MAXXI – PRESENTE IMPERFETTO

 

Efrem Raimondi al MAXXI

 

Maxxi, Auditorium – Roma, 9 giugno ore 18.00.
Presente imperfetto in sintesi: qui grazie all’imperfezione.

La fotografia è il luogo che rende visibile ciò che non lo è, dandogli forma.
Paradossale vero? Eppure funziona esattamente così.
Perché è solo grazie alla visione, soggettiva e parziale, che siamo in grado di restituire qualcosa che ci riguarda intimamente. Non necessariamente universale.
Questo qualcosa è tutto.
Una porzione riconducibile all’autore…
Un arbitrio.

Lectio magistralis per cinque slideshow.
Forse sei.
Percorsi diversi ma non estranei.
Partendo da due lavori: novembre 1980 – terremoto irpino – e febbraio 1981 – portatori di handicap/disabili/diversamente abili – io questa escalation non la capisco…
Due reportage dal taglio intimista, con l’attenzione al marginale.
Questi due lavori sono la mia matrice.
E me n’ero scordato. Non facendo reportage, me n’ero scordato…
Invece è proprio da qui che sono partito. Per poi fare tutto il resto.
Mosso e sfuocato inclusi.
Secchezza e presunzione del ritratto incluse.
Design…

Insomma fino ad oggi.
Con un solo presupposto: nessuna verità oggettiva è possibile.
Ciò che realmente conta è la tua visione del mondo.
Faccela vedere!
La parola, semmai, dopo. Ed è un altro ambito.
La fotografia ha una gran voce, ma non è difendibile da alcuna parola. O è, o buttala.

Con me c’è Benedetta Donato, che ringrazio.
Nel rapporto dialettico tra lei e me, qualcos’altro succederà.
Cosa, non ne ho la più pallida idea.

Nient’altro da dire, salvo che questo è un invito.
All’imperfezione e al MAXXI – aperto a tutti.

Ci vediamo.
Ciao!

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Biglietto di ingresso € 5 – che non mi riguarda.
Anche online… ticket_b

 

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedSneaker, 2007 – per CAMPEGGI SRL, design by Giovanni Levanti © Efrem Raimondi.
All rights reserved.

In collaborazione con AFIP – Associazione Fotografi Italiani Professionisti.

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Fotografia e Design


Fotografia e design. In poche parole.

Ci provo…
È un grande luogo di crescita, una vera scuola.
Ti misuri con delle specificità che hanno la necessità di una vera dialettica per diventare espressione, fotografia: l’oggetto; i materiali e la lavorazione; lo spazio, quello fisico, quello che dialoga con le proporzioni.
La luce…
Quale, come e perché cazzo il rosso del divano rosso non è rosso.

Contrariamente alla norma preferisco la luce flash. Spesso.
Perché quella realmente più duttile.
Quella che mi asseconda nel rapporto con l’insieme.
Perché anche col design è una questione di insieme e il soggetto è l’intera fotografia.
E al di là di alcune fondamentali specifiche ineludibili, trascendere il genere è la mira. Questa la vera, grande difficoltà.
Qui non si scherza, non c’è bluff: qui la conoscenza di tutti gli elementi è la condizione di lavoro.

Amo confrontarmi col design, per me un luogo di sintesi… la convergenza di molteplici elementi: persone, ricerca, creatività, e quel fondamentale collante che è l’industria.
Ho ritratto diversi architetti e designer, con alcuni di loro ho collaborato a tutte le fasi del progetto.
Andando anche in fabbrica, confrontandomi direttamente con chi il pezzo lo produceva.
Un grandissimo, ne cito uno, perché nei suoi confronti provo vero affetto, e per quanto mi ripetesse di dargli del tu proprio non ci riuscivo.
È passato tanto tempo, ero un ragazzo: Achille Castiglioni.

Avanti e indré dal suo studio alla Cassina… nel mio studio a sfogliare Polaroid.
E giù a procedere all’unisono.

ACHILLE CASTIGLIONI by Efrem Raimondi

                         Achille Castiglioni nel suo studio. Milano 1992

Non mi spiego un certo disinteresse fotografico, non capisco la superficialità di chi liquida come fotografia commerciale: se c’è un luogo dove il linguaggio è elemento di distinzione è questo.
Un linguaggio applicato.
Un linguaggio iconografico trasversale dove la dialettica area-volume consente dilatazioni e compressioni altrove impensabili.
Il rapporto con lo spazio, con qualsiasi circostante, diventa soggetto.
Persino la negazione diventa segno e il contraddittorio è elemento vitale.
Nella fotografia che si confronta col design riconosco la convergenza naturale di molteplici linguaggi, di visioni, di utopia… la risposta potente alla debolezza del sistema iconografico contemporaneo che svicola nella reiterazione, sempre uguale, e nel monologo, sempre più noioso.
Singolare… nel confronto con le aziende, con le riviste e coi designer ho sempre trovato tutti gli elementi per poter fare la fotografia che voglio.

Meno paura e più conoscenza.
Meno isteria, più sobrietà e un’eleganza leggera.

© Efrem Raimondi. All Rights Reserved

Efrem Raimondi for INTERNI magINTERNI mag. 1991-  Hannes Wettstein per Baleri Italia. Valeria Magli performance

Efrem Raimondi for INTERNI magINTERNI mag. 2014 – Pedrali per Pedrali. Rossella Rasulo irriconoscibile. Ma seduta

Efrem Raimondi for ABITARE magazineABITARE mag. 1994 – Milano, Città Studi

Efrem Raimondi for FLEXFORMFlexform, 1992

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 1993 – Studio DDL per Zerodisegno

© Efrem Raimondi for GRAZIA CASA mag. All Rights ReservedGrazia Casa mag. 2014

Talvolta un po’ ironici non guasta…

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 2008. Roberto Barbieri per Zanotta – Ludovica e Roberto Palomba per Sawaya & Moroni

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 2015. Milano, Isozaki Tower. Vitra – Nodus – Arper – Panzeri

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 1989

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedFlos, 1992

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 1990. Roberto Pamio per Matteo Grassi – Oscar Tusquets per B.D. Ediciones

© Efrem Raimondi for Abitare mag. All Rights ReservedABITARE mag. 2000. Fernando e Humberto Campana per Edra – Ron Arad per Vitra

