THE VOICES – IO RUBO LA LUCE

v i d e o

Il suono dell’otturatore conforta: sai che è fatta.
Sai che è lì.
Hai rubato un po’ di luce.
L’hai sottratta al mondo e nessuno può dirti niente.
Almeno fino a quando non la restituisci.
Non sempre con gli interessi.
E allora, nel dubbio, decidi di buttarla preventivamente.
Tu butti la luce!
Tu non mi credi…
Con la pellicola è raro che accada… difficile buttare un negativo.
Poco importa che luce ci sia dentro.
Quella matrice solida, tangibile, visibilmente inerme e incolpevole occupa uno spazio credibile allo sguardo.
Difficile buttare quella luce. Magari la ficchi da qualche parte chissà dove, ma l’idea di prenderla a forbiciate ti devasta l’anima.
Anche se persa nel tempo e nello spazio, quella porzione di luce si conserva.
Tu non mi credi…
Col file no. Col file chi se ne frega.
Il file senza immagine è il nulla. Il virtuale ipotetico.
Senza alcuna parvenza di niente. Che forma ha il file?
Quale il suo peso? Come diavolo gli girano gli atomi?
Così butti niente. Tu pensi… e ti rincuori.
Fai tutto tu insomma: sottrai, non restituisci e ti assolvi.
Tu butti la luce!
Tu sei un criminale…
La luce è un bene comune. Primario per tutti.
E per tutto… anche una sedia lo sa.
Qualsiasi colore lo sa.
Che si veda o meno, la luce c’è. È generosa e non fa distinzioni.
Chi sei tu, per fregartene?
Chi sei tu, per esercitare un simile arbitrio?
Chi cazzo sei?!
Pensaci… è più la luce che restituisci, o quella che butti?
Ribaltare l’andazzo è una priorità… potrebbe non essercene più a furia di buttarla.
Potrebbe, la luce, incupirsi e decidere di azzerare gli iso che hai.
Potrebbe fare una combine col tempo, estrema, e non avresti più neanche quello.
Non sentiresti più la voce della luce.
L’urlo. A volte il sibilo.
Perché la nostra luce ha voce.
E io l’ho registrata.
Modulata attraverso le diverse fotocamere che ho usato.
Che ho sempre amato. Una per volta.
Io tutto. Io niente. Io non distinguo… una per volta.
Con la loro luce. Che coincide con la mia.
La luce buttata è persa. Non tornerà mai più.

v i d e o

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Ringrazio Simone Manuli per il montaggio video.

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39 thoughts on “THE VOICES – IO RUBO LA LUCE

  1. Wow!
    Sono rimasto a bocca aperta!
    Fotografare in digitale è come utilizzare l’acqua del rubinetto. Purtroppo, spesso, non ci si rende conto dello spreco che se ne fa; con la sola differenza che l’acqua è sempre la stessa, mentre la luce è sempre unica, nel momento esatto in cui la di “cattura”.
    Rispetto, è ciò a cui mi viene da pensare.
    Grazie.

  2. Ricordo benissimo quando l’hai pubblicato la prima volta, il romantico sta nel provare la stessa emozione e nel ricordare me che provo quella emozione, quasi cinque anni fa…

  3. E’ piaciuta anche a me. Vale anche per le stampe, da pellicola sono oggetti materiali, da file, no. Poi duplicando un file la luce si può moltiplicare all’infinito, fino ad abbagliare ;-)

    • marco – be’, qui dipende solo dalla stampa però…
      è solo un’interpolazione la duplicazione :) la pia illusione che qualcosa possa realmente crearsi da sé

  4. EfRem sei un poeta… la luce va rispettata sempre anche quando non c’è, diceva Cartier-Bresson. Chi ci restituirà la luce rubata, come la definisci tu… Danilo

  5. Caro Efrem,
    io amo molto la poesia (come genere letterario) perchè è un po’ come la fotografia … la leggi d’un fiato … la rubi e poi ? O ti resta dentro per sempre oppure no.
    Bhe … non ti conosco di persona e spero un giorno di conoscerti … ma questa poesia dice molto di te e dice molto anche di me.
    Ti ringrazio quindi (e ti benedico) per questa capacità di portare alla luce sensazioni e sentimenti a volte molto nascosti nel profondo di noi.

    • Carlo – ti ringrazio io veramente! però non è proprio una poesia. è solo una piccola riflessione che usa un linguaggio non canonico… giuro che non ho confidenza con la poesia. lo so, è un limite. ma è così. però apprezzo molto il senso del tuo commento. anche senza benedizione :)

    • Sara Emma – è del gennaio 2014… ma appunto, sono un punk romantico. e infrango le convenzioni che vorrebbero non si ripostasse mai. je m’en fous…

  6. Ok.non è un commento importante il mio, ma che bella cosa che hai scritto! Anch io l avevo dwntro questo pensiero, grazie per averlo ….sviluppato. chapeau Maestro.

