POINT OF VIEW

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedPoint of view.
Che sono tre: del mio autoritratto; il mio; di Mariangela e Ginevra Calisti, loro la curatela dell’intera mostra DO NOT DISTURB – ne ho parlato due articoli fa, quindi info eccetera…

Point of view.
Non è un’opinione, ma proprio un arbitrio.
Come sempre. Come tutto ciò che riguarda l’espressione: vogliamo prenderne atto e rivendicarlo?
A partire da questo corridoio.

A partire dalla sproporzione tra il suo volume e la bidimensinalità delle opere esposte – piccole tranne il 100/100 cm dell’autoritratto.
E che contribuisce alla definizione della mostra. Di questa che ho appeso intendo.
Ma vale sempre e per qualsiasi mostra.

Point of view.
Non ha una spiegazione. Non c’è un decodificatore a portata di mano pronto all’occorrenza.
E non c’è nulla da decodificare: ti arriva o no.
Se in qualche modo ti riguarda lo cogli.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedAll’inaugurazione una gentilissima signora mi ha chiesto delucidazioni.
Ho farfugliato qualcosa… boh.

Certo, possiamo anche parlarne.
Ma è una parola debole: hai quindici anni di tempo?
Che coincide con la produzione di questa serie, Appunti per un viaggio che non ricordo: 1986 – 2001.
Polaroid. Finita lei, finito tutto.
Il luogo dove ho depositato le mie allucinazioni. E i dubbi che mi rendono totalmente ossidabile. Che inossidabile sarai te.

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved© Efrem Raimondi - All Rights ReservedAdesso proseguono altrove. Solo con altri mezzi in modo estemporaneo.
La fotografia per me è un ripostiglio perfetto.

Repositorium… vale per tutti: come potremmo continuare a viaggiare con sempre al fianco tutto e tutti?
Lì! Dentro tutto. Questo è la fotografia. Vale per chiunque intenda esprimersi. Cos’è se non quella roba che chiamiamo genericamente arte?

Mettici la faccia. La tua.
Non siamo al ballo delle debuttanti.
È della tua vita che parli, quindi esponiti.
E fottitene delle conseguenze.
Point of view.

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In una stanza buio pesto, c’è anche un brevissimo video in loop.
Che parte dal lavoro esposto e lo straccia.
Questo caricato su youtube – non pubblico – è la registrazione cruda, lì in mostra.
L’originale è visibile andando a Pavia.

© Efrem Raimondi - DO NOT DISTURB - group exhibitionRingrazio, tanto, Mariangela e Ginevra Calisti perché era ora di tirare fuori questo lavoro in una visione coerente. Lo devo a loro.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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DO NOT DISTURB – Exhibition

DO NOT DISTURB è una mostra collettiva che vede la presenza di dieci autori.
Con nove ho il piacere di condividere uno spazio strepitoso: Palazzo Bottigella Gandini, centro Pavia.

Alfio Antognetti, Stefano Bressani, Lorenzo Brivio, Elena Carozzi, Valentina Giovando, Irada Pallanca, Graziano Perotti, R.E.M.I.D.A., Giovanni Sesia.
Il decimo sono io, che mi sono infilato in un corridoio perfetto per il lavoro che espongo.

Mariangela Calisti by © Efrem Raimondi - All Rights Reserved

                                 Il corridoio: ritratto a Mariangela Calisti, 2018.

SUPERNOVA GALLERY ha rivolto la mira al linguaggio puro indipendentemente dal media usato per esprimerlo.
E questo, almeno per me, è una novità. Perché è un confronto sullo stesso tema con autori che usano di tutto.
Non è una sfida, è uno stimolo.
E ho proprio voglia di confrontarmi col lavoro degli altri.
Perché il linguaggio è tutto.
Mi fai vedere per favore come ti esprimi?

Torno al mio corridoio.
Potevo scegliere una stanza enorme, alta, splendida – immaginiamoci un palazzo del ’400 – ma quel corridoio…
Insomma che Mariangela e Ginevra Calisti – loro la curatela – mi hanno assecondato.
O io ho assecondato loro, boh.

Undici opere. Polaroid dalla serie Appunti per un viaggio che non ricordo.
Che è esattamente un lavoro sul disturbo e sull’essere disturbati.
Quindi più che DO NOT, è assolutamente DISTURB.

Mariateresa 99 by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedMariateresa 99, 1999.

Ho aggiunto anche un brevissimo video che andrà in loop.
Dal 14 settembre al 5 ottobre.
Opening il 13.

