Claudio Campeggi

Claudio Campeggi ci ha lasciati…
Tutta questa storia di perdere persone che ho conosciuto, con le quali ho lavorato, che ho ritratto, mi pesa. Molto.
Non è mia abitudine annunciare, con tanto di foto, la scomparsa di chi ho ritratto.
Parlo per me, non generalizzo: la notizia, diciamo così, sta nella scomparsa di quella persona non che l’abbia fotografata. Insomma non lo faccio.

Ma ci sono le eccezioni: persone con le quali ho avuto un legame forte, duraturo.
Una condivisione di intenti. E tanto altro, contraddittori inclusi.
Con le quali ho percorso un pezzo di vita…
In questi casi non voglio sottrarmi a quello che ritengo un tributo del mio affetto e della stima nei loro confronti.

Questo vale per Claudio Campeggi, la mente visionaria della Campeggi srl, un pezzo di storia dell’industrial design contemporaneo.
Ci presentò a fine anni ’80 Italo Lupi, che dell’azienda aveva disegnato il catalogo e la grafica. Ero un ragazzo.
Da allora al 2015/16 ho fatto la fotografia per la sua linea più ironica, ludica anche.
E più iconica.
E mi piaceva tanto ma tanto affrontarla perché a fronte di immagini semplici il percorso creativo che definiva l’immagine era complesso. Ampio.

Se ne parlava per ore e ore… per settimane e mesi: non so quantificare le ­volte che sono andato a Anzano del Parco ­– la sede – magari per fare una chiacchierata che partiva dal motivo per cui ero lì e poi si finiva a tavola a parlare del mondo.
Dico davvero: del mondo. Della visone del mondo.
Sempre così. E funzionava.
Ma le volte che ci scornavamo? E uno può dire ma per una fotografia?
Assolutamente sì. Perché quello era il processo che funzionava tra noi per arrivare alla definizione dell’intero percorso.
Non era facile. A volte sembrava non finire mai.
Ma era efficace. Certo serviva tempra…

Ieri, dopo il funerale, suo fratello Marco con un leggero, impercettibile sorriso, mi dice Adesso ha smesso di romperti i coglioni.
Una mezza verità.
E ho capito perfettamente il senso e la misura affettuosaci conosciamo da tanti anni.
Mi è scappato un sorriso. Perché è vero.
Anche per questo mi mancherà molto. E dico davvero.

Claudio Campeggi era un visionario e un collezionista.
Il design cercato, inseguito, prodotto, il frutto di questa convivenza.
Ci mancherà.

Claudio Campeggi by Efrem Raimondi - All Rights Reservd
Claudio Campeggi, marzo 2010

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Condividi/Share

Beppe Sala – ICON DESIGN

Beppe Sala sindaco di Milano, per ICON DESIGN.
Palazzo Marino, 18 novembre 2019, sera.
Una di quelle rare volte che a priori so con assoluta precisione cosa farò: la faccia.
La faccia e basta.

Salone limitrofo all’ufficio del Sindaco…
Maria Cristina Didero editor at large del magazine, Marco Sammicheli che farà l’intervista, Nicole Marnati la mia assistente.
Si chiacchiera un po’ del più e del meno.
Anzi, del più. Perché io continuo a pensare alla faccia e lo dico.

Maria Cristina e Marco dal sindaco mentre Nicole e io allestiamo un set minimalissimo, povero c’è chi direbbe. Ma io continuo a pensare alla faccia e non mi serve altro.
Il radiocomando non funziona. Non si capisce perché. Va be’, uso il cavo sincro come ai vecchi tempi, nella cirsostanza non è così di impiccio.

