedi.
Non penso, non ce n’è bisogno, procedo. È un flusso…
Se questa immagine non l’avessi fatta mi sarebbe mancata.
Anche al magazine, visto che è stata pubblicata.

Funziona così: non pensare al ritratto. Fallo come fosse una qualsiasi fotografia.

Fashion consultant, Paolo Lapicca
Stylist, Monia Ripamonti
MUA, Guja
Assistente fotografia, Emanuela Balbini

Come tutti, spero di rivedere presto ristabilito Alex.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Appunti per un viaggio che non ricordo – Select

Appunti per un viaggio che non ricordo è un lavoro che ha un inizio e una fine: 1986-2002.
Poi non so se è esattamente 2002… diciamo che coincide con la morte della Polaroid. Quella che conoscevo. Quella che le matrici le ho ancora intatte, custodite negli anni in piccoli libricini plastificati che ogni tanto, quando mi ricordo, arieggio.

Io sono cambiato, loro no.

© Efrem Raimondi - All Rights ResevedeUn percorso che nasce da un’esigenza precisa: stracciare qualsiasi certezza.
Era il 1986 e avevo iniziato a lavorare in banco ottico.  L’ho fatto per il decennio successivo: solo banco.
Non ho mai sofferto la relazione con la monumentalità della mia Toyo, che usavo in doppio formato: 10/12 e ogni tanto 20/25 cm.  Una delle rarissime fotocamere che ho amato.
E che amo tutt’ora imballata com’è.
Ma la necessità di mettere in discussione ciò che acquisisco è vitale.
Talvolta autolesionistico. Però giuro, ne vale la pena.
Perché solo così, saltando nel vuoto, ridimensiono l’insieme.

E quindi acquisto una SX-70 usata.
Come passare dal trabattello e l’affresco al graffito e il metrò. In un attimo.
Solo così può funzionere, senza pensare.
Ogni tanto la 690-SLR.
Un tourbillion. Un andare il più lontano possibile dalla definizione e navigare a vista sul filo della percezione pura.
Come essere sempre in uno stato di allucinazione.
E di equilibrio precario.
Ma era tutto ciò che cercavo: la precarietà. L’instabilità. La dissolvenza di ogni certezza.
E una domanda, una sola, senza risposta: ma dove sto andando?

Questo video la sintesi   https://youtu.be/ik0BdHsFHjQ

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Made in Italy – Exhibition

MADE IN ITALY – Ricominciamo da qui è la mostra inaugurata il 3 ottobre a Como presso il Museo della Seta.
Ideata e curata – molto bene – da Maria Cristina Brandini.
Moda, anzi, proprio Fashion e la fotografia che la esprime: Stefano Babic, Alessio Cocchi, Giovanni Gastel, Daniel Grandolfi, Irina Litvinenko, Fabrizio Mazzoni, Efrem Raimondi, Andrea Varani. Tutti appesi. Anche Laura Morino, fotografata da Giovanni Gastel e da Alessandro Vasapolli.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedEcco… ma io? Quando Maria Cristina Brandini mi ha invitato ho balbettato qualcosa tipo ma… ma io?
Non fotografo più la moda da una trentina d’anni.
Però per un quinquennio l’ho fatta. Davvero.
A modo mio. Per accorgermi poi che non era il modo.
È che le cose cambiano. Il mondo cambia. Io pure.
E quindi la penso come una parentesi formativa. Che mi ha permesso in seguito di relazionarmi comunque con alcune case di moda su altri percorsi non strettamente fashion, per dirla alla fotografese.

Ma evidentemente Maria Cristina qualcosa ha visto. Ne sono felice e per questo la ringrazio.
Questo è ciò che espongo. Su queste pareti, in questo box allestito da Roberto Bernè coadiuvato dalla stessa curatrice.

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved

Egon von Furstenberg 1987 by © Efrem Raimondi - All Rights Reserved

Egon von Furstenberg, 1987

Dolce & Gabbana, 1988 by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedDolce & Gabbana, 1988

Trussardi, 1996 by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedTrussardi, 1996

Prada, 1992 by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedPrada, 1992

INTERNI magazine, 2005 by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedINTERNI magazine, 2005

Jimmy Choo - VOGUE PELLE magazine, 2005- 30° Anniversary Issue © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJimmy Choo – VOGUE PELLE magazine, 2005- 30° Anniversary Issue

MADE IN ITALY, Ricominciamo da qui – Exhibition
Museo della Seta – Como

Via Castelnuovo, 9. Fino al 30 ottobre.

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OPEN EDITION GALLERY – Perimetro

OPEN EDITION GALLERY è una iniziativa dell’associazione Perimetro.
Alla quale ho aderito pensandoci bene.
Ed è una scelta politica… una serie di immagini a un prezzo fuori mercato: 120 euro nel mio caso, perché ho scelto il solo formato 25/25 cm dei tre disponibili.

Il cui 45% va all’autore, un altro 45% all’asociazione Perimetro e il 10% a un progetto charity amministrato dalla Onlus Live in Slums che realizza progetti umanitari e di cooperazione sociale.

Non sono edizioni e non hanno tiratura. Non hanno neanche la firma.
Ma hai una stampa fine art certificata OEG Perimetro.
Di solito non è così per ciò che mi riguarda: faccio edizioni con tiratura di nove esemplari. Ma il prezzo è altro. E un destino diverso.

