Ritratto quattro regole però

Efrem Raimondi backstage - by Giulia Diegoli

Ritratto… quattro regole. Come a bigliardo.
Mi piaceva molto giocarci, all’italiana, cinque birilli.
Ho ancora la mia bella stecca due sezioni… ferma lì da una quindicina d’anni.
Comunque ero un giocatore modesto.
Malgrado conoscessi le regole.
Perché vero, non basta conoscerle per giocare bene.
Solo che se non le conosci, non giochi.
Questo per quanto concerne il bigliardo, dove le regole sono oggettive.

In fotografia no.
In fotografia sembra che possa valere tutto.
Cioè niente.
Sembra.
E certamente per fare una fotografia qualsiasi, e magari anche piacevole, può anche essere vero.
Per farla…
Rifarla è un’altra faccenda. E il culo della casualità è esaurito.
Per ovviare a questa imperdonabile latitanza, occorre conoscere quelle quattro regole oggettive.
E già basterebbe per continuare nel gioco collettivo.
Poi però si può andare oltre e alzare il livello.
Con delle regole soggettive: quelle che manipolano coscientemente le oggettive.
E che sono la struttura della tua capacità espressiva. Quindi ben più complesse. Perché le usi senza dover ricorrere ad alcun ripasso, senza passare da alcun manuale.
Eppure sono struttura visibile.
Se non conosci le prime, non passi alle seconde.
Tutto ciò vale per qualsiasi fotografia si abbia in testa.

Non sono un docente… non sono un didatta.
Sono solo un fotografo che ogni tanto esprime il proprio punto di vista in sedi a me non abituali. Ma che non mi dispiacciono affatto.
Siano conferenze, workshop, o corsi accademici… per me non cambia: senza la mia fotografia sarei muto.
E questo è il mio limite: non ho pretese universali. Non ci credo.
Io parto da me. Questo lo dico con estrema chiarezza, giusto per evitare equivoci.
E i miei workshop, quelli recenti sul ritratto, e anche i prossimi in programma, uguale.
È bene che insista: il ritratto è uno degli ambiti fotografici più soggettivi che esistano… come si potrebbe affrontarlo se non partendo da sé stessi?

Per questo le mie quattro regole sono cinque:

1 – Il ritratto è in primis fotografia: FOTOGRAFIA!
Ed è questo l’approccio col quale va affrontato. Troppo spesso si finisce
invischiati nelle specifiche di genere.
Che sostanzialmente fanno coincidere una soggettività discutibile con
l’oggettività assoluta, trasformandola in Verità.
Balle…

2 – Il soggetto del ritratto è l’autore.
Privato del suo sguardo, il ritratto cessa di essere fotografia per rientrare nei confini, stretti, del genere. Che è un fatto di costume, magari giornalisticamente rilevante ma stop: ciò di cui parlo non ha niente a che vedere con l’attualità. Della quale me ne frego.
Il ritratto che davvero mi interessa si concentra sulla relazione fotografica che intercorre tra i testimoni. E che produce una fotografia tout court che non necessita di spiegazioni.

3 – La fotogenia è un’idiozia.
Un concetto vuoto che ha solo a che fare con la gradevolezza.
Cioè un fatto esclusivamente mediatico. Quello che l’autore restituisce è una immagine altra. Tutta quanta bordi inclusi… che segnano il limite tra ciò che c’è ed è visibile, e ciò che viene escluso. E che quindi non esiste.
Una fotografia che non ha nemmeno l’urgenza di confrontarsi con la riconoscibilità.

4 – Sottrazione.
Andare senza tentennamenti all’essenza di ciò che per te rappresenta la cifra di quell’immagine. Fosse anche un dettaglio apparentemente marginale: fa’ che diventi soggetto. E tutto il resto scompare. Via!
Non devi condensare tutta la storia di quella persona: basta un frammento… il ritratto non è un riassunto.

5 – Il ritratto è tale quando il soggetto ha la coscienza di essere ritratto.
Esiste cioè una reale partecipazione. Fosse anche durante un bombardamento.
Non ne determina la cifra, a questa ci devi pensare tu.
Ma la consapevolezza, fosse anche un istante, che si è in un’altra dimensione nella quale avviene un’interruzione del normale procedere, deve esserci. Perché fare ritratto, farlo davvero, non è mica una roba normale. E certe consuetudini, anche morali, si stracciano.

Poi ci sono una serie di questioni che si modulano all’occorrenza: ottiche, luce, postproduzione e via dicendo con tutto l’apparato strumentale.
Che partecipa indubbiamente… ho un’idea molto precisa a riguardo. Ne ho già scritto. Ma tutto ciò è solo in subordine.
Per ciò che mi riguarda, finisce qui.

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Backstage – Gentleman mag. Fotografia Giulia Diegoli

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31 thoughts on “Ritratto quattro regole però

  1. Grande post.
    Sono colpito dalla linearità e precisione delle tue idee che condivido, senza esserne all’altezza.

    Quando farai un workshop di ritratti a Milano ?

