INVISIBILE

Invisibile.
La fotografia che m’interessa.
Qui la mia.
Ma anche quella di altri. Che un comune denominatore esiste.
Questo slideshow è una sintesi estrema di un percorso che ho iniziato da bambino.
E che solo a un certo punto è diventato visibile. Più o meno trentacinque anni fa.
Una selezione random per un tempo sostenibile: 3:10.
Quasi random…
Tolte quelle tre o quattro immagini, per il resto sono andato a pescare qui e là, trasversalmente con molta leggerezza. E tranquillità.
Non troppo pensata, altrimenti mi sarebbe stato impossibile.
Ma filologica sì.
È uno strumento. Che mi serve per presentare le lectio.
Non una mostra – dove mi irriterebbe persino il battito delle ciglia presenti – quindi la traccia musicale è funzionale. No te gusta? Press OFF.

Un aperitivo, proprio quando stai ancora cercando dove sederti.
Come dei flash.
Spero che dovunque ti trovi, ti fermi e guardi.
Uno slideshow che dia il senso di ciò che si vedrà a breve.
Tutte le parole del mondo vengono dopo. Molto dopo.
Chiaro?

Don’t stay…

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Grande Fotografo: quando…

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QUANDO PUOI DIRE DI ESSERE UN GRANDE FOTOGRAFO:

1 – Quando Arduina Sollazzo Postimpiedi di Tollacroce dichiara pubblicamente che sei il suo preferito…

2 – Quando sei sempre, ma proprio sempre: from esotic site; from Los Angeles –
New  York, Paris, Milan, London… NO Dublin, NO Lisboa, NO Damasco.
Ma soprattutto NO Vimercate…

3 – Quando entrando in un locale glam le porte si spalancano da sole, come per induzione…

4 – Quando cammini, e dietro, uno sciame di valchirie newtoniane a perdita d’occhio.
Tu ti volti, e come Mosè si spalanca il mare…

5 – Quando alla tua assistente, molto graziosa, cade un Rodenstock. E lei si suicida…

5 bis – Quando scopri che l’altra assistente, sopravvissuta inspiegabilmente alla caduta di uno Schneider, ha tatuato il tuo nome sull’inguine…

6 – Quando aprendo la finestra della tua camera d’albergo NON ti trovi nel bel mezzo dello svincolo autostradale di Mestre…

7 – Quando a Cortina, baita contessa Alabarda Marie-Astrid de Béchamel, la polentata non può iniziare senza di te…

8 – Quando la rivista fotografica trendy – todo trendy en su vida – pubblica anche l’ultimo tuo mirabile lavoro sull’acne di Mary, sedicenne del Wyoming: 10 pagine + la cover…

9 – Quando Adalberto, ultimogenito di Arduina Sollazzo eccetera, mentre lo stai ritraendo per il suo diciottesimo, si sente svenire dall’emozione. E sviene…

10 – Quando non ti passa neanche per l’anticamera del cervello di scrivere una roba così.

Ora, salvo le cadute del Rodenstock e dello Schneider – R.I.P. – tutto sembrerebbe non c’entrare nulla con la fotografia.
Che com’è noto è finalmente democratica e mai come oggi splendente…
Sembrerebbe.

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God save the Queen
The fascist regime
They made you a moron
A potential H bomb.
God save the Queen […] 
Sex Pistols, 1977

 

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iDyssey – Stefano De Luigi


Che cos’è la condivisione?
Accettare senza alcuna remora e distinguo un soggetto che è altro, e rendere pubblico questo tuo stato.
Quando è giusta?
Quando sai che il patrimonio espressivo in questione ti riguarda.
Non è importante che il linguaggio coincida, ognuno ha il proprio.
Ciò che conta è il patrimonio. In qualche modo la matrice.
E questa sì, è un differenziale.

Conosco Stefano De Luigi da quando entrambi eravamo in Contrasto.
Lo stimo molto. Per il suo lavoro e per la persona che è.
Eppure non ci siamo visti tantissime volte. La matrice, appunto.
Nel suo lavoro io riconosco qualcosa che appartiene anche a me.
E voglio condividerlo.
Cominciando con un suo video, parte integrante di questo percorso, iDyssey, e prodotto dal New Yorker… tutto iPhone.

Stefano De Luigi - Efrem Raimondi Blog

iDyssey, sarà in mostra a Parigi il 30 ottobre.
Questo il link con tutte le informazioni, per chi, a sua volta, voglia condividerlo e sostenerlo.

Stefano De Luigi - Efrem Raimondi Blog

Vero… noi fotografi siamo individualisti. Ma non ciechi.

