Fotografia sociale e beneficenza

La cosa interessante della fotografia è che mentre tu racconti ostinatamente la tua vita, tutti pensano che stai raccontando quella di altri, di chiunque o qualunque cosa ritrai.

E che tra te e un fiorellino di campo non c’è alcuna relazione.
Se non quella che ti trovavi a passare di lì.
Che tra te e il passante, tra te e Giorgio Armani, tra te e il gatto che incroci, tra te e il mare, non c’è alcuna relazione.
Che tra te e il terremoto non c’è alcuna relazione.
Come sopra: se non che ti trovavi a passare di lì.
Insomma, nella migliore delle ipotesi sei testimone della vita di altri.
Ed è meraviglioso! Uno scudo perfetto.
Camouflage iconografico che funziona perfettamente. Da secoli.
Provare per credere: tu sei quel perimetro ma sei invisibile.

Quindi: tu invisibile e rimettere al centro l’opera.
Che l’autore faccia un passo indietro. Anche due.
L’opera è tutto. Tu autore, lo strumento.
L’esatto contrario di quanto un sistema mediaticamente inquinato impone.

E non ci sono stigmate… non c’è alcuna fotografia nobile in sé.
Non c’è soggetto deputato: il come l’unico differenziale.
L’idea che esista una fotografia impegnata e un’altra in giro per campi a trastullarsi col finocchietto selvatico è una forzatura ideologica.
Che si regge su questo assioma:
La fotografia sociale è quel tipo di fotografia impegnata, di documentazione, strumento di informazione sulle problematiche relative alla società contemporanea. È un tipo di fotografia militante il cui obiettivo è di testimoniare a favore delle vittime e il cui scopo è di contribuire alla risoluzione delle principali problematiche sociali attraverso una testimonianza che possa agire in maniera diretta sull’evoluzione della mentalità umana e civile […] Si parla quindi di fotografia sociale a proposito di reportage fotografici. Ma può anche accadere che se ne parli in via del tutto eccezionale a proposito di immagini uniche e particolarmente scioccanti.

Michel Christolhomme – La fotografia sociale. 2010.

Quindi sarebbe lo shock a dare una patente di impegno a ciò che non è reportage…Questa sotto è una fotografia che ho realizzato nel 1990.
Una campagna NO PROFIT con l’agenzia Carmi e Ubertis a favore di ANFFAS.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedUn ritratto, anzi due: Alessandro e Elisabetta.
No shock. No reportage.
E adesso? È impegnata o no? È sociale o no?
La sottolineatura di genere ha una logica per un archivista o uno storico.
Non affine a un fotografo. Che fa altro.
Francamente della collocazione e delle stigmate non me ne frega niente.
Resta questa imagine.

Ne ho fatte altre a scopo benefico. NO PROFIT significa che non c’è compenso.
Nel ’93 e nel ’96 con McCann Erickson a favore di AIP.
Anche qui due ritratti a entrambi i presidenti, direttamente interessati: Paolo Ausenda e Marzio Piccinini.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedA differenza di quella ANFFAS, dove l’immagine è tutto, qui la parte copy ha un peso specifico.
Soprattutto Spero che il morbo di parkinson colpisca anche te: fummo investiti da una polemica feroce.
Ma dalla nostra avevamo il soggetto, cioè i malati.

E ancora tra altre, una a favore di PAL – Protezione Animali Legnano, 2009.
Perché non distinguo il piano dell’impegno.
Non sono specista e non riconosco alcuna supremazia.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedAvete idea di quanto terrore c’è in un fiore?
Ma se vuoi, continua pure a pensare alla tua fotografia impegnata e a come cambierà il mondo.
A me basta quella che ha cambiato me.
Parafrasando Hrabal, c’è più cielo negli occhi di un topolino che sopra le nostre teste.

UPDATE – 7 MAGGIO.
Mi sono state chieste delle informazioni a proposito dell’immagine ANFFAS, il dittico.
Sono due ritratti distinti. Che ho poi montato.
In realtà c’è una terza immagine: Andrea.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedSapevo dell’alto livello di disabilità. Sapevo che Alessandro e Elisabetta oltre a tutta una serie di grossi problemi erano anche sordomuti. Andrea anche… però si muoveva con le proprie gambe.
In compenso era cieco.
Questa era la situazione. E io dovevo ritrarli.
Ritrarli… non fare un reportage all’interno di una struttura.
Ritrarre è un altro piano della relazione.
Che prevede una comunicazione, una dialettica.
Come?