© Efrem Raimondi- Gaetano Pesce, Nobody's PerfectNOBODY’S PERFECT, Gaetano Pesce per Zerodisegno. 2002

©Efrem Raimondi for Cassina - All Rights ReservedCASSINA, monografia RITRATTI. 1993 – 412 CAB and 413 CAB by Mario Bellini

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedGiovanni Levanti per Campeggi SRL. 2007

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 1994/1995. Piero Lissoni per Living

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. Fuorisalone 2013

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved - Baleri ItaliaBALERI Italia, 1994 – Big Calendar 1995

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved - FLEXFORMFlexform,1988

© Efrem Riamondi for Campeggi SRL - All Rights ReservedSakura Adachi per Campeggi SRL, 2014

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 2016. Jean-Marie Massaud per Poltrona Frau

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 2005. Patricia Urquiola per B&B Italia

© Efrem Raimondi for Cassina - All Rights ReservedAchille Castiglioni per Cassina, 1992

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 2007, Joe Velluto per Coro – Alessandro Loschiavo per Maoli

Un appunto sull’impaginazione di un lavoro. Con alcuni magazine questo dialogo è ancora
presente. Dovrebbe essere prassi

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 2013. Zaha Hadid per SLAMP

© Efrem Riamondi for Campeggi SRL - All Rights ReservedPoppy, Campeggi SRL, 1993

Se l’errore è il soggetto di un intero percorso…

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. Fuorisalone 2008

…e il backstage.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedINTERNI mag. 2013. Backstage. Rodolfo Dordoni per Minotti

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. 2016. Mario Ferrini per Living Divani – Marcello Ziliani per Opinion Ciatti

E poi c’è Ozzy, che mi ha accompagnato durante un reportage proprio dentro il Salone Internazionale del Mobile, tra stand e persone… caldo, rigore e confusione.
Adesso è tranquillamente a casa mia. Che è diventata anche la sua.

© Efrem Raimondi for INTERNI mag. All Rights ReservedINTERNI mag. Salone Internazionale del Mobile 2009. Reportage in Fiera. Con Ozzy

© Efrem Raimondi. All Rights Reserved

La stragrande maggioranza di questo percorso – che è una sintesi estrema – non sarebbe possibile senza la collaborazione di diverse persone. Ciascuna con un ruolo preciso.
Ma è solo attraverso un rapporto dialettico che gli intenti convergono e prendono forma.
E sostanza.
Coi magazine, il rapporto con la redattrice e la stylist è fondamentale.
Sono davvero grato a Luciana Cuomo, Nadia Lionello, Maddalena Padovani, Mia Pizzi, Diana Sung, Carolina Trabattoni.
Senza di loro molte di queste immagini non sarebbero qui.

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Italo Lupi – Interview


Italo Lupi by Efrem Raimondi ©Efrem Raimondi

 

 

Italo Lupi…
In realtà non sono molte le persone nei confronti delle quali ho un debito di riconoscenza.
Italo Lupi è una di queste.
Stima totale.
E vero affetto.
Non vado oltre… aggiungo solo che per me è un onore collaborare con lui.
E sono davvero orgoglioso di avere delle immagini pubblicate nella sua Autobiografia grafica, uscita nel 2013 e che il New York Times ha incluso nella top ten dei libri illustrati.
Mica chiacchiere…

L’intervista, integrale, segue un po’ il tracciato del libro.
Che è qualcosa di spettacolare. Per contenuto e forma.
Realizzata nel giugno scorso, è rimasta ferma tutto ‘sto tempo in attesa del ritratto che pubblico.
E che proprio non si riusciva a fare per diversi motivi.
Il 16 dicembre ci siamo riusciti.
È uno dei tre che ho realizzato. Gli altri al momento li tengo per me.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

I N T E R V I S T A   I N T E G R A L E

E.R.  Autobiografia grafica è un libro elegante, colto, ricchissimo… un libro di grande potenza che attraversa quarant’anni e più del tuo percorso.
Ed è di una magnifica leggerezza, a partire dalla scelta editoriale: non ha una cadenza cronologica, perché?

ITALO LUPI. Bah, perché mi sembrava noioso dare una sequenza strettamente cronologica a un libro che invece si muove attraverso dei segmenti di vita che hanno percorsi differenti, ma che riconducono però ogni volta a qualcosa che mi pare chiaramente espresso… si parla di quand’ero ragazzo, poi si parla dei primi progetti, poi si salta a progetti abbastanza recenti per passare a una divisione un po’ schematica in argomenti tipologici differenti: dai manifesti agli allestimenti, dalla piccola architettura all’editoria ecc. però evitando che ci fosse una cadenza temporale stretta anche perché il titolo AUTOBIOGRAFIA GRAFICA promette un po’ di più di quello che poi il libro dice… perché non è una vera e propria biografia. Però il connettere ogni lavoro fatto a un periodo, a una riflessione sulle esperienze di vita, mi è sembrato una cosa che potesse essere un attivatore, passami il termine, di emozioni, ricordi, cose che ognuno di noi macina dentro di sé mentre costruisce i propri lavori.
Per cui anche culturalmente, evitare la cronologia mi sembrava cosa più leggera e meno didascalica… meno scolastica insomma.
Che poi non è un escamotage per evitare la noia, perché una vera biografia non è affatto noiosa se racconta di una vita avventurosa… forse la mia non è stata così avventurosa – risata – mi sembrava però più intelligente riuscire a connettere le cose per dei fili sottili che si intrecciano lungo il percorso di una vita…

Una sequenza però esiste… non sarà cronologica ma esiste un fil rouge…
Sì certo! Ma è un po’ come quando fai un’impaginazione – e poi ti dico perché questo libro mi ha insegnato molto sull’impaginazione –ti muovi partendo da uno schema mentale, da una gabbia che infrangi continuamente perché non è la gabbia in sé che rende ben fatto il lavoro… ma è la gabbia che ti riordina e ti dà una dimensione, e come spesso succede, quelli che sono dei recinti ti danno più ordine e intelligenza e anche più fantasia, non una fantasia dissennata. E allora questo fil rouge esiste, e spero si avverta con la costanza di un certo affetto verso le cose e le persone… il tributo dato a tutti quelli a cui devo qualcosa, pubblicando non solo miei lavori ma anche i lavori di chi mi ha influenzato e mi spiace che il libro abbia solo 400 pagine perché volevo mettere ancora più citazioni e contributi…

Quante pagine in più ci sarebbero volute?
Tante! Per mettere tutti quelli che hanno contribuito… un affetto non solo nei confronti delle persone che mi hanno veramente aiutato, ma anche per le cose fatte, per la manualità… il fatto di essere onesti con se stessi e con la gente: cioè sfuggire da un certo conformismo, che in qualche modo sto constatando, in modo benevolo, sulla mia pelle.