 

Questo il comunicato stampa, col testo critico di Mauro Querci.

Zero compromessi, ci vediamo a Pavia.

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SPAZIOFF, la mostra – Backstage

SPAZIOFF - PSPF 2018 - Efrem Raimondi BlogElisa Biagi al lavoro fotografata da Tiziana Nanni.

SPAZIOFF: l’allestimento, l’opening, la mostra…
E io zeppo di cortisone e antibiotico. Che giustamente chi se ne frega, però ero uno straccio.
Per fortuna c’è stata una grande condivisione, anche operativa, tra tutti i protagonisti, le autrici in primis.
Così me la sono cavata anch’io.

Lo dico senza alcuna presunzione… però lo dico: una gran bella mostra.
E sino all’8 aprile resta lì dov’è: Perugia, circuito espositivo PSPF, Officine Fratti.

Una mostra che va da un’altra parte. Almeno questo il mio intento curatoriale.
E non essendo un curatore forse mi entusiasmo oltre il lecito.
Del resto, fossi stato nel lecito non sarei mai stato fotografo, ergo…

Lo spazio è splendido. Una ex mensa in pieno centro storico.
Adesso un progetto operativo voluto dal Comune di Perugia: […] promozione di percorsi di rigenerazione urbana del centro storico, attraverso l’imprenditorialità giovanile e le professioni culturali e creative.
Solo due robe: è luogo di lavoro e sotto la tutela della soprintendenza alle belle arti.

Quindi allestire non è stato facilissimo: sì chiodi no trapano; mattoni e pietra non si toccano se non SOLO in quel punto lì; intonaco ok, ma sotto c’è pietra medievale, e sotto sotto un po’ di Etruria che non guasta – non ne ho idea ma il passato a volte emerge con una pernacchia che inchioda te e le tue velleità espositive…
Se non ci fosse stato Luigi Petruzzellis, materialmente risolutivo col suo super trolley pieno di tutto e soprattutto adeguato ai muri, ciao! saremmo ancora lì a deambulare attoniti.
Se non ci fosse stata la disponibilità delle persone che lì ci lavorano, in primis Elisa Pietrelli, altro ciao!

E noi ancora lì alla ricerca di un metro quadro.
Non è stato proprio così drammatico, ma a fronte di tanta vera collaborazione mi piace romanzare un po’.

SPAZIOFF - PSPF 2018 - Efrem Raimondi BlogQuesta la sintesi fotografica realizzata da un po’ tutte e tutti strada facendo.

Più una che è un momento moooolto particolare non spiegabile qui. Diciamo il mio souvenir per questo gruppo compatto che altrimenti non saprei come ringraziare diversamente.

SPAZIOFF - PSPF 2018 - Efrem Raimondi BlogLe autrici: Cinzia Aze, Elisa Biagi, Lisa Ci, Dana de Luca, Iara Di Stefano, Benedetta Falugi, Sophie-Anne Herin, Laura Lomuscio, Irene Maiellaro, Tiziana Nanni, Paola Rossi.
Diverse ma con un comune senso di liberazione che straccia trend e cliché.

Chi vuole può leggere la presentazione in un articolo precedente.
Quello che aggiungo, è che una mostra così non è la sommatoria dei singoli percorsi autoriali.
Ma ha un suo respiro e uno sguardo che la identifica.
Che mi fa dire che non è proprio una collettiva.

Ma un’altra cosa.
E non so darle una collocazione… non trovo l’aggettivo.

Al fine, la curatela ha comportato delle scelte nette in termini espositivi: non mi interessava entrare nel dettaglio di ogni singola opera esposta. Per qualche autrice mi interessava che se ne cogliesse lo sguardo in un lampo.
Quindi anomala lungo qualche parete… come una linea leggera.
Ma indietro tre metri, ne colgo il respiro. Che qui vale più del dettaglio.
Tutto opinabile.
Ma questa è una scelta.
E due cose due le dico in questa brevissima intervista fattami da Gilles Dubroca.
Che sapeva esattamente cosa chiedere:
https://vimeo.com/260244096

SPAZIOFF - PSPF 2018 - Efrem Raimondi Blogby Benedetta Falugi

Ringrazio Antonello Turchetti per la fiducia.
Giulia Ferranti per la collaborazione.
E anche le tantissime persone che sono venute all’inaugurazione.
Ma soprattutto le autrici e ogni millimetro delle loro opere.
Sono davvero molto contento di averla curata questa mostra.
Di amarla.