Contrariamente a qualsiasi logica optai per il banco ottico e la sua staticità, un 4×5 pollici.
Un 90 mm come ottica – equivalente a un grandangolo 28/30 formato leica… full frame in digitale.
Polaroid 55, che era un positivo – negativo.
Flash per un totale di sei/ottomila watt infilati in un grande window light, su in alto, quasi a picco.
Fondo bianco.
Il tutto fu la mia salvezza.
Perchè feci la mia inquadratura e da lì non mi mossi di un millimetro.

Cominciai con Elisabetta. Che si agitava sulla carrozzina.
Provai la luce. Mi accorsi che a ogni colpo di flash lei si tranquillizzava. Chiesi a sua madre che l’accompagnava come stava andando: Bene! Sta bene. Se così non fosse avrebbe già vomitato. Le piace la luce.
Ad ogni scatto dell’otturatore corrispondeva un leggero spostamento d’aria.
Perché ottomila watt flash muovono il diffusore in tela leggera di un window light così grande – tre metri per più di uno.
E si sente… c’è quella leggera spinta… e l’aria, leggera, si muove.
Queto è stato il mio piano di comunicazione.
Con tutti e tre.
Non so cosa ci siamo detti. Ma certamente abbiamo comunicato.
Ed è stato meraviglioso.

Un lavoro intenso. Una relazione forte, coinvolgente.
Tutti i presenti ne hanno beneficiato.
Anche un gruppo di studenti dello IED, come mi ha ricordato Claudia in un commento sotto.
Ho imparato molto. Ma dico davvero! Per esempio che il piano del linguaggio può variare.
E che l’epidermide non è semplicemente un involucro.
Per questo, anche, detesto chi la uccide in post produzione.

Questo è quanto. Ed è il tipo di contributo che preferisco sul piano della cosiddetta beneficenza.
Senza nulla togliere alle varie aste dove doni un’opera, e che indubbiamente hanno un valore, personalmente ho bisogno di un coinvolgimento diretto. Di mischiarmi con le cose e le persone.
Di uscirne realmente arricchito.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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58 thoughts on “Fotografia sociale e beneficenza

  1. e pensare che io avevo immaginato che nella foto di Andrea non si vedessero gli occhi perché Andrea è cieco e che ci fosse dietro un simbolismo (involontario?)…….

  2. Tutti applausi da ridere: nell’ultima foto non si vedono nemmeno gli occhi! Che razza di foto è? Prima di tutto dovresti imparare a usare le luci e poi parli caro Efrem. Sono membro FIAF e so quello che dico. Fotografo da più di 20 anni e una foto così la boccerei subito a un mio allievo.

  3. ciao Efrem, mi ha emozionato la tua descrizione di quel fremito di comunicazione che si è creata tra di voi durante gli scatti per ANFFAS, qualcosa di magico che traspare da queste foto che a loro volta comunicano l’irraccontabile