Interessante… cioè?
Ma… io son sempre stato abbastanza appartato malgrado facessi un lavoro molto pubblico come direttore di Abitare o art director di Domus… però non ho quasi mai partecipato a dibattiti, non ho mai concesso interviste inutili, salvo questa naturalmente…
Be’, questa è la più inutile che potevi fare ed essendo l’unica ce la possiamo in qualche modo concedere – ridiamo entrambi
… un certo conformismo, una certa improvvisa deferenza dopo la pubblicazione di questo mio libro… mi danno il Compasso d’Oro alla Carriera… mi chiedono interviste… insomma tutto avviene un po’ trainato da questo piccolo successo: mi chiamano a parlare, io mi rifiuto… squillano i telefoni… insomma è tutto un po’ facile… stamattina mi telefonano per prendere l’impronta della mia mano…

Insomma ti infastidisce abbastanza si direbbe… secondo te è un po’ il frutto del surplus mediatico nel quale ci troviamo…
Certamente sì. Un surplus mediatico che si indirizza a delle persone che acquistano un minimo di notorietà. Che poi intendiamoci, io sono molto contento perché su questo libro sono uscite due pagine sul Manifesto, una pagina su Repubblica, una pagina sul Corriere, una sul Sole 24ore, una su La Lettura, una su La Stampa, cinque pagine su Domus… più di così…

A proposito, il New York Times ha incluso Autobiografia grafica nella Top Ten dei migliori libri illustrati del 2013… così, a margine.
Sì, e a proposito c’è un’intervista di Steven Heller, che firma la colonna Visuals per la NYT Book review… personaggio molto importante negli Stati Uniti per il design e la grafica… grandissimo conoscitore della grafica italiana a partire dagli anni ’20…
Una recensione molta bella ed esauriente è stata fatta da Elisa Poli su Domus on line. Davvero ben fatta.
E, insomma, sono abbastanza sorpreso della risonanza che questo libro ha avuto… tu c’eri in Triennale alla presentazione?
Certo che c’ero! E c’era una marea di gente fuori che non trovava posto… è stata una serata molto bella… ti avrà fatto molto piacere immagino.
Ecco, io credevo che al massimo avremmo riempito le prime cinque file… mi ha fatto molto piacere perché mi sembrava che non ci fosse quell’esibizionismo mondano che spesso c’è in queste cose, anche giustamente: in questo caso mi sembrava che fossero tutte persone che avevano lavorato con me, o miei amici…

Be’, ma c’era un pubblico anche molto trasversale, non necessariamente legato al design o alla grafica stretta: ho visto una gran bella Milano quella sera.
Ma è chiaro che non mi dispiace affatto che ci siano state quelle critiche che ho citato, serie e ben fatte, è un certo surplus che si presenta come un’ondata che trovo più che fastidioso, inutile… che sembra un po’ il riflesso del ”non si fa mai fatica”… in fondo di cosa mi vanto degli anni passati a dirigere Abitare se non del fatto di aver cercato di scovare delle nuove intelligenze che non avevano nessuna appiglio o credenziale di vantaggio per me e per tutta la redazione, che a questa ricerca partecipava, ma di avere pubblicato tutti ragazzi che adesso hanno notorietà: sono stati tutti pubblicati per la prima volta da noi su Abitare… fotografi di cui mi servivo, tra cui anche un certo Efrem Raimondi, o Toni Thorimbert… erano persone che a quell’epoca erano molto giovani. Anche illustratori… insomma ho cercato di essere libero da condizionamenti di varia natura dall’inizio del mio lavoro. E questo credo che mi abbia ripagato 40, cinquant’anni dopo perché credo di non aver mai fatto, e lo dico con molta serietà, nulla per interesse personale o di aver mai fatto cose legate alla pubblicità quando facevo le riviste, mai! E questo viene ripagato… felice di aver fatto un libro che trovo divertente soprattutto perché è molto nuovo come miscuglio di professioni, e di cose della vita, di aver riprodotto grandi dei disegni non miei ma di altri che hanno contribuito alla mia crescita mentale, culturale e affettiva. E questo non è così comune.

Hai dichiarato che questo è un libro sulla nostalgia ma non è nostalgico: ci spieghi p.f.?
Sì, questa è una frase di Giannino Malossi e che io ho ripreso. Ed è così… è vero… ma non è che abbia nostalgia, ho un bel ricordo di tutte le cose che mi son capitate nella vita… son stato fortunato, non so…

Subito all’inizio, decrivendo gli anni del ginnasio con quelle che chiami prove di manifesti per cose che mi erano care, queste le descrivi come ingenue: che valore ha per te l’ingenuità, quella iniziale? È possibile in qualche modo mantenerla?
Credo sia assolutamente fondamentale mantenerla, l’ingenuità, che ti porta poi a dei risultati che sono meno ingenui di quando facevo certe cose con la tempera troppo diluita ecc. però l’ingenuità, cioè porsi un po’ vergini di fronte ai fenomeni che devi affrontare e farli diventare come delle iconografie generali, è necessario.

La tua attenzione alle font tipografiche mi è sempre parsa evidente… il rigore col quale tratti il carattere fa pensare che tu lo ritenga di per sé soggetto: vero?
Certamente! Non è vero rigore… perché non mi pare di essere stato rigoroso. Non so se hai letto il ricordo che ho fatto di Massimo Vignelli sul Sole 24ore di domenica primo giugno… Lui aveva un grande rigore, limita a tre caratteri, quattro con l’aggiunta del Futura, l’utilizzo che lui fa della tipografia.
Do molta importanza al carattere tipografico, però penso che i caratteri siano tanti… ce ne sono di bellissimi e nei primi tempi di utilizzo del computer sono stati distrutti da una mania deformante… stringi, allunga, tira… cose del tutto inutili. Adesso non dico che si sta ritornando all’ordine, ma è più chiaro che già è stato detto tutto nel campo dei caratteri. Per cui mi sono sempre servito dei caratteri di buon disegno, anche molto differenti perché passo dal Caslon corsivo, all’Helvetica ovviamente… News Gothic, ai caratteri con le ombre…

Italo Lupi, Efrem Raimondi Blog

Ce n’è uno che prediligi in assoluto?
Potrei dire Helvetica e Bodoni sicuramente… sono due caratteri fondamentali: uno con le grazie – come dicono gli inglesi serif – e uno sans serif come l’Helvetica o il Futura, certamente sì. Però l’aver usato in modo un po’ bulimico ogni tipo di carattere…non so…un pregio, un difetto… insomma me ne sono un po’ infischiato di essere così coerente, anzi l’incoerenza è una cosa che si legge un po’ nel libro, perché m’interessa di più… la difficoltà nel mio lavoro è quella di avere la capacità di selezionare, di eliminare molto di ciò che ti viene in mente quando ti propongono qualcosa e di scegliere la migliore, cosa che non è detto che sia avvenuta: la sottrazione è un punto di difficoltà ma è fondamentale.