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Perugia Social Photo Fest – SPAZIOFF

SPAZIOFF, 10 marzo – 8 aprile, Perugia Social Photo Fest – PSPF.
Intanto lo comunico.
Poi, c’è ancora del lavoro da fare – messaggio in codice per le autrici… segue sorriso.

Circa un anno fa Antonello Turchetti, direttore artistico del festival, mi chiese la disponibilità a seguire la cosiddetta OFF zone.
Che non è la vetrina grande, quella al centro, ma proprio per questo gode di un’autonomia affascinante. Ecco il motivo per cui ho accettato con entusiasmo.
E una certa serenità incosciente, che nel mio caso è stata fondamentale: non ho mai curato niente, non è il mio lavoro.
Però mi guardo attorno, e questo sì mi appartiene.
Poi, dettaglio non trascurabile, stimo profondamente Antonello e amo il suo rigore, quindi se mi ha fatto questa proposta avrà i suoi validi motivi… inutile che io perda tempo a indagare. Ecco.

Immediatamente ho pensato al femminile. E non è una scelta discutibile.
Perché nel tempo recente mi riconosco spesso nello sguardo restituito dalle donne.
Spesso, non vuol dire sempre. Ma è un indice preciso per ciò che mi riguarda… qualcosa mi dice che sono anch’io lì.
Non una coincidenza ma una parentela, stretta, sì.
E non so perché.
Quindi mi fiondo.
Tutto sommato è ciò che ho scritto nella presentazione di questa collettiva:
PSPF - SPAZIOFF Curated by Efrem Raimondihttp://www.perugiasocialphotofest.org/spazioff/

Undici autrici per un centinaio di opere:
Cinzia Aze, Elisa Biagi, Lisa Ci, Dana de Luca, Iara Di Stefano, Benedetta Falugi,
Sophie-Anne Herin, Laura Lomuscio, Irene Maiellaro, Tiziana Nanni, Paola Rossi.
Tutte diverse, tutte uguali con quel fil rouge che vedo: liberazione.
Chi lo vede, bene. Chi no, amen. Non è un mio problema.
Il fatto è che avrei voluto fossero cento… che ce ne sono davvero tante.
Spero di avere altre possibilità.

PSPF - SPAZIOFF Curated by Efrem Raimondi© Efrem Raimondi. All rights reserved.

© Cinzia Aze - All Rights Reserved                    Cinzia Aze – Collaze.

© Elisa Biagi - All Rights Reserved                    Elisa Biagi – Lasciapassare – Vivere il confine mobile.

© Lisa Ci - All Rights Reserved                    Lisa Ci – Ma dentro voliamo via.

© Dana de Luca - All Rights Reserved                    Dana de Luca – La petite mort.

© Iara Di Stefano - All Rights Reserved                    Iara Di Stefano – Qualcuno una volta mi ha ricordato.

© Benedetta Falugi - All Rights Reserved                    Benedetta Falugi – Diary (2009 – 2017).

© Sophie-Anne Herin - All Rigts Reserved                    Sophie-Anne Herin – La plongée.

© Laura Lomuscio - All Rights Reserved                    Laura Lomuscio – Sono dove sogno.

© Irene Maiellaro - All Rights Reserved                    Irene Maiellaro – Muoviti.

Tiziana Nanni – Tenere insieme le cose.

© Paola Rossi - All Rights Reserved                     Paola Rossi – L’infinito viaggiare.

PSPF – Perugia Social Photo Fest – Opening 9 marzo 2018.

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James Nachtwey – Memoria

James Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey a Palazzo Reale, Milano, sino al 4 marzo 2018.
Una mostra che va vista.
Che non lascia indifferenti.
Che è totalmente coerente con un certo modo di intendere la fotografia dedicata al reportage.
E che mi trova solidale pur non frequentando.
Tranne per una cosa che dirò dopo. Come un dubbio…

Non ho idea di quanti modi ci siano per vedere una mostra, qualsiasi mostra.
Questa ha però intrinsechi motivi e letture che si muovono su più piani. Più che altrove.
Nessuno facile da affrontare.
Occorre un grande rigore. E coerenza.
Perché il soggetto, tutta la mostra, si regola anche sul piano estetico. E s’una idea del rapporto che questo ha con un contenuto che è tosto.
Mai e poi mai può essere trascurata l’estetica.
Anche se reportage, per me cambia nulla… non è il genere che fa la distinzione.