Arriva Beppe Sala. Due chiacchiere e gli dico cosa mi farebbe piacere fare: la sua faccia. Stop.
Si accomoda sul grande divano e io comincio.
La fotografia di backstage di Marco Sammicheli – che ringrazio per la cortesia – rende bene l’idea.
Efrem Raimondi shooting by© Marco Sammicheli - All Rights Reserved

Sette minuti tra la prima e l’ultima flashata. Non mi serve altro, non saprei cosa fare. Compresa una variante di inquadratura che magari potrebbe essere utile.
Non ci credo molto ma in termini di impaginato, che ne so, è comunque un magazine ICON DESIGN, non la parete della mia cameretta.

Sento il bisogno di una faccia così.
In edicola adesso.

Beppe Sala by Efrem Raimondi for ICON DESIGN

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

UPDATE 12 gennaio
Poi succede che pubblico sul mio profilo INSTAGRAM.
E Beppe Sala commenta.
Non succede così spesso. E niente, mi ha fatto piacere.

Condividi/Share

STATEMENT – FC FOTOGRAFIA mag

FC-FOTOGRAFIA MAGAZINE N.2

STATEMENT è il mio contributo al secondo numero di FC FOTOGRAFIA eccetera, il magazine di AFIP International.

Troppe maiuscole, scendiamo di tono.
Mi piace molto vedere confermata la densità del primo numero. Ma francamente non mi stupisco: è la rivista che cercavo. O che, almeno a me, mancava.
Un luogo di riflessione ampia. Non una galleria di portfolii.
Una rivista dichiaratamente non claustrofobica che mantiene su carta tutte le motivazioni per cui è nata.

Sì sì, tutto bello online. Ma la carta…

Semestrale a tema: questo numero L’ARCHIVIO, con diversi contributi.
E poi altro e altro ancora. Ma tutto col timone a dritta.
Avendo cura di guardarsi attorno.
Pensando che solo esponendosi si arricchisce il linguaggio. Proprio e collettivo.
La fotografia nella sua essenza è questo: esposizione.

E ancora altro, come delle incursioni. Tipo le mie due pagine:

Efrem Raimondi per FC FOTOGRAFIA mag N 2Una provocazione: Statement, cioè la dichiarazione di intento.
Il punto è: proviamo a sostituire la traslazione letteraria di una fotografia con la fotografia stessa.
Sono intercambiabili?
Quale la relazione?
Quali grammatiche, qualsiasi?

Cosa vediamo quando guardiamo una fotografia?
E la fotografia, proprio lei, come si esprime?
Cos’è l’analfabetismo iconografico?
Cos’è il neo-analfabetismo?
Di quale universalità andiamo parlando quando ci riferiamo alla fotografia?

Il ritratto a don Andrea Gallo ho pensato fosse perfetto per questo.
Chissà cosa si coglie.

Chissà se il direttore Pio Tarantini e tutto il Comitato Editoriale.
Chissà. Comunque è pubblicato. E ringrazio.

Ma che bello potersi esprimere…

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Acquisto online – anche il primo numero fino a  esaurimento
HOEPLI
OBERON MEDIA
e diretto:
– Andreella Photo – Busto Arsizio
– Libreria Internazionale Ulrico Hoepli – Milano
– Red Lab Gallery – Milano
– Armani Libri – Milano
– Libreria Luxemburg – Torino
– Libreria Ubik di Senigallia – Senigallia
– FAI – Villa Litta Panza – Varese
– FAI – Villa Necchi Campiglio – Milano
– Gallerie d’Italia – Milano
– Centro Biblioteche Lovat – Villorba (TV)

Condividi/Share

Se questo è un ritratto

Se questo di Mariangela è un ritratto, ci intendiamo.
E posso procedere.
Se non lo è, procedo comunque. Anche da solo.
Mi chiedo però cosa ci fai qui a questo master…

Sul set tutto è a posto: fondale bianco da metri 2,70; generatore flash e torcia appesa a una giraffa con un diffusore Octa; polistiroli da 3 metri col lato nero a segnare i fianchi.
Esposizione fatta e io al mio posto con la fotocamera in mano.
Tutto come dev’essere per procedere nella direzione che ho prefissato.