Qui non si finisce in galleria, ma nelle case di chiunque ami una certa fotografia.

Parlo per me: non si tratta di una selezione di secondo livello.
Non sono scarti per parlar chiaro: queste immagini mi appartengono totalmente.
Semplicemente sono stampe fuori edizione acquistabili solo con questa formula.

Ho iniziato la mia gallery con quattro immagini della serie RANDOM DOUBLE SNAPSHOT.
Random… Che però non tradurrei con casuale. Più una questione di suono: randa in milanese… randagio.
Perché in effetti di casuale non c’è niente: mi trovavo in quei luoghi perché lì, proprio lì, stavo lavorando.
Double Snapshot… cioè il prodotto di due fotogrammi distinti. Poi assemblati senza un obbligo di continuità geometrica – qui sul mio blog ne ho già parlato.

La mia selezione adesso.
A disposizione di che ne ha piacere per ancora cinquantasei giorni.
Adesso. Poi si vedrà.

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Giardini disobbedienti – Exhibition

GIARDINI DISOBBEDIENTI è la mostra in corso a Villa Giulia, Verbania, sul tema del giardino.
Ma in realtà visitandola si vede che non è esattamente così.
E forse proprio per questo disobbedienti.
Più la visione che ogni autore/autrice ha del verde. Della relazione col mondo vegetale. Una relazione più o meno composta. E scomposta.
Un po’ tutto si mischia, perché è una relazione complessa.

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved

Curata da Maria Sabina Berra e Pio Tarantini.
Ventidue autori: Erminio Annunzi, Yuval Avital, Isabella Balena, BB, Matteo Cirenei, Margherita Del Piano, Carlo Garzia, Giovanni Gastel, Lydie Jean-Dit-Pannel, Studio Lariani, Gianni Maffi, Lelli e Masotti, Paola Mattioli, Paolo Minioni, Nefele B, Cristina Omenetto, Bruna Orlandi, Francesco Radino, Efrem Raimondi, Pio Tarantini, Roberto Toja, Natale Zoppis.

Il catalogo. Pubblicato in occasione della 15a manifestazione EDITORIA & GIARDINI, in collaborazione con la rivista FOTOGRAFIA E[È] CULTURA
Col patrocinio del Comune di Verbania.
Stampato – bene – da Diemme, Ghiffa.                   INFO

L’ho visitata domenica. E mi è piaciuta molto. Si può pensare che conti poco la mia opinione essendo parte in causa, e può anche essere, però ho visto delle belle opere. Tutte con una visone e nessuna menata.
Un’ottima curatela in un contesto, quello di Villa Giulia, molto affascinante.
E non proprio semplice da gestire. Invece…
L’itinerario iconografico che pubblico ha come soggetto proprio la mostra, lo spazio, la relazione.

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved© Efrem Raimondi - All Rights Reserved© Efrem Raimondi - All Rights Reserved© Efrem Raimondi - All Rights Reserved© Efrem Raimondi - All Rights Reserved© Efrem Raimondi - All Rights Reserved© Efrem Raimondi - All Rights ReservedPer le opere non c’è che andare di persona.
E questa è la mia: Magnolia di notte, 2020. In mezzo al lockdown.
Dalla serie Do you like fiorellini?, dove un po’ tutto è per me destabilizzante.

Magnolia di notte © Efrem Raimondi - All Rights Reserved© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Ritratto e Identità

L’elemento identificativo per eccelenza è la faccia. VisoVolto, in italiano gentile.
Se dovessimo pensare il ritratto come codice identificativo potremmo fermarci qui. Riabilitando magari anche la fototessera.

L’identità invece è altro, cioè un sistema identitario consapevole, e tutto concorre a comporlo.
È roba tua, ma anche il passepartout sociale che permette l’accesso a un gruppo piuttosto che a un altro.

Cosa succede se a Vasco Rossi nego il viso?
© Efrem Raimondi - All Rights Reserved

E se la negazione la sottolineo?
© Efrem Raimondi - All Rights Reserved

Cosa succede? Niente.
La misura resta invariata: faccio fotografia. Che è un altro luogo, per nulla oggettivo.
Senza alcuna ansia si procede in una realtà mutata.

E mutante.
Vasco Rossi mi perdonerà se lo uso in questo contesto, ma è perfetto.

L’ho ritratto per quattordici anni: sai che importanza ha avuto il piano identificativo?
Zero.
Quello identitario? Molta.
La relazione iconografica che riconosco è solo questa: cosa intercetto dell’identità di quest’uomo? Cosa mi riguarda? Cosa vedo?

Fosse anche un lembo, è tutto. E da qui si procede.

Ma vale per tutti e per tutto. Anche davanti a un laghetto dolomitico, con la paperetta e la bambina che annega perché l’acqua è gelida e ha appena ingoiato una teglia di lasagne di mamma sua, anche qui, cosa vedi?
Nulla che ti riguarda? Lascia stare.
Passa oltre senza rimpianti.
E soprattutto smettila di ossessionarti con ‘sta menata del ritratto…
È tutto molto semplice.

Dedicato a chi guardandosi allo specchio non si riconosce. E si cerca altrove.

Entrambe le immagini sono state realizzate nel maggio 2013: stesso shooting a Pieve di Cento, dove Vasco Rossi e i musicisti provavano.

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