Solo l’opera. Solo ciò che è lì da vedere.
E questo è il mio modo di affrontare le mostre.
E tutta la fotografia a dire il vero.

Privo di patente, questo il mio rapporto.
Perché è così che leggo l’essenza dialettica di qualsiasi autore.
La misura espressiva.
Qui un equilibrio delicato.
Perché quando vedi dolore, morte, disperazione, la tentazione al rifiuto è forte.

Su due pannelli proprio all’inizio Roberto Koch – che ha curato la mostra insieme all’autore – dice: Da quarant’anni Nachtwey fotografa il dolore, la violenza, la morte e a sostenerlo nella discesa nella ”città dolente” della condizione umana è sapere che il buon fotogiornalismo può ancora incidere sull’opinione pubblica, come una prima stesura di un futuro libro di storia.

Non so se sia ancora in grado di incidere sull’opinione pubblica, davvero non lo so.
Però mi sa di no. Con rammarico.
Semmai ci sarebbe da chiedersi: e poi? Poi cosa fa l’opinione pubblica?
Ma capisco perfettamente il senso, e probabilmente l’auspicio di Koch.

Quella che è immediatamente chiara è l’onestà.
E la coerenza dello sguardo di Nachtwey lungo questi quarant’anni: Cisgiordania, Haiti, Guatemala, Libano, El Salvador, Berlino, Bosnia, Kosovo, Albania, Cecenia, Somalia, Sudan, Romania, Zaire, Ruanda, Sudafrica, Stati Uniti, Afghanistan, Iraq, Germania Est, Cecoslovacchia, Indonesia, Nepal, Vietnam, Pakistan, Zambia, India, Cambogia, Croazia, Macedonia, Grecia… un viaggio con al centro un’umanità esposta a tutto.
Compreso ciò che non vogliamo sapere. Ma che qui trova forma.

E con garbo ti viene sbattuto in faccia.
Sei qui e non puoi sottrarti…
Se decidi di venire qui, sappi che devi farci i conti.
Solo che non è come altrove, come per altri: Nachtwey è secco, pulito, diretto, essenziale e potente con quel suo bianco e nero.

Assolutamente da affrontare come una sequenza l’installazione riguardante gli ospedali militari in Iraq: 60 fotografie sapientemente addossate che ti arrivano addosso come una bomba. Uguale.
Se ti avvicini partendo dalla sala che la precede, dritto senza esitare, uguale.

James Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedUna carneficina.
Ma sempre con questo sguardo pulito, non incline ad alcun prurito: nessuna sbavatura. Non è per nulla facile.

Mentre ho trovato del tutto boh le parole di Wim Wenders.
Vagamente pretesche nel suo accomunare tutti: Nachtwey, i suoi soggetti, noi che siamo lì a guardare.
Oltre alla firma sul pannello, chi ci passa davanti si fermi e legga.
Dopodiché prosegua.

James Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedE adesso il mio dubbio.
Che riguarda gran parte del colore: tutto si muove con le priorità del bianco e nero, solo che la cromia è un’altra. Ed è come incollata.
Brillantemente incollata.
Tanto da sembrarmi un artificio.
Intendiamoci, anche qui nulla a che vedere con certe note derive da carrozzeria, però…

Insomma un dubbio.
Che in qualche modo mi fa pensare a un diverso orientamento del gusto. E che prima o poi ci vorrebbe qualcuno, un cranio vero e ben attrezzato, che affronti la questione.
Al momento resto qui col mio dubbio che è tale perché è magistrale lo sguardo di James Nachtwey. Che va be’, lo affronteremo altrove.

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Nota: tutte le immagine in iPhone 6.

Memoria, James Nachtwey mostra.
Palazzo Reale, Milano 1 dicembre 2017 – 4 marzo 2018.
105 opere esposte.
Curatela: Roberto Koch, James Nachtwey,
Organizzata da: Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale, Civita, Contrasto e GAmm Giunti.
Digital Imaging Partner: Canon.
Con il supporto di: Fondazione Cariplo e Fondazione Forma per la Fotografia.

Questa la pianta della mostra data unitamente al biglietto – € 13,00.
Volendo è disponibile anche l’audioguida.

James Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedJames Nachtwey Exhibition by © Efrem Raimondi - All Rights Reserved
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Ugo Mulas – Vitalità del negativo

Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-70 è stata una mostra sull’avanguardia italiana: 1970, Palazzo delle Esposizioni, Roma, a cura di Achille Bonito Oliva.
Ugo Mulas racconta il suo tour con delle immagini nette, semplici, potenti.