  4. E’ vero, può esistere un autore senz’opera (ma così cessa di essere autore!), ma non può esistere un’opera senza autore e la ‘cosa’ prodotta può non essere una ‘opera ’d’arte’ ma è comunque inevitabilmente una ‘opera d’autore’.
    Per questo ho qualche dubbio che l’opera “esisterebbe comunque anche senza la presenza dell’autore e di cui l’autore si fa solo strumento per mostrarla”, come dice Livio.
    Non si può dimenticare che nella fotografia, fatte salve le relativamente poche sperimentazioni nel campo dell’astrattismo (mi viene in mente Paolo Monti), è inevitabile la presenza del racconto, del tema, della raffigurazione o comunque la vogliamo chiamare, e quindi non è facile, e secondo me non necessario, per un fotografo prendere le distanze dal contenuto narrativo così come per l’osservatore limitarsi alla pura lettura iconografica.
    Eppure ”Io non sono un pittore, io non sono l’artista, io sono l’opera” dice Carlo Maria Mariani, che parlando di un suo lavoro aggiunge “Ho fatto l’impossibile. In questo caso, sono il quadro stesso. Mariani non esisteva”, introducendoci ad un concetto di co-autorialità o meta-autorialità dove l’autore è un mediatore tra il racconto che la sua foto inevitabilmente costruisce e l’osservatore.
    E se Mariani dice “sono il quadro stesso” ed Efrem dice “l’opera è tutto”, Warhol scombina le carte e trasferisce il valore dell’opera dal contenuto al contenente apponendo la sua firma su giornali, cover, dischi, cartoline e persino banconote che grazie al suo autografo diventano arte e quindi commercio e quindi business.
    Era già stato Duchamp a spacciare come opere “d’arte” un orinatoio, una ruota di bicicletta, uno scolabottiglie dei quali non era l’autore, ma che aveva semplicemente scelto tra una serie di oggetti comuni ed anche anestetici, poi Andy Warhol inaugura il concetto del consumo dell’arte, la quale trae il proprio significato dal solo apparire ed esige che l’artista sia un abile comunicatore della propria immagine, molto più che della propria opera: in lui, il nome e l’opera coincidono, sono la stessa cosa, l’opera si identifica nella firma del suo autore.
    E’ l’esasperazione dell’autorialità, che in realtà nasce come una forma di riconoscimento privilegiato nei confronti di qualcuno in virtù di una sua capacità a produrre ‘cose nuove, significative ed uniche’, e collegare l’opera al suo autore denuncia una necessità di soggettivazione tipica della cultura umanistica occidentale per la quale l’autore è una figura culturale simbolica che dà un ordine alla storia umana e ne sintetizza i tratti salienti. Questa tendenza è tutt’ora in atto soprattutto nell’architettura contemporanea dove la figura dell’archistar rappresenta il trionfo dell’autorialità più plateale e prepotente, della tirannia del genio solitario che realizza col suo lavoro una proiezione di sé.
    In sintesi, saltando un pò di passaggi su un argomento molto complesso, alla domanda che si pone Efrem risponderei: no, non è importante.

  5. Vorrei tanto avere un decimo della tua capacità Efrem. Guardo queste foto ANFFAS e non riesco nemmeno a provare invidia tanto sono distanti: grazie di cuore.

  6. Ho letto e riletto il tuo ultimo articolo nel tuo blog. Trovo veramente interessante quello che scrivi sia nella forma che nel contenuto. No non è polemico anzi direi piuttosto profondo e liberatorio.
    A parte la decostruzione delle classificazioni fotografiche e della loro relativa “nobiltà” di valori in cui mi trovi perfettamente in accordo, quello che mi sta facendo riflettere è questa frase “L’opera è tutto. Tu autore, lo strumento”

    Scopo dell’autore è dunque quello di mostrare l’opera, ossia la realtà di cui siamo testimoni. Opera che esisterebbe comunque anche senza la presenza dell’autore e di cui l’autore si fa solo strumento per mostrarla.

    Se da un lato è centrale il ritorno alla realtà oggettiva delle cose (l’opera esiste comunque ) dall’altro è solo grazie alla maturità ed al senso di responsabilità alla propria professione e missione dell’autore a permettere che la realtà diventi essa stessa centrale per tutti, cioè visibile e dunque diventi opera.

    L’autore deve essere cioè conscio del suo essere strumento perchè l’opera si manifesti.

    Rivedo in questo gli echi dei pensieri di Mulas sulla fotografia e sul compito del fotografo di individuare una propria realtà e se vuoi anche un rimando a quella funzione che Walter Benjamin attribuiva al narratore come colui che deve accogliere in sé l’esperienza e trasformarla in esperienza per il lettore.

    Tutto ciò è molto interessante.
    Grazie ancora.

    • sì però attenzione: l’autore è sempre soggetto. appunto, è l’autore dell’opera. che senza di lui non esisterebbe. il punto è che è solo attraverso l’opera che esiste l’autore. da qui la centralità del prodotto. perché è di questo che si deve parlare. non della giacchetta viola indossata alla prima teatrale l’altro ieri…
      ma l’opera quindi non esiste comunque.
      “la capacità di scambiare esperienze” dice lo zio walter. ed è la parte più complessa in fotografia. perché si tratta di trasformare una soggettività, un’esperienza visionaria per quel che mi riguarda,in altro che sia fruibile.
      la domanda che mi pongo è questa: ma è importante? non ho una risposta certa.
      grazie a te, livio

      • Senza l’opera non esisterebbe l’autore ma senza l’autore non potremmo mai conoscere l’opera.