Parlavi di gabbia prima, di un luogo che in qualche modo dà una dimensione… mi viene da chiederti: diresti a un giovane che avere degli argini, un recinto è importante e aiuta?

Ma di aiuto mentale! In tutte le cose… nella cultura e anche in politica, perché uno che sa darsi degli argini, dei margini, è ancorato al realismo delle cose.
E se non sei ancorato al realismo non riesci a fare delle cose di piena fantasia… chi pensa che non ci sia nessun limite poi in qualche modo implode… soprattutto fa delle cose inutili e nulla è peggio dell’inutilità e del surplus che si sta creando.
Questo libro, a proposito di gabbia, mi ha insegnato una cosa che ritengo fondamentale da utilizzare: questa volta mi muovevo tra le pagine senza avere il minimo schema di gabbia. Mi sono semplicemente mosso a seconda della situazione, se dare più o meno peso alla parola piuttosto che al disegno o alla fotografia. Un’enorme libertà, proprio infischiandomene… però dico questo arrivato alla bellezza della mia età – ride – mi sono proprio divertito

Cos’è un MARCHIO?
Quale il tuo approccio nel realizzarlo?

Il tentativo che faccio è di sintesi molto forte, molto evidente…
poi non sempre ci si riesce, perché la vita è più difficile di quanto si pensi.
Quelli che più amo sono quelli che o attraverso il carattere tipografico o attraverso la sua trasformazione in un’immagine riescono a dare del soggetto di cui tu fai un logo o un marchio, un’idea immediata.
Posso alludere al Museo Poldi Pezzoli… non è una MPP scritta storta o in diagonale… e racconta tutto perché moltiplica l’icona principale, la Dama del Pollaiolo e te lo rende leggibile, forse indimenticabile. Un marchio è quella cosa che nella sintesi più estrema esprime qualcosa di più che non sia quello che tu solo pensi, ma che vedendolo possono pensare anche gli altri.

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Ci parli del manifesto per i 50 anni della Vespa, p.f.?
Se dovessi rifarlo non farei l’errore che ho fatto. Perché son due i manifesti: uno che è quello che ho fatto con la Vespa di cartone ondulato che poi esecutivamente ha fatto Marina del Cinque che lavorava nel mio studio… ma è l’altro l’errore, quello della metropolitana di Londra, un diagramma che adesso si vede dappertutto, ma allora, nel 1996, non si usava affatto. E l’errore è averlo fatto su fondo nero perché non ti ricorda la metropolitana di Londra che è sempre stampato su fondo bianco. Anzi, voglio ridisegnarlo…

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Sei stato art director di Domus, direzione Mario Bellini, dal 1986 al 1992. Poi hai diretto Abitare fino al 2007: quali le differenze del tuo intervento?
Tra l’art direction e la direzione? Non molte. C’è sì una differenza tra le due riviste, ma a Domus facevo un po’ più dell’art director… non dirlo a Bellini però è così, con lui si discuteva, e lui suggeriva tutto, ma ascoltava anche le mie proposte, si facevano le cose… E poi penso che il termine art director debba essere superato da art… non so, da editor, da redattore in genere: in fondo trovo che non si tratta di impaginare bene una rivista, ma devi avere una memoria lunga delle cose che hai visto. E credo di avere molta memoria delle immagini che ho visto, che ho preso e che ho sfruttato… perché poi io son rimasto con le urla del ’68 che gridavano la proprietà è un furto, e oggi mi viene da sorridere con un po’ di rabbia quando sento quelli che se pubblico una fotografia che è diventata ormai un emblema di un periodo, mi arriva – dagli stessi – la lettera dell’avvocato. Ma la cosa peggiore è che è accaduto addirittura per una città… ho fotografato una poltrona a Parigi e il comune mi ha mandato una multa perché non avevo pagato i diritti sull’uso improprio dell’immagine della città. Questa idea di fare tutto per profitto è orrenda…
Va be’…
La vera differenza comunque tra Domus e Abitare è che mentre la prima era una rivista che si rivolgeva esclusivamente a professionisti architetti o designer, abituati al linguaggio e poi non essendo io il direttore… mentre con Abitare mi rivolgevo a un pubblico molto più vasto, variegato e trasversale. Il merito di Abitare quando lo facevamo noi, era quello di avere una grande curiosità che si espandeva in campi molto differenti da quelli di cui solitamente le riviste di architettura si occupano. Adesso potrei dire è proprio la curiosità a mancare, anche per quelle web: bisogna avere una curiosità che va al di là dei confini disciplinari di cui ti occupi come rivista, perché sono queste curiosità che danno il sale alla minestra.