S E M – P L I – C I !
Vitalità del negativo, questo libro, è proprio questo.
E nient’altro. Provaci…
E sta tutto nell’assioma di Mario Merz:

Abbandono di uno spazio pratico
per uno spazio teorico.

Ugo Mulas - Efrem Raimondi BlogAnche se qualcuno è indotto a crederlo, non siamo per niente nel concettuale.
Perché il pensiero, qui, ha forma.

Un libro del 2010… trentasette anni dopo la scomparsa di Mulas.
Inattuale?

Meravigliosamente inattuale!
È quando la fotografia non si misura più col tempo quotidiano.

Neanche con quello storico.
È quando, leggera, sorvola sulla criticità umana e la sua pedanteria logica.

Non c’è un solo punto esclamativo… ma un rigore espressivo trasversale.
Siamo fuori dall’attualità. Proprio non riguarda questo Mulas.

Siamo da un’altra parte… in un luogo totalmente fotografico che si misura esclusivamente con la visione dell’autore.
Ed è visibilmente così, basta sfogliare: perché il pensiero non è il pensare.

Si pensa prima, dopo… mai durante l’azione. Che è il tempo in cui il pensiero diventa forma, espressione.
E finalmente cessa di essere una pratica onanista, un’eco concettuale… una ossessiva rottura di coglioni.

Un libro dall’alto peso specifico: ci sono due Verifiche, la 1 e la fondamentale Verifica 3 sul tempo fotografico; ci sono le riflessioni di Ugo Mulas; ci sono le note degli autori ritratti.
Insomma è proprio un libro. E un’opera modernissima.

Curato da Giuliano Sergio in collaborazione con Archivio Ugo Mulas e Incontri Internazionali d’Arte.
Un libro che nasce tra il 1971 e il ’72 quando lo stesso Mulas consegna il progetto a Graziella Leonardi Buontempo – sua la prefazione.
E poi… poi la morte, la perdita della maquette originale, vicende alterne che ne hanno impedito la pubblicazione.

Sembrava non ce l’avrebbe fatta.
Invece eccolo qua.
Ed è splendido.

Ugo Mulas - Efrem Raimondi BlogUgo Mulas - Efrem Raimondi BlogUgo Mulas - Efrem Raimondi BlogUgo Mulas - Efrem Raimondi BlogUgo Mulas - Efrem Raimondi BlogUgo Mulas - Efrem Raimondi Blog© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Ugo Mulas. Vitalità del negativo
Johan & Levi Editore, 2010.
210 pagine, illustrato, rilegato, 29 x 24,5 cm.
€ 55,00
N.B. Esistono due edizioni: italiana e inglese.

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Antonio Marras – DOUBLE SNAPSHOT

Antonio Marras by Efrem Raimondi

Antonio Marras, 2003 – Stern magazine.
From the series Double Snapshot.

Un redazionale di ritratti a diversi fashion designer.
Mi venne voglia di stropicciarli un po’.

Di stirarli…
Nessuna obiezione.
Che poi era più semplice fare che spiegare la mia intenzione.
Ed è sempre così.

Quello delle DOUBLE SNAPSHOT è un percorso iniziato nel 2000.0 a Los Angeles.
Con delle Polaroid SX-70. Quasi casualmente…
Che non riuscivo a far star dentro tutto ciò che m’interessava.
Perché il formato quadrato è sì affascinante, ma non tira da nessuna parte.

Così l’ho allungato: prima su, poi giù. Piuttosto che prima a sinistra, poi a destra se lo sviluppo è orizzontale.
Fregandomene totalmente della coincidenza delle due sezioni.
Anzi cercando la distonia.

Che arrivava naturalmente. Nessun artificio.

Dalla Polaroid al negativo il passo è stato indolore.
Così ho proseguito.
Anche col digitale. Cambia zero.

È come impossessari dello spazio che non ti appartiene.
In fondo l’unica cosa che ci riguarda direttamente è la percezione.

Il cui limite coincide col nostro.

Tornando a  Antonio Marras, in corso alla Triennale di Milano la mostra Nulla dies sine linea Vita, diari e appunti di un uomo irrequieto.
Fino al 21 gennaio.

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Robert Frank – GLI AMERICANI, exhibition

 

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedSi scrive e si legge Frank. Non Frenk…
Perché il fanciullo, novantaduenne, è svizzero di Zurigo.
E forse anche per questo all’inizio non è che THE AMERICANS sia stato tanto amato dai medesimi… che in fondo lo sappiamo, gli americani di primo acchito non amano molto lo sguardo degli altri su sé stessi.
Poi però ci ripensano, e con tempi non galileiani in genere.
A quel punto è amore. Per sempre.
E così diventi Frenk.