Poi succede che guardando in macchina vedo un’altra Mariangela.
Una traccia ineludibile.
Mi avvicino. So che sfuoco, lo vedo. Allora insito: mi avvicino mirando il fuoco minimo raggiungibile, le spalle. Cioè il margine del maglione.
E vedo bene questo splendido ovale arabo. Meglio di prima.
Lei ride e io scatto.
Fine.
Non ho altro da fare, se questo è un ritratto.
Se invece non lo è, idem: non c’è altro che possa fare.

Mariangela Loffredo by me © Efrem Raimomdi - All Rights Reserved

NOTA
Durante il master di ISOZERO Lab. Sul ritratto.
Lei partecipa. Potrei quindi dire che è una mia studente – studentessa…
Così come tutte le persone che partecipano.
Sul piano formale è così.
Però non descrive bene il rapporto, con lei e con tutti.
Perché non conosco altro modo di fare fotografia se non quello di darsi senza riserve: vivo nel presente e dove mi trovo è tutto.
Il resto è altrove. In un altro tempo.
Uguale quando ritraggo uno sconosciuto, quando è un assignment, fosse anche una superstar: succede sempre qualcosa che cambia tutto.
Basta un niente a volte. E tutto parte dalla fotografia che sto facendo. Non so com’è ma davvero è lei a cambiare la relazione.
Per questo riesco a essere sempre molto diretto.
E in questo sono ricambiato.

Se questo è un ritratto…

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Condividi/Share

Fotografia e Design punto primo

Fotografia e Design punto primo: un percorso in due incontri che nasce da una chiacchierata con Claudia Ioan e Massimiliano Tuveri, alias Officine Creative Italiane.
In realtà era da un po’ che pensavo a un percorso didattico sulla fotografia di design.
Quella chiacchierata e ciò che ne è conseguito mi hanno fatto smettere di pensarci.
E infatti eccoci qui:
21-22/28-29 settembre, Perugia.
Tra gli spazi di Listone Giordano e la sede di Officine Creative Italiane.


TUTTE LE INFORMAZIONI info@officinecreativeitaliane.com

Un percorso che per quello che mi riguarda parte nel 1985.
Con un intento piuttosto chiaro già allora: superare il genere.
Non esiste cioè una fotografia DI design.
Come non esiste una fotografia DI ritratto, landscape, nudo, moda o altro.
O meglio, esistono certamente delle specificità ma il bivio è se rimanere nell’àlveo stretto della riproduzione, anche ottima e indubbiamente utile, o uscirne al fine di produrre fotografia in quanto tale.
In grado di relazionarsi direttamente, senza mediazione, sul piano iconografico.

Sono sorpreso da quanta inconsapevolezza ci sia del rapporto tra fotografia e design… Tolti gli addetti ai lavori che a vario titolo partecipano, non vedo né fila né portfolii sulla questione. Peccato.
Perché è un luogo dove il linguaggio è al centro, e se vuoi davvero misurarti sul piano creativo non è eludibile.
Come non è eludibile il piano della conoscenza di ciò che si affronta.
Questo vale per tutta la fotografia. Ma nella relazione col design il bluff è immediatamente evidente e il re nudo.

La rivelazione l’ho avuta sfogliando casualmente un numero di INTERNI magazine del settembre 1984 coi redazionali, in ordine di impaginato, di: Gabriele Basilico, Luigi Ghirri, Vincenzo Castella, Fabrizio Ferri, Mark Arbeit, Fulvio Ventura, Cuchi White, Davide Mosconi.
L’anno dopo ho cominciato a lavorare con INTERNI.
E sto proseguendo. Fanno 34 anni: la collaborazione più longeva che ho.
Ma davvero c’è ancora qualcuno che blatera di fotografia commerciale?
La destinazione d’uso è una cosa, il peso specifico dell’opera un altro: sai distinguere?
Questo è ciò che faremo.

Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedLoom by David Lopez Quincoces per Potocco.
INTERNI magazine – Dicembre 2017. Redazionale.
© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Stylist Nadia Lionello.
Assistenti fotografia: Nicole Marnati – Giulia Gibilaro.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.
Condividi/Share

Zlatan ha capito tutto

Zlatan ha capito tutto.
Zlatan… non il curatore; non il critico; non il photo editor; non il fotografo.
Zlatan, zingaro meraviglioso, in una lunga intervista alla BBC del novembre scorso, apre parlando di questa fotografia. Di questo ritratto.

Zlatan Ibrahimovic by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedZlatan Ibrahimovic, 2008 © Efrem Raimondi

Mia moglie dice che si parla già troppo di me, e quindi non vuole vedermi anche sulle pareti. C’è una foto sola, la foto dei miei piedi. Quella l’ho appesa per ricordare dove siamo e cosa abbiamo: è appesa per la famiglia, non per me. Sono quei piedi ad aver fatto tutto. […] Mi è sembrato fantastico avere quella foto alla parete, anche se le dita sono bruttissime. Ma chi se ne frega, li abbiamo appesi alla parete per ricordarci che è grazie a loro che mangiamo. E quindi questi piedi dovresti baciarli tutti i giorni (ride).

Cosa peraltro già espressa nell’autobiografia. Con toni diciamo più grunge…

Ne avevamo parlato prima che scattassi. Semplicemente dissi che a tutti gli effetti era un ritratto quello che mi accingevo a fare.
Da sdraiato, guardando in macchina, aggiunsi solo che mi ricordava un elefante – a proposito dell’importanza del ”messaggio”.
Scattavo e sul monitor comparivano le immagini. Che vedevo con la coda dell’occhio.
Lui non meglio di me ma tutto era chiarissimo: una come test luce e due similissime.
Totale tre scatti tre.
Questa fotografia apre la piccola galleria Le mie foto della sua autobiografia in tutte le edizioni internazionali.


Zlatan Ibrahimovic c’entra niente con questo mondo.

Ma legge perfettamente una fotografia.
Usando quel marchingegno chiamato vista.
La domanda è sempre la stessa: cosa si vede?
Al netto di qualsiasi declinazione emotiva, che le emozioni sono un fatto personale, cosa si vede?

Due piedi non è sufficiente.
Altrimenti si finisce come col commento di una fanciulla che alla vista di questa immagine consigliava al soggetto Zlatan di fare una pedicure.
Di più: come il responsabile della stampa – proprio in tipografia – del magazine per il quale l’ho realizzata che autonomamente, fregandosene del pdf della redazione, fregandosene di tutto e tutti, lui all’ultimo minuto decise di pulire il pavimento dallo sporco… cioè quel niente di fango e erba che avevamo deliberatamente aggiunto.
Il che su mia richiesta ha comportato la ripubblicazione dell’immagine nel numero seguente.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Condividi/Share

Bad Boys – Bad Photography

Bad Boys - © Efrem Raimondi

 

Bad Boys. Ma anche Bad Girls.
Insomma BAD PHOTOGRAPHY, cioè quella fotografia sospettata di connivenza col soggetto.
Perché l’archetipo funzioni occorre che il soggetto sia famoso e infame.
Dove: famoso è un fatto riconosciuto unanimemente; infame è invece una soggettiva, e ha a che fare con una valutazione morale urlata da una parte della cosiddetta opinione pubblica direttamente in faccia alla parte avversa.
Bene/male, buoni/cattivi, solita solfa.
Vietato astenersi: gladiatori virtuali… gladiatori felicemente abbonati in poltrona.
Poi ci sono casi limite dove l’infame è solo contro tutti: unanimemente infame a pulire la cattiva coscienza del mondo.
Infame dopo, magari. Come Lucifero. E chi l’avrebbe mai detto…
Soggetti fantastici. M’interessano anche di più. M’interessa andare a vedere nel dettaglio come li avevo ritratti quand’erano arcangeli, che magari…