Cos’è il disegno urbano e quali le ragioni di intervento, sia nel tessuto metropolitano che nella piccola cittadina? I tre anelli che incorniciano la Mole Antonelliana di Torino sono da intendere in questa direzione? Com’è nato il progetto?
Il disegno urbano… è come nel ‘700, si fa per fare festa, anche se non è solo questo. E si interviene soprattutto in occasione di avvenimenti, come per esempio le Olimpiadi di Torino. E a questo proposito, a chi genericamente accusa di disonestà nelle grandi opere in Italia, vorrei ricordare che per le Olimpiadi di Torino sono affluiti molti miliardi eppure non c’è stato un solo caso di frode o di imputazione, e sono molto orgoglioso di avere partecipato a un’esperienza del genere, che ha trasformato una città bellissima come Torino, lasciando anche una scia…e un grande ricordo nella città.
E allora, perché fare arredo urbano? Perché certe cose necessitano di una segnalazione più forte e perché no, anche di festa. Alcuni interventi urbani danno gioia alle persone, anche inconsapevolmente. E anche per piccole cose. L’Expo di Milano ci ha dato l’incarico di disegnare le bandiere delle varie nazioni che partecipano all’evento. A partire dalle prime 12 che hanno aderito all’Expo e poi via via fino a arrivare alle attuali 144 ufficiali. Queste bandiere sono due anni e mezzo che sono esposte, e sono ancora perfette, ben tirate ed è un esempio di come le cose possono essere fatte bene: una struttura di grande pulizia dotata alla base di una seduta che ospita del verde e dove ci si può sedere. E siamo gli stessi, Ico Migliore, Mara Servetto e io, che abbiamo riempito di rosso Torino con le bandiere per l’Olimpiade. L’arredo urbano si può fare bene, anche nelle piccole cose che poi sono quelle che danno davvero gioia a chi la città la abita. Penso in buona sostanza a un arredo che poi resta…

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Come per i tre “anelli” della Mole a Torino…
Sì… pensa che il quotidiano La Stampa aveva fatto un referendum e il 99% dei torinesi ha voluto il mantenimento anche oltre il periodo. Adesso finalmente li hanno tolti, perché troppo a lungo poi le cose annoiano…
Che poi l’idea, non tanto di fare i tre anelli, prima rotondi e infine quadrati, ma di illuminare la Mole è stata di Anna Martina… ed è stato molto divertente farlo… anche seguire tutta la parte che ha riguardato issare fisicamente e che è stata opera di una squadra di scalatori, proprio di quelli che vanno in montagna, e che normalmente si occupano della pulizia dei vetri dei grattacieli… e anche della Mole stessa che tra l’altro ha una particolarità e cioè che ogni metro e ottanta per 1,80 c’è un anello di ghisa robustissimo per cui tutta l’operazione è stata molto semplificata, sia salire che fissare l’opera… Alessandro Antonelli, l’architetto della mole, era davvero un genio.

Cos’è stato Printed in Italy? Meraviglioso libro del 1988…
Sì, molto riuscito – sorride. Un esercizio… un bell’esercizio di grande libertà e soprattutto di dimostrazione al cliente, l’Associazione Nazionale Italiana Industrie Grafiche Cartotecniche e Trasformatrici, che l’idea dalla quale era partito e cioè di fare un libro che dimostrasse la potenza dell’associazione attraverso una serie di vedute aeree di stabilimenti tipografici… ma ti immagini alla terza, quarta foto di stabilimento la noia? E allora ho semplicemente suggerito di utilizzare una serie di tipi di stampa differenti, con carte differenti, di autori differenti, chiamare un po’ tutti i grafici del mondo, che era più piccolo di quello attuale… insomma un esperimento e davvero un divertimento notevole, con una qualità di stampa superba a cura della Tipografia Meroni…
Era l’ultima questa, vero?

Abuso del tuo tempo: chi era e cos’è stato Achille Castiglioni?
Un simpatico intelligentissimo papà…
Be’ però! Questa mi sembra una risposta esaustiva…
Sì… – sorride.

Italo Lupi, Efrem Raimondi Blog

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Hai lavorato con diversi fotografi, per esperienza diretta posso dire che è un vero piacere collaborare con te, perché la dialettica diventa elemento fondamentale del percorso creativo: quale il tuo rapporto con la fotografia? Cosa chiedi a un fotografo? Tra l’altro se non ricordo male tu fotografavi…
Sì… ho fatto anche interi numeri di Abitare con i miei reportage fotografici… adesso non ho più tempo né voglia forse…
Vero, ho lavorato con diversi fotografi. Qual é il rapporto? Ma… innazitutto di tipo realistico, cioè la forma delle cose. Non è che non sopporto, perché non è così, però quando leggo e vedo giovani fotografi che fotografano i margini… dopo venti volte che vedo dei marciapiedi rotti la cosa m’interessa meno. A me piace fotografare con delle persone che hanno sangue nelle vene e un interesse reale per le cose della gente… e di quelli che ho scelto, coi quali ho collaborato, non mi sono pentito… di nessuno, e non solo dal punto di vista professionale ma anche sul piano della dialettica, dello scambio di idee, della discussione… poi non sono un grande teorico…

Per concludere, che idea hai dello stato del’editoria periodica italiana?
É il momento più alto della sua storia, ma non solo italiana… un po’ in tutto il mondo – ride proprio – Però è tragico… tragico pensare che riviste come… va be’ non farmi dire…

Ultima. Proprio alla grande… il Compasso d’Oro, che hai appena ricevuto…
Sì, alla “Carriera”… No, non me l’aspettavo… averlo ricevuto insieme a altre persone… Armani… Mendini… Sapper… e altri che obiettivamente hanno una notorietà maggiore della mia, mi ha fatto inorgoglire e un po’ intimorire a dire il vero… mi sembra sempre poi quelle cose alla Carriera che vengono date alla fine della professione attiva, e allora sai… dal sapore un po’ tombale e invece io spero di no! A parte gli scherzi è stato un gesto davvero affettuoso da parte dell’ ADI…  – Associazione per il Disegno Industriale.

Be’ insomma… se prendiamo appunto la tua Autobiografia Grafica che è un condensato notevole del tuo lavoro nel corso di questi anni; è anche un momento di sintesi e per qualche raro smemorato un momento di riflessione su un percorso alto che è stato molto importante…
Ma in effetti mi piacerebbe molto vincere il prossimo Compasso d’Oro per il libro… quello mi piacerebbe certamente, forse sarebbe giusto… nel senso che è un libro insolito soprattutto perché cambia molto l’impianto solito delle monografie nel campo del graphic-design e del layout exhibition design… perché spero sia proprio una riflessione sulla disciplina progettuale, sulla cultura, sulla vita.

Milano, 10 giugno 2014
© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Italo Lupi, Efrem Raimondi Blog

Autobiografia grafica, Italo Lupi.
Corraini Edizioni, 2013.
378 pagine, illustrato, rilegato, 20,7 x 26,5 cm.
€ 50,00

AGGIORNAMENTO 9 NOVEMBRE 2015

ITALO LUPI BY EFREM RAIMONDI

Politecnico di Milano: Laurea Magistrale ad Honorem in Design della Comunicazione.