  7. Efrem, a parte i complimenti per la forma di scrittura, elegante, quasi barocca e tintinnante nella sua ritmicità nel carezzare i concetti, Ti dirò la luce è come il grano, si può spogliare del grosso e rimanere un idea, in fondo questo è il digitale, l’idea che sopravvive al materiale, al tangibile, e proprio per questo chi ne apprezza solo le virtù cinestetiche e materiali può arrivare a buttarla via, come se niente fosse. O forse con consapevolezza

    • @angelo – molto romantico quello che dici. e anche concettualmente ci può stare. io però vedo un sacco di spreco e poca attenzione. un po’ di rispetto anche per se stessi non sarebbe male…

  8. Tutto vero! Viene letteralmente buttata una grande quantità di luce che si farebbe bene, invece, a risparmiare. Il video è bellissimo! Essenziale, semplice e bello.

  9. …però credo che certa luce…preferisca non restare incastrata in certe brutture. Il gettare un file può anche essere un gesto auspicabile, di liberazione o di non condanna in pietrificati obbrobri, tanto testarda quanto codarda.
    Forse dovrebbe essere solo più cauta la cattura. O forse cattura non lo è mai, neppure furto. Si presta, la luce, lei, con amore. Restituiamole solo la gentilezza, dandole una forma in cui ammirarla, con la responsabilità del tuo “la luce buttata è persa”.
    Certo la pellicola agevola il gesto di maggior meditazione, rispetto all’usa e getta..del digitale.
    Perciò, ecco, sì: la luce buttata è persa. Il dramma però non sta nel gettare la luce registrata, ma nel registrarla senza cura.
    Non può che seguirne un terribile aborto.

    • Il passaggio dalla pellicola al digitale ha provocato mutamenti profondi nella percezione e nell’utilizzo dell’apparecchio fotografico, e non solo nei professionisti, ma anche o soprattutto nei dilettanti.
      L’uso ‘con responsabilità’ è diventato ‘registrazione senza cura’, la fotografia, o la luce, se preferisci, oggi è social, è di tutti, senza discriminanti di merito. La differenza l’ha fatta, e sempre più la farà, “l’avvento del digitale, che ha potenzialmente liberato la fotografia dai suoi diretti legami chimico-fisici con l’oggetto riprodotto. E dipende ancora dalla percezione diffusa di una generale e definitiva perdita di pertinenza della specificità mediale, travolta dai caratteri del fluire sincretico della comunicazione attuale.” (“La fotografia. Oggetto teorico e pratica sociale”, 2011), questo il link http://www.nuovacultura.it/prodotto.php?ipd=1502
      Se la fotografia è una pratica sociale, muta ed evolve non solo con il progredire della tecnologia, ma anche con i costumi, l’etica, la visione del mondo, un mondo che oggi, democraticamente, rende tutto accessibile a tutti e dove più che mai la fotografia si riconosce nello statuto ontologico di “arte media” attribuitole da Pierre Bourdieu.
      Nella società dell’usa e getta, della quantità e non della qualità la ‘luce buttata’ sarà sempre di più, impossibile ‘ribaltare l’andazzo’, come auspica Efrem.
      E’ cambiato il modo o è cambiata la sostanza?
      Forse nella fotografia, più che in altre forme espressive, le due cose coincidono.

      • nel villaggio globale e democratico, la luce buttata sarà sempre di più, è certo: che facciano. il mio auspicio è rivolto SOLO a chi ha voglia di cambiare se stesso.
        se il beneficio comune è impossibile, che almeno ci si occupi del proprio.

        • è vero che se ciascuno, nel suo piccolo, facesse del proprio meglio, la cosa comune potrebbe andare anch’essa meglio.
          ma è solo una delle possibili eventualità, in realtà non funziona proprio così, la somma di tante singolarità non dà scontatamente una pluralità coerente: per usare un enunciato della psicologia della gestalt “l’insieme è più della somma delle sue parti” dove ‘più’ ha significato concettuale/morale e non numerico e può voler dire anche ‘meno’.
          e c’è un po’ di sfiducia quando scrivi SOLO, denunciando in maiuscolo la responsabilità personale e la solitudine di ognuno di noi, ‘sul cuor della terra’, come vuole il poeta, o dietro una macchina fotografica.

          • ma no Vilma, non c’è sfiducia. è solo una constatazione. ed è vero, non funziona proprio così… la somma dei singoli non è detto faccia il totale. ma da qualche parte bisogna pur iniziare.
            io inizio sempre :)

  10. hai ragione, la fisicità della pellicola e l’anoressia del file determinano una concezione profondamente diversa della fotografia, buttare via o distruggere una pellicola è un atto concreto, fisico, materiale, lascia sempre un vago senso di colpa, invece, a cancellare un file, che ci vuole?
    Molto originale e divertente il concerto di clic, un rap tecnologico che ha accompagnato la tua vita, ed è incredibile la varietà dei suoni, ogni apparecchio ha la sua voce, delicata, perentoria, gracchiante, melodiosa, breve, strascicata (le polaroid sono un po’ esibizioniste)……..

    • eh… le polaroid: quasi un souvenir!
      a furia di “che ci vuole” si butta un sacco di luce… il file sarà anoressico ma il produttore di file è bulimico

  11. e vabbè, a parte la sana invidia per le varie fotocamere, bellissimo, completamente daccordo, da scrivere nei manuali d’uso di fotocamere e cellulari.

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