    Paolo

  2. Condivido in toto il “Vademecum per giovani fotografi”, chiaro, sintetico, pulito, rude.
    Ho qualche riserva su “La fotogenia è un’idiozia”, un po’ troppo sbrigativo.
    Louis Delluc, che con Epstein inventa il termine, dice che la fotogenia “esprime essenzialmente l’accordo tra un soggetto e un oggetto della visione”, somiglia un po’ a quella che tu chiami “reale partecipazione”, un concetto fortemente autoriale che attribuisce alla fotogenia un valore quasi morale. Epstein dice che la fotogenia è un mistero, non è estetica, non è bellezza, è singolarità, personalità, originalità, accade all’improvviso, è effimera, forse è, come dici tu, “la consapevolezza, fosse anche un istante, che si è in un’altra dimensione nella quale avviene un’interruzione del normale procedere”.
    Voglio dire che il concetto è meno banale di quanto può sembrare attraverso i media di oggi.

  3. La cinque è molto affascinante e mi fa pensare che il ritratto è veramente una zona a me oscura. È non so se mi piacerebbe provare a essere ritratta cosi: molta introspezione, forse troppa per me

  4. Efrem@, il post a cui rimandi chiarisce in modo molto esaustivo quale sia l’idiozia della fotogenia, ma, insisto, solo quando/se per fotogenia si prende come riferimento un concetto che nel tempo è stato ampiamente travisato.
    Oggi che photoshop può rendere fotogenico (nel senso corrente di gradevole e piacevole) qualunque soggetto, la fotogenia rischia di diventare un concetto sempre più vuoto identificandosi nella capacità tecnica del ritoccatore.
    Ricordando Barthes, resta al fotografo la capacità di individuare il “punctum, quello che io aggiungo alla foto e che tuttavia è già nella foto” che non ha niente a che fare con la piacevolezza e che potrebbe forse essere quel valore aggiunto identificabile con la fotogenia.

  5. Vilma – fai bene a insistere. e sono assolutamente d’accordo con te… solo che è più facile, almeno per me, prendere atto del travisamento e relazionarmi con le conseguenze, che non sostenere Delluc e Epstein. fosse rimasta com’era, avrei fatto l’elogio della fotogenia.
    è un limite, ne convengo… ma come potrei fare?

  6. “2 – il soggetto del ritratto è l’autore”, verissimo
    ce lo ripeteva alla nausea il docente dei corsi che ho frequentato

  7. Preferisco pensare che un ritratto è la proiezione dell’autore sulla coscienza del soggetto.. se questa relazione esiste, soggetto e autore devono divenire unica sostanza..anche se per un solo istante ,in quell’attimo in cui la consapevolezza si abbandona all’istinto.

  8. Suvvia.
    All’occorrenza cosa, se il “mezzo è già messaggio” ?
    Se uso la Canikon sono in, ancor più se con Hasselblad per tacere della PhatseOne (ex Mammamya).
    No ci vuole niente per un ritratto e manco la luce, da studio ben s’intende.
    Infine il manico, eh. E quella cosa bressoniano dell’asse (mira-cuore oltre a chiederne permesso) che si augura non termini in delicati distretti anatomici

    Ps
    La divisone classica: anima spirito, materia ed…antimateria per un fotografo sono cazzate
    a man salva, che ascondono, tuttavia, certo intellettualismo cartaceo: i fotografi sono altra cosa, poiché scrivono con la luce, almeno. Quanto a nutrisi “anche” di libri un precedente post ne dava conto, dal verbo contare s’intende. Sfoggio di cultura da borgata, mah!

    Pss. Fotogenia un’altra di quelle cazzate! Come sarebbe a dire? Ma l’immaginate per un istante che il Sole non illumina: e che fotogenia del pifferro…solo i defunti non han più luce, non a caso si dice “spenti”.
    “Tutte le cose si dicono luce ed ombra, e poiché luce e ombra sono presenti a questa o quella cosa, secondo le loro possibilità, il tutto è pieno di luce e invisibile ombra, e luce ed ombra sono uguali perché nessuno prevale sull’altra”. Parmenide

  9. “Il soggetto drl ritratto è l’autore” e forse per questo,per ritrarre gli altri non bisogna avere paure o avere una convivenza pacifica con le proprie. Quamdo cerco di superare le mie mi metto davanti agli altri,senza filtri e mi fotografo.
    Grazie.

  10. il punto è mettere in pratica l’intera faccenda, ida. ma ce la si può fare. basta non pensarci. dico davvero

  11. Leggerti e vedere il tuo lavoro se da un lato mi fa venire voglia di gettare dalla finestra del palazzo in cui lavoro (18° piano) la mia canon 700d, da un altro mi fa venire voglia di insistere e di approfondire questa arte. Bellissime le tue parole.
    Tra qualche giorno, avrò la mia prima esperienza da ritrattista… cioè capiamoci, sto seguendo un corso base di fotografia. Quelle che enunci sono regole d’oro ma la vera domanda è come metterle in pratica?…

  12. Nicola, quelle quattro/cinque regole sono le uniche che personalmente ritengo importanti. più qualcuna che ha a che fare proprio con la grammatica, quella tecnica per intenderci. per mettere in pratica le prime occorre conoscere perfettamente le seconde. e sono davvero semplici. il fatto è che partecipano direttamente al percorso creativo. e tanto meglio le conosci, tanto sei in grado di modularle ed esprimere con precisione ciò che hai da dire. non voglio venderti nulla, ma un mio ws sul ritratto potrebbe forse essere utile.

    quindi non buttare nulla e insisti. ciao!

  13. Grazie Efrem per i consigli.
    Lavoro permettendo, cercherò senz’altro di approfondire con un ws. Non mollerò! :)

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