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Flash – Una pura formalità, 2

 

Sparato addosso… come dev’essere.
Morbido e riflesso… come dev’essere.
D’appoggio… come dev’essere.
Come dev’essere?
La luce più duttile e assecondante che esista.
Ci fai quello che vuoi.
Sembra che tutii ’sti ISO a disposizione ne possano fare a meno.
A differenza degli ASA la cui estensione era robetta, e sempre lì con lo spasmo della luce che non c’è.
Balle! In entrambi i casi, balle.

La luce che ci riguarda non trova nella quantità la sua risposta.
Quale e come. In subordine quanta.
E tutto combinato partecipa con decisione alla cifra della tua immagine. Ne detemina il segno.
La luce basta guardarla per accorgersi che noi siamo poca roba.
E che da lei dipendiamo totalmente.
Poliedrica già nella condizione naturale, esige una relazione cosciente.
Altrimenti ne sei travolto.
Dialogare bene con la luce naturale è la premessa per evitare di sparare flashate.
Correttamente tradotto sarebbe: evitare di sparare cazzate random.
Che una volta che spari, la mira dev’essere certa.
Perché il flash non ammette tentennamenti.

Ho una voglia di prendere un flash adesso, chessò un ring, e spaccarlo da qualche parte!
Picchiare tutta la luce a disposizione e laciare che si perda nella notte che crea.
Quando ho iniziato a fotografare, lo sdegnavo. E per un po’ ho usato la formula classica “No, io no… non tollero il flash… sa di artificiale. Io adoro la luce che mi corrisponde, quella naturale”.
Una formula longeva: ancora qui, immutata… le volte che me la sento ripetere, adesso, mi scappa un sorriso. Garbato… perché le risate in faccia e i contorcimenti d’accompagnamento non mi riguardano. Non di fronte a una manifesta debolezza.
Molto banalmente, non sapevo nulla della luce flash.
Solo che quando la sbirciavo ne rimanevo folgorato.
Dovevo fare qualcosa, dovevo darmi una mossa.
Così tutto è cambiato. È bastato che provassi sotto la guida di chi lo conosceva bene… il mio carissimo e indimenticato amico Franco Vignati, collega di tanti tour per redazioni e di risate al seguito.
Era still-lifieista. Lui mi ha spiegato tutto.

Poi ci ho messo il mio: il flash è neutro, perché si manifesti compiutamente servi tu.
Siamo alle solite… la conoscenza tecnica è imprescindibile per eprimerti come ritieni. Non significa che sia sufficiente, perché di fatto non lo è, ma senza è di gran lunga peggio.
Che poi mica devi essere onnisciente: in fotografia le regole son quelle quattro lì. È come le moduli che fa la differenza.
E se c’è una luce di cui puoi disporre esattamente come ti pare, è quella flash.
Al punto che puoi indurla all’errore, a ciò che chiunque considererebbe un errore mentre per te no, per te è soggetto.
Come per esempio la sovraesposizione assoluta.
O il nero celiniano. Che più nero non c’è: un lampo in una notte senza confine.

A meno di flash incorporati, tipico delle compatte, generalmente la fotocamera la uso in manuale. E il tempo è quello minimo di sincronizzazione. Il più rapido possibile insomma. A meno di un otturatore centrale, non puoi fregartene… col banco ottico è una pacchia invece. Ma anche col digitale hai più margine. E meno scuse.
Calcolo il diaframma sempre, praticamente sempre in luce incidente… esposimetro in zona soggetto e ben puntato sul punto luce principale.
Che in genere per quel che mi riguarda è anche l’unico.
E da qui si parte con varie considerazioni. Che hanno a che fare anche col contrasto, perché quello prodotto vale molto di più di quello postprodotto.
Tutto in un attimo o poco più. Mica ore: e qui conoscenza e abitudine contano. Molto.
Perché è qui che si decide l’immagine.
Compresa la temperatura della luce. Quella di emissione in genere è intorno ai 5.500 gradi kelvin. Che col tempo e l’uso tende a diminuire, scaldando un po’.
E a me non dispiace affatto: amo il caldo secco.
Flash, flash e ancora flash in tutte le salse: monotorcia, generatore, portatile, bitubo, incorporato, ring, bank, para, beauty dish, parabola, diretto, frostato, riflesso, d’appoggio, sparato da qualche parte, in studio, per strada, per campi, di giorno, di notte e alla fine nel cesso. Da un po’ è lì che è finito. Ma adesso lo riprendo… ho una gran voglia di spaccare tutto.

Le immagini che seguono sono semplicemente esemplificative dell’uso che del flash faccio. Ho cercato di evitare la ripubblicazione ma per alcune non ho potuto evitare, sorry.
Situazioni diverse e soggetti diversi. Tutto diverso a volte.
Mi dispiace non poter pubblicare Roberto Bolle, seccato per aria.
Ma ho un impegno col suo management.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Efrem Raimondi Photo

Inna Zobova. Wonderbra/Class mag, 2002
Negativo 4,5/6.
Sopra: Nobodys’ Perfect, Gaetano Pesce/Zerodiegno. Campagna e catalogo, 2002.
Negativo 10/12 e banco ottico.
Entrambe con una sola torcia. Una parabola beauty dish bianca nel caso della Zobova e per Nobody’s Perfect una parabola reflector da 24 cm, frostata.
Frontale dal basso… una luce considerata irreale e generalmente sconsigliata per la sua violenza. Le ombre fanno parte integrante del pacchetto, quindi…

Efrem Raimondi Photo

Ermanno Olmi. Panorama mag, 2008.
Il ring è un discorso particolare…  Considerata erroneamente una luce piatta.
È vero che non crea ombre sul primo piano essendo solidale con l’obiettivo – si può anche disassare volendo e il discorso cambia – ma ha una caduta di luce piuttosto rapida, soprattutto se usato a una potenza non eccessiva. Nel qual caso si ha una ricchezza del dettaglio illuminato che il degrado omogeneo della luce permette di staccare ulteriormente.
Quando sono così vicino preferisco di gran lunga un piccolo Sunpak DX12 a qualsiasi ring da studio: troppo potenti per me, e troppo grande il diametro.
Digitale medio formato.