Però ecco, quando fotografo di tutto ciò non me ne frega niente.
Nessuna barriera morale da erigere. Libero da pregiudizi e preconfezionamenti assortiti mi occupo della persona che ho davanti.
È la persona che mi interessa, che in un face-to-face rivela lati meno appariscenti, dettagli inaspettati.
E questo è il mio punto. Qui mi fermo tutto il tempo che occorre.
Prima di scattare. Poi scattando tutto si definisce abbastanza velocemente.
A volte con chiarezza, a volte meno. Ma in un percorso così c’è da preventivarlo: nulla è scontato. Nulla è predefinito.
Se poi ti basta il mezzo busto con dietro la bella libreria a descrivere le gesta intellettuali del grande statista, piuttosto che la poltrona preferita e la tappezzeria a ramages che fa ambiente, tranquilla che te le porto a casa.
Ti accontenti di poco però.
L’errore in cui OGGI spesso si incappa, è di pretendere una fotografia senza fotografo.
E si vede.
Perché fotografo definisce una persona che ha un’idea di fotografia. Non uno che fa fotografie. E più l’idea, l’architettura, è precisa più lo riguarda. E lo identifica.
E anche questo si vede.
Annunciazione! Tutto pensato a tavolino, allineato a un diktat e appiattito al compitino da svolgere, col ritratto non funziona. Eh già…
A meno di accontentarsi di un’illustrazione. Che appunto non è fotografia.
Dite di no? Dite che è polemica sterile? Ok, chiedo scusa, non mi soffermo… il mio intento è un altro. Ciao.

Occuparsi della persona, e non del giudizio, non significa non avere un’opinione.
Ma se proprio, mi rivolgo all’etica e non alla morale contingente.
Insomma… la fotografia didascalica non fa per me.
Forse è proprio così: me ne frego della Storia.
E la fotografia non emette giudizi. Non la mia almeno.
Eppure è successo. Di essere stato redarguito per aver ritratto Tizio e Caio.
Addirittura Sempronio!
Il fatto in sé costituiva la colpa. Perché certificava la mia accondiscendenza ai valori/disvalori attribuiti all’innominabile.
Intercettato in rete:
”Ma hai visto i suoi ritratti?”
”Sì sì, c’è proprio un sacco di bella gente: Berlusconi e anche Andreotti. Una fotografia asservita. Punto e basta”.

Quando ritrassi Piersilvio Berlusconi, preventivamente e cortesemente mi venne chiesto se me la sentivo. Non in maniera così diretta naturalmente, ma la sostanza ho dedotto fosse quella.
Ero stupito: sono un fotografo, ritraggo la gente e non emetto sentenze di alcun genere. Solo regolare fattura una volta consegnato il lavoro.
Con Andreotti poi… quando venne pubblicato il trittico mi arrivarono due mail di amici di quand’eravamo giovani, belli, intelligenti e sulle barricate insieme, che mi accusavano di complicità: non si fotografa certa gente. Ti sei reso complice. Punto.
Complice??? Ma io non vedevo l’ora di ritrarre Andreotti!
Ci sta tutto… la fotografia evoca diversamente e a ognuno la sua visione.
Sulla sponda dei buoni non so scegliere… i santi mi interessano meno: se questo è il parametro preferisco ritrarre i demoni.
A qualcuno potremmo anche far indossare uno zainetto Prada, che il marketing ci tiene.

Tutto ciò non accade se l’infame non è famoso. Anzi, se non è famoso non è neanche infame. E l’accezione bad boys si tinge di romantica commozione.
È la convenzione che si riserva al disagio.
Alla fotografia del disagio nello specifico. Che assume un’aura nobile, socialmente rilevante. E nessuno ti imputa niente.
Mentre è qui che più mi scandalizzo nel vedere stracciata ogni etica.
Per me cambia niente: m’interessano le persone.
E tutte hanno un nome e un cognome. Punto.