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Aggiornamento – FRAMED, LA CORNICE

Efrem Raimondi iPhonephotography.

Ho detto che l’avrei fatto e quindi questo è l’aggiornamento, molto leggero, al post che precede, cioè questo: http://blog.efremraimondi.it/fotografia-europea-2014/
Ieri mattina, poco prima di partire per Reggio Emilia, apro FB e vedo la fotografia qui sotto… una porzione della mostra FRAMED.
E momenti svengo: la mia, lassù nell’angolo a destra, non è ciò che avevo mandato… ne manca oltre metà! 10247378_10152215809173778_8769357830500581787_n
E da orizzontale che era, me la ritrovo verticale che è.
Ergo, non è più la mia.
Ergo, momenti svengo: m’incazzo quando alcune riviste tagliano immotivatamente, figuriamoci una mostra! Inaspettato e mai successo…
Per prima cosa vado a controllare cosa davvero ho inviato, mica di aver sbagliato… perché in effetti avevo fatto anche una verticale.
No no no! Ho mandato quella giusta.
Scrivo a Chico De Luigi. Mi risponde. Lo chiamo e ci chiariamo.
Al volo stampo e parto. A me basta chiarirsi.
Che poi, proprio una mostra con tema la cornice… che è vero che segna un limite, ma mica lo inventa arbitrariamente!
E per le riviste non si adducano motivi di impaginazione, perché è una balla… se taglio
dev’essere, non può snaturare il senso dell’immagine. Io taglio in macchina e quindi si tratta sempre di formati compatibilissimi con la stragrande maggioranza delle gabbie grafiche: qualsiasi immagine è impaginabile.
Capisco perfettamente com’è andata una volta che arrivo: le opere sono tutte contrassegnate con un numero… da 1 a 61.
La mia è la 17. Fine di qualsiasi querelle.
Ci sono evidentemente condizioni che vanno oltre la volontà.
Non sono particolarmente superstizioso, non almeno in modo convenzionale… devo però prendere atto della coincidenza.
Che poi, una volta che Chico ha rimesso le cose a posto – come da documentazione qui annessa – la fotografia in questione non ne voleva sapere di stare diritta. Come a ribadire. E infatti è storta. Almeno fino a ieri lo era.

Efrem Raimondi iPhonephotography.Efrem Raimondi iPhonephotography.

La mostra è però molto interessante. Anche lei in modo poco convenzionale: va vista come fosse un tutt’uno.
Un unico blocco esposto. Con un suo movimento compatto.
Non ha alcuna importanza chi ha fatto cosa: è l’impatto visivo dell’insieme.
A me non è neanche quasi venuto in mente di avvicinarmi.
E non ho provato curiosità alcuna nell’andare a scoprire a quale autore corrispondesse il numero espositivo.

Efrem Raimondi iPhonephotography.Perciò mi vien da dire che in realtà questa, proprio presa così, è un’opera di Chico De Luigi. Nel vero senso della parola.
Non è una collettiva se non accidentalmente, se non per necessità logica.
Ma artisticamente appartiene a Chico.

Efrem Raimondi iPhonephotography.

Per ciò che riguarda il resto del ricco programma, suggerisco di andarci non nel weekend, se è possibile, se no ci si prepari a delle code:
http://www.fotografiaeuropea.it/
Ultima cosa, non andavo a Reggio Emilia da un secolo: è veramente bella.

Efrem Raimondi iPhonephotography. CHIOSTRI DI SAN PIETRO

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Questo il report di Chico De Luigi:
http://www.chicodeluigi.it/home/2014/05/03/3-mag-5/

Fotografia Europea 014 – FRAMED – La Cornice

LA CORNICE


Fotografia Europea 2014…
Premessa.
Chico De Luigi è un pazzo meraviglioso. Infatti lucidissimo.
Nel contesto di Fotografia Europea 014 – Reggio Emilia, ha concepito FRAMED, mostra collettiva di 61 autori.
Il soggetto, LA CORNICE.
Nell’invito che mi ha mandato leggo il testo di Marco Zauli, che apre così La cornice è una corona che consacra, eleva di rango una fotografia e quello che rappresenta, impone una genuflessione dello sguardo, deferenza dovuta a qualcosa che si riconosce valere (essere) più in alto del resto.
Chissà, può essere… non sono certo che mi riguardi. Però ci provo.
Poi altre riflessioni sul rapporto cornice – fotografia.
A me l’architettura della mostra piace, e il tema della cornice l’ho già affrontato. Diversamente, e tanto tempo fa.
Nello specifico attuale c’è un fatto che mi incuriosisce molto, ed è il motivo per cui aderisco senza pensarci un secondo più del dovuto: i 61 mandano una fotografia, ma la cornice la sceglie FRAMED.
Come chiedermi di andare nudo allo stadio. In un derby.
Però voglio vedere l’effetto che fa.
Quindi realizzo la fotografia che pubblico in testa, e la invio. Nuda.
La realizzo per questa occasione specifica, non rovistando nei cassetti. Che qualcosa a ben cercare c’è sempre, ma per me non è la stessa cosa. Almeno in questo caso.
Sabato 2 maggio vado a Reggio Emilia, e un minimo di report su questa mostra lo faccio. Magari.