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Philippe Starck. INTERNI mag, 1996.
Due torce, due generatori. Per un totale di 2.600 W. Non molta roba. A volte è preferibile sdoppiare anziché usare un solo punto luce di pari potenza. Questo se si vuole mantenere costante la battuta di luce su un piano orizzontale esteso. Due bank 50/50 cm, frontali leggermente divergenti, a c.ca tre metri d’altezza e inclinati di 45°, sempre circa. Altezza, angolo di battuta e distanza sono inversamente proporzionali alla lunghezza delle ombre. Che vanno sempre controllate.
Negativo 6/7.

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Joe Strummer. GQ Italia mag, 1999.
Torcia sempre alta, frontale, con un bank Chimera Medium 90/120 cm e diffusore intermedio, per ammorbidire e abbassare il contrasto della t-shirt bianca. Senza l’intermedio credo non avremmo visto neanche quel poco di jeans nero, perché il diaframma lo dettava inevitabilmente il bianco.
A margine: non avevamo una stylist.
Negativo 6/7.

Efrem Raimondi Photo

Renato Dulbecco. Capital mag, 1997.
Questo è l’errore di cui parlavo. Cioè nessun errore. Se vuoi bruciare, brucia! Qui le componenti sono diverse: la torcia molto dal basso e quasi addosso frontale, una parabola reflector da 20 cm frostata con del semplice lucido da disegno, un diaframma moderatamente aperto con però un tubo di prolunga piuttosto spinto montato sul normale  – un 105 nel caso di questo formato – per cercare il dettaglio sull’occhio, e il resto sia quel che sia. Il contrasto è assicurato. C’è da dire che mentre pensavo a Dulbecco mi veniva in mente Uova fatali di Bulgakov…
Negativo 6/7.

Monica Bellucci by Efrem Raimondi

Monica Bellucci, GQ Italia mag, 1999.
L’esatto contrario di Dulbecco: tutto molto morbido. A partire da un make up leggerissimo, praticamente un grooming. Torcia alta e frontale, bank generoso nella misura.
Questa è una slide… che richiedeva un controllo più attento. In epoca pre digitale era molto semplice vedere che luce era stata usata: bastava guardare il riflesso negli occhi.
Banco ottico, slide 10/12.

Efrem Raimondi Photo

Antonio Marras. Stern mag, 2003.
Una torcia, con un piccolo bank da 40/55 cm, il tutto su una giraffa a un paio di metri  abbondanti d’altezza. A pioggia, solo leggermente spostata verso di me e decentrata a destra. Una pioggia nel vento, diciamo… Più un disco riflettente Lastolite bianco, basso a sinistra che ha aiutato a segnare il lato non esposto.
Negativo 4,5/6.

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Don Andrea Gallo. Così in terra, come in cielo – copertina, Mondadori, 2009.
Menefreghismo controllato: flash della fotocamera più ring Sunpak DX12 a un quarto di potenza… leggero leggero insomma, ma in grado di allargare un po’ il raggio del primo, soprattutto tenendo conto che l’ottica è un grandangolo.
Digitale medio formato.

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Dario Argento. Vanity Fair mag, 2003.
Flash incorporato nella compatta analogica, posto a sinistra. Che però faceva anche scattare un Broncolor da 3.200 W tenuto al minimo, montante un bank Octa argentato da 150 cm. Leggermente sfalsati tra loro, questo il motivo dell’ombra di riporto, attenuata, e della vignettatura, accentuata anche dal 28 mm della Ricoh GR1s. Il rapporto tra tipologia di flash e lunghezza focale dell’ottica è da considerare: un grandangolo segna maggiormente la traccia della luce.
Negativo 35 mm.

Efrem Raimondi Photo

Vasco Rossi. V-ide Eyewear campagna, 2009.
L’esterno notte si presta particolarmente per segnare la traccia della luce flash. E il buio diventa davvero celiniano: un nero pieno e profondo. Nessuna altra luce ti può assecondare così. Soprattutto se sei in grado di sdoppiarti: la fotocamera da una parte, il flash da un’altra. 3.200 watt letteralmente fiondati da una parabola diametro 34 per una lunghezza di quasi 40 cm, come fosse un cannone. Nell’immagine di sinistra con l’aggiunta di una griglia a nido d’ape per concentrare ulteriormente.
Questa immagine è presente nel libro TABULARASA, edito da Mondadori.
Digitale medio formato.

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Jmmy Choo. Vogue Pelle mag, 2005.
Per questa double il discorso è doppio trattandosi di due riprese diverse. Entrambe con una torcia e un bank small da 60/80 cm, in orizzontale in modo da seguire il formato.
La prima, quella che ha dettato il diaframma è quella sotto. Per l’altra non ho fatto altro che  ruotare leggermente verso l’alto la torcia. Mantenendo lo stesso diaframma.
Negativo 4,5/6.

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Gulliver mag, 2004.
Due torce con bank da 90/120. Piazzate alte, direzionate quasi parallelamente al pavimento. Ognuna a occuparsi della propria aerea. Ma i generatori scattavano entrambi indipendentemente dal fatto che mi occupassi del lato sinistro o destro dello spazio. Perché anche questi sono due fotogrammi distinti. Tenendo il tutto ben alto, il fatto di mantenere un quasi parallelismo col pavimento ha consentito di equilibrare in buona parte il diaframma tra le prime file e le ultime. Lasciando che cadesse a un certo punto, cioè a una trentina di metri… forse più.
Negativo 4,5/6.

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INTERNI mag, 2014.
Una torcia, una parabola reflector frostata. E un generatore da 1.200 W. Dall’alto il giusto per segnare solo ciò che serviva. La luce pilota in questi casi è molto confortante: assicuro che non si vedeva niente.
Digitale full frame.

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Campeggi catalogo, 2007.
Congelare il movimento. Una sola torcia con un bank small 60/80. Alta e quasi sopra  Sneaker, by Giovanni Levanti. Più una sfilza di polistirolo bianco a tagliare l’intero fotogramma per aprire di quasi due stop la base del pezzo. Il punto sta nel trovare l’equilibrio tra la potenza necessaria per un diaframma utile e il tempo di otturazione, che influisce ovviamente molto sul livello di congelamento del movimento. Un otturatore centrale aiuta. Ma oggi, col digitale, è comunque molto più agevole.
Banco ottico, negativo 10/12.

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Filippo Magnini. First mag, 2008.
Beauty dish, silver, senza cupolotto centrale: secca, secchissima e fredda. Ideale per ritratti non troppo ravvicinati… non è un ring ma spezza i pori. E acceca abbastanza il malcapitato.
Digitale medio formato.