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Bad Boys - Bad Photography

Piersilvio Berlusconi, 2006. Negativo 4,5/6 cm

Bad Boys - Bad Photography

Giulio Andreotti, 2006. Negativo 6/7 cm

Bad Boys - Bad Photography - Efrem Raimondi

Umberto Bossi, 1996. Negativo 10/12 cm

Bad Boys - Bad Photography - Efrem Raimondi

Mario Draghi, 1996. Negativo 6/7 cm

Bad Boys - Bad Photography - Efrem Raimondi

Massimo D’Alema, 1996. Negativo 10/12 cm

Bad Boys - Bad Photography - Efrem Raimondi

Alessandra Mussolini, 2006. Digitale APS

GIULIA LIGRESTI by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Giulia Ligresti, 2007. Digitale APS

NOEL GALLAGHER by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Noel Gallagher, 2005. Negativo 4,5/6 cm

ALEX SCHWAZER by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Alex Schwazer, 2011. Digitale medio formato

OSCAR PISTORIUS by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Oscar Pistorius, 2011. Digitale medio formato

ZLATAN IBRAHIMOVIC by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Zlatan Ibrahimovic, 2008. Digitale medio formato

BAD BOYS by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Periferia di Legnano, 1981. Negativo 35 mm

BAD BOYS by Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Periferia di Legnano, 1981. Negativo 35 mm

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Condividi/Share

THE VOICES – IO RUBO LA LUCE

v i d e o

Il suono dell’otturatore conforta: sai che è fatta.
Sai che è lì.
Hai rubato un po’ di luce.
L’hai sottratta al mondo e nessuno può dirti niente.
Almeno fino a quando non la restituisci.
Non sempre con gli interessi.
E allora, nel dubbio, decidi di buttarla preventivamente.
Tu butti la luce!
Tu non mi credi…
Con la pellicola è raro che accada… difficile buttare un negativo.
Poco importa che luce ci sia dentro.
Quella matrice solida, tangibile, visibilmente inerme e incolpevole occupa uno spazio credibile allo sguardo.
Difficile buttare quella luce. Magari la ficchi da qualche parte chissà dove, ma l’idea di prenderla a forbiciate ti devasta l’anima.
Anche se persa nel tempo e nello spazio, quella porzione di luce si conserva.
Tu non mi credi…
Col file no. Col file chi se ne frega.
Il file senza immagine è il nulla. Il virtuale ipotetico.
Senza alcuna parvenza di niente. Che forma ha il file?
Quale il suo peso? Come diavolo gli girano gli atomi?
Così butti niente. Tu pensi… e ti rincuori.
Fai tutto tu insomma: sottrai, non restituisci e ti assolvi.
Tu butti la luce!
Tu sei un criminale…
La luce è un bene comune. Primario per tutti.
E per tutto… anche una sedia lo sa.
Qualsiasi colore lo sa.
Che si veda o meno, la luce c’è. È generosa e non fa distinzioni.
Chi sei tu, per fregartene?
Chi sei tu, per esercitare un simile arbitrio?
Chi cazzo sei?!
Pensaci… è più la luce che restituisci, o quella che butti?
Ribaltare l’andazzo è una priorità… potrebbe non essercene più a furia di buttarla.
Potrebbe, la luce, incupirsi e decidere di azzerare gli iso che hai.
Potrebbe fare una combine col tempo, estrema, e non avresti più neanche quello.
Non sentiresti più la voce della luce.
L’urlo. A volte il sibilo.
Perché la nostra luce ha voce.
E io l’ho registrata.
Modulata attraverso le diverse fotocamere che ho usato.
Che ho sempre amato. Una per volta.
Io tutto. Io niente. Io non distinguo… una per volta.
Con la loro luce. Che coincide con la mia.
La luce buttata è persa. Non tornerà mai più.

v i d e o

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Ringrazio Simone Manuli per il montaggio video.

Condividi/Share