foto europea

Quello della cornice è un lavoro duro.
Oltre a essere un tema forte della filosofia dell’immagine, perché raffigurazione di un limite evidente. Sia di qua dell’opera, che di là, dove c’è tutto il resto.
Non mi frega niente dire di come son fatte, è il concetto di cornice la vera questione. Anche se, vero, l’idea che ognuno si fa influenza la scelta dell’oggetto che si usa intorno all’opera. E che la segna, la definisce appesa nello spazio che le è stato deputato.
Parlo di cornici, non di supporti modello sandwich: fotografia schienata a un compensato del cazzo e faccia contro un vetro che le toglie quasi tutto l’ossigeno… ma quel niente che resta, perché qualcosa resta, le omaggia umidità e muffa, compressa com’è da delle mollette d’acciaio.
E vedi che fine fa la tua bella fine art…
Tanto valeva stamparla al minilab sottocasa.
Comunque ‘sto sandwich a giorno non segna niente, non è una cornice, quindi non c’è motivo per parlarne.
La cornice invece sottolinea un confine tra l’opera, che è comunque un’astrazione, e il reale circostante, qualunque esso sia.
Questo in sintesi è il suo scopo, quello di creare una discontinuità evidente.
Paolo Ulian e io facemmo una cornice impalpabile, per la Association Jaqueline Vodoz et Bruno Danese, oggi Fondazione Vodoz Danese. Nell’ambito della mostra Intorno alla fotografia. 37 cornici per 37 fotografi, esposta nel 1998 a Milano e a Parigi.
E poi itinerante.

072

Per meglio dire, Paolo Ulian fece la cornice, io la fotografia.
Il risultato è un’opera a sé stante.
Da prendere nel suo insieme precario e matematico. Binomio assolutamente possibile.
E che allora presentammo così …Col nostro sguardo che un po’ declina gli ammiccamenti e le certezze dell’alta definizione, funamboli lungo un’impalpabile diagonale di luce, ci piace davvero proiettare quest’ombra, questa recinzione inesistente eppure visibile. Si allunga, si deforma, palpita in una sorta di rapporto omologico col rettangolo fotografico, assumendo di volta in volta forma diversa ma mai casuale, sempre rispondente ad una precisa logica matematica. Una cornice dinamica dai contorni liberi, instabile per propria natura. Impegnata in una continua dialettica col circostante è unica o molteplice, piena o soffusa. Precaria la sua stessa esistenza: appesa com’è a un filo elettrico basta davvero poco… staccare la spina… ed è finita.
Questo è l’unico concettuale che sposo. Perché ha forma.
Per chi si regola con le arti visive, una condizione imprescindibile.
Se no fai altro. Anche l’intellettuale se ci riesci.
O la performer balcanica. Col mondo per cornice.

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Viaggio al termine della notte – Seconda eccezione

Questa la seconda eccezione.
Che a differenza della prima, Una storia d’amore
http://blog.efremraimondi.it/una-storia-damore-prima-eccezione/
ha molto a che fare con la fotografia.
Perché Viaggio al termine della notte è totalmente un’opera visionaria. E allucinata.
Un viaggio attraverso la notte dell’uomo, la più idiota specie che calpesta il pianeta, ma anche attraverso la notte in quanto tale.
Che è un tempo straordinario iconograficamente.
La luce è altra, che la trovi o ce la metti. E a breve ne riparleremo.
Céline la luce ce l’ha messa. Ed è una luce senza mediazione.
E senza postproduzione.
E c’è un altro motivo per cui questo viaggio è fondamentale per chi fotografa: il linguaggio. La sua assoluta centralità.
Che diventa l’identità narrativa di una autoreferenzialità potente e rigorosa.
Le vicissitudini di questo capolavoro sono già di per sé motivo di narrazione, ma al momento chi se ne frega.
Quello di cui invece ci dovrebbe fregare da subito, è che Céline firmò un contratto capestro alla sola condizione che non venisse cambiata neanche una virgola, nemmeno una sillaba del suo romanzo.
Al centro la sua visione, il resto, tutto il resto, viene dopo.
Un inno anti omologazione. Imprescindibile. A costo di morire.
Éditions Denoël il primo editore, 1932. Poi subentrò Gallimard.
Ho una venerazione per il Voyage
Mi ha dato tantissimo. Ed è come una Bibbia per alcuni percorsi notturni che ho affrontato, fotocamera in mano.
Un giorno di un po’ d’anni fa, entro nella piccola biblioteca di Saint Jean Cap Ferrat, con tanto di tessera, un vezzo che avevo quando leggevo, e vedo il Voyage in edizione illustrata. Di cui ne sapevo nulla. L’ho appena sfogliato e sono andato all’istante a Nizza, in una libreria che amavo, la storica Jean Jaurès. E l’ho preso. Non potevo non averlo.
Io amo le librerie… passerei ore anche fermo a guardare il vuoto, mi basta l’odore.
Che mi serve. Che mi restituisce ciò che certi editori, certi strateghi del marketing e anche certe redazioni mi tolgono.
Sempre Gallimard, illustrato da Jacques Tardi. Splendidamente.
Non sempre funziona, ma in questo caso sì.
Perché Tardi ha sentito e tradotto l’urgenza espressiva di un linguaggio fatto di immagini. Senza mediazione.
Linguaggio puro, quello che alcuni celebrano solo se celebrato.
Come una vecchia campagna della Y10, Lancia/Fiat autovetture: piace alla gente che piace.
Céline invece non piace. Lo ami. O no.
Ma di cosa parli? Non sai neanche che esiste.
Io sì.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Voyage au bout de la nuit, de Louis-Ferdinand Céline.
Jacques Tardi.
1992, Éditions Gallimard.
Illustrato, 384 pagine, rilegato, 21 x 29 cm.
€ 50/60,00. A trovarlo.

Questa invece l’edizione non illustrata

Designer…s.

Philippe Starck, Paris 1996. © Efrem Raimondi. All rights reserved.

Parte il Salone Internazionale del Mobile, a Milano dal 17 al 22 aprile. La facciata è da kermesse chic… dietro c’è un lavoro tosto.
Negli anni ho collaborato con diverse aziende del design. E ho fotografato molti designer… industrial designer per la precisione.
Dai maestri più celebrati ai giovani emergenti. In comune, tutti, hanno una grande conoscenza delle cose che fanno, e il rapporto con l’azienda è anche con la fabbrica.
Questo pragmatismo aiuta anche me… si va subito al sodo.
Sempre con flash. Questa luce così. Che non dà scampo.
Questa luce che ti libera dall’impiccio del tempo.
Un tempo altrimenti determinato da una delle coppie più stabili e inviolabili del creato. Una coppia che impari a conoscere subito e che ti dà margini limitati, se vuoi frequentarla e portarti a casa qualcosa che abbia un senso. Una coppia che c’è, che ti accompagna anche a tua insaputa. Tu e la tua cazzo di fotocamera, qualunque essa sia.
Qui no, tempo e diaframma si scindono.
E io sto meglio, perché mi occupo solo di chi ho davanti. Così è.
Tra Pilippe Starck, la prima star designer, e quest’ultimo redazionale per Interni ballano sedicianni. Cos’è cambiato? Io? Poco. Io viaggio a testa bassa. Ma se la alzo ‘sta testa un attimo… e che diamine! Il mondo è un altro! E mi scappa anche da ridere.
Tradurlo in fotografia è semplice, e il flash mi è complice.
La centralità scomposta della risata di Emmanuel Gallina è figlia della fissità punk di Starck.
Così come la distrazione di Enrico Cesana, l’andarsene di Robin Rizzini e certe imprecisioni dell’intero percorso.
Senza flash non sarebbe stato possibile. Senza le mie certezze di allora non sarei ai dubbi che certifico adesso.
La fotografia che mi affascina è sempre la stessa, e sottrae.
Sottrarre per dare spazio al gesto, al segno.
Sottrarre per uscire dalla confusa stagnazione del pensiero, dalla demagogia iconografica delle riviste allegate (chi a un gadget, chi a un quotidiano). Ma anche da un concettuale inespressivo e francamente molle.
Sottrarre per arrivare al vuoto. Ma ben piazzato in mezzo.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Fotocamera PENTAX 6/7 con 55 mm. Flash Profoto. Film AGFAPAN 100.