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Gatto a Cap Ferrat. Work, 2002.
Appena posso un gatto ce lo infilo… li adoro. Compatta con flash decentrato a sinistra. Ma se usata in vericale diventa coassiale con l’ottica. E via ombre laterali.
Qui usata in program… non capisco perché dovrei sforzarmi quando c’è chi è in grado di assolvere le incombenze: se hai fretta, non hai tempo, sei per strada, di notte… ma tiralo fuori tu l’esposimetro! A margine, a questo gatto ho salvato la vita. Almeno nella circostanza. E lui mi ha fatto un dono grande: questa immagine.
Negativo 35 mm, Ricoh GR1s.

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Work, 2014.
Con un flash dedicato direttamente sulla slitta della fotocamera. E diffusore circolare in plastica, quelli da venti euro. Che serve eccome! Soprattutto se si vuole lavorare in condizioni naturalmente già contrastate: la cosa importante è avere un file con un istogramma ricco di informazioni. Poi se ne parla.
Digitale full frame.

Efrem Raimondi Photo

Fiori. Work, 2012.
Flash incorporato più una torcia dal basso con una parabola frostata.
I puristi potrebbero obiettare che c’è un miscuglio di ombre.
Bene. È esattamente quello che volevo.
In generale, usiamo la luce che abbiamo per come ci aggrada. Basta sapere cosa diavolo si sta facendo.
Digitale medio formato.
Questi fiori sono anche un omaggio visivo a chi da queste parti passa.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Donne, bambole e cowboy.

Nel 2007 feci queste immagini per il catalogo Campeggi, 2008, curato da Italo Lupi.
È di design che sto parlando.
Nello specifico, di un design molto particolare, ludico e colto direi.
Presi Camilla in braccio e la portai in studio.
Il problema si pose dopo, a catalogo stampato e distribuito: queste immagini, questa bambola, creavano un po’ di inquietudine.
Ma soprattutto c’era ‘sta domanda che girava: cosa rappresenta questa bambola?
Allora scrissi un paio di paginette. Che consegnai all’azienda.
Uno shock. Giuro.
Sono ancora conservate e ogni tanto capita di riparlarne.
E le immagini sono ancora in catalogo.
Pubblico il testo stralciato della parte meno pertinente.
Solo la mia giustificazione quindi. Già.

… Quando si parla di design bisogna stare molto attenti a non equivocare: i numeri sì, decretano il successo o meno di un prodotto, ma non sono sostitutivi della sua storia.
Più in generale, il successo non sostituisce nulla. È solo un racconto parziale.
Che non m’interessa. Né mi riguarda… io faccio altro.
A ognuno il suo. E a me il mio.
L’origine del mio racconto per il brand Campeggi è riconducibile a un’immagine precisa, del 1993: Poppy, divanetto per bambini.

Per me è la madre di tutte le successive. Anche di quelle apparentemente più estranee.
Sicuramente di quelle con Camilla, bambola antropomorfa che sembra imbarazzi.
Le posture di Camilla non sono poi tanto diverse da quelle dei bambini di Poppy. 
E se visti da analoga distanza, bambola e bambini, si può equivocare sull’autenticità antropologica.
La differenza vera la facciamo noi. E le nostre proiezioni.
Che sui bambini sono, normalmente, regolate dal grado di parentela (ogni scarrafone è bello a mamma soja)… nel caso di una bambola, chi può dire?
Considerato il giocattolo più antico dell’umanità, ne ha viste di strane storie e loschi figuri… ne ha incontrati di umani che l’hanno cullata e torturata, vestita e denudata, imboccata e picchiata… coccolata e abbandonata.
Quasi per decreto, gli umani in questione sono bambine: le vere deputate al rapporto.
E questo per via di un malinteso che ha a che fare con l’iniziazione alla maternità.
Ma è una balla colossale, un alibi per celare l’esercizio di un dominio e l’educazione alla trasgressione. Che poi così, la donna-bambola si consegnerà a noi maschiotti, magari con l’aria timida timida, ma con una consapevolezza che se la cogliessimo ci metterebbe i brividi.
Tutto ciò avviene tra le mura domestiche.
Con un padre che ignora e una madre invece cosciente. Perché ci è passata prima.

Ma appunto, a noi maschietti è interdetta l’iniziazione e mentre siam lì a giocare ai cowboy, le bambine si autoeducano.
Noi siam tosti… noi bypassiamo la bambola e arriviamo dritti alla donna: perché perdere tempo?
Solo che la donna che abbiamo davanti la trattiamo come una bambola.
Perché non c’è niente da fare, a noi manca un passaggio. E il più delle volte l’iniziazione la facciamo più avanti attraverso la variegata iconografia erotica o, i più fortunati, grazie a una donna, che qualsiasi età abbia, è certamente più consapevole e dotta.
Camilla è tutto questo.
Compagna di gioco in Sneaker. Per i fatti propri nelle altre immagini.
Con la sua autonomia e il suo sguardo. Con la sua anima… quella che ognuno di noi riflette in una sorta di transfert, questa volta maschile. Quasi esclusivamente maschile, perché il piccolo sondaggio che è stato fatto, fotografie alla mano, dice che le donne sorridono, e i maschi si alterano. 
Le fanciulle hanno già dato, e se proprio ci devono tornare sopra, lo fanno su scala diversa col bambolotto di turno.
Ciò detto, si può anche pensare che sia una masturbazione mentale. E che l’unica anima che vale sia la nostra.
Che a ben pensarci le donne, in fondo, l’hanno acquisita da poco,
gli animali non ancora, figurarsi gli oggetti!
E che quindi, queste immagini, siano solo funzionali allo scopo, bambola o no.
Sperando che lo siano.

Milano, ottobre 2008.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.


© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Camilla, bambola in porcellana, prodotta dalla Götz.

Le immagini:
Poppy, design Ufficio Stile Campeggi.
Sneaker, design Giovanni Levanti.
Conetto, design Giovanni Levanti.
Xito, design Giovanni Levanti.
Q.letto, design Denis Santachiara.
Ercolino, design Giulio Manzoni.

Fotocamera, Toyo 45G con Rodenstock 180 mm.
Flash, Profoto.
Film, Kodak 160 VC.
Per i particolari, Ricoh GR Digital + flash incorporato + Profoto.