Questa alla galleria FORMA MERAVIGLI è una mostra potente, non eludibile: 83 fotografie vintage… alias stampa ai sali d’argento… quella bella baritata che schiocca al tocco, e il nero è nero, il bianco bianco, con in mezzo i grigi che riempiono e danno volume.
Ed è una mostra talmente baritata che anche ferma e sotto vetro, anche a tre metri si sente lo schiocco.
E si vede.
C’è da riempirsi gli occhi… tutta la testa. Il cuore. L’anima.

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Di fronte  alla copia slegata e stesa

Qua e là ci sono anche alcune sue riflessioni. Che valicano questo percorso e riguardano proprio l’idea di Fotografia che lo riguarda.
E coincidono con la Fotografia che produce.
Una direttamente da una copia originale della rivista Camera del 1959:
La produzione massificata di un fotogiornalismo privo di ispirazione e di una fotografia priva di pensiero diventa merce anonima.
L’aria si ammorba della “puzza” di fotografia
[] Non sono un pessimista, ma se guardo una rivista illustrata oggi trovo difficile parlare di un progresso della fotografia, perché la fotografia oggi viene accettata senza domande, e si ritiene che sia compresa da chiunque, persino dai bambini. Credo che solo l’integrità individuale del fotografo possa innalzarne il livello.

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In una bacheca le varie edizioni del libro, a partire dalla primissima francese
LES AMÉRICAINS del 1958.

Quello che non sapevo è che la seconda, del 1959, è italiana:
GLI AMERICANI, Milano, Il Saggiatore.

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Io ho la mia edizione. Da molti anni.
Ma vedere l’intero lavoro appeso, scorrerlo fisicamente…respirarlo: andare oltre e ritornare, fisso nel nero… perso nel gesto sospeso che si allunga, si allunga, si allunga e ti prende lo stomaco.
Tu le guardi e sei lì.
Esattamente lì sull’East River del ’54… a San Francisco nel ’56… nello sguardo di un testimone del ’55 che non c’è più tu ti rifletti, e vedi Robert Frank, lo vedi proprio: sei fuori dal tempo, sei dentro lo spazio infinito, fluido, che non certifica alcun istante e sfigura la Storia.
Come fottere il destino.
Questo ciò che c’è in mostra.
E se non la vedi puoi comunque crederci, ma se la vedi, se la vedi…

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© Efrem Raimondi - All Rights ReservedGLI AMERICANI – ROBERT FRANK
Fondazione Forma per la Fotografia – Maison Européenne de la Photographie, Parigi
Galleria FORMA MERAVIGLI

via Mervigli 5 – Milano
Fino al 19 febbraio 2017

Ufficio stampa, Laura Bianconi
stampa@formafoto.it
335 7854609

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Nota: tutte le immagini in iPhone 6.

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Baritate che ti saltano addosso…

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Prima Visione 2016 – Il cielo che c’è

Il cielo che c’è, realizzata il 31 dicembre 2014.
Esposta fino al 21 dicembre presso la Galleria Bel Vedere, Milano.
Una mostra collettiva che vede la partecipazione di quarantadue autori.
Con la collaborazione del G.R.I.N. – Gruppo Redattori Iconografici Nazionale.

Galleria Bel Vedere - Milano

Il soggetto è Milano. Declinato come a ognuno è parso.
E questa molteplicità di sguardi è poi il vero plus della mostra.
Alla sua dodicesima edizione. Purtroppo l’ultima.
Perché la Galleria Bel Vedere Fotografia chiude.
Ed è un male, per la Galleria e per tutti noi che riteniamo importante la presenza di spazi che hanno al centro cultura e affetto per la Fotografia. Quella maiuscola, quella che non ha paura e si espone davvero.

Il cielo che c'è, by Efrem Raimondi

 Il cielo che c’è, 31 dicembre 2014. Milano
From the series INSTARANDA

30 x 22,5 cm su carta 40/30
Canson Baryta Photographique Fine Art 310g/m2
Firmata sul retro – non numerata, destinata a questa mostra.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

P.S. Non ero al corrente del fatto che sì, chiude la sua sede storica, così affascinante in via Santa Maria Valle.
Ma riapre non si sa ancora dove – sempre Milano centro si dice –  a primavera.
Così va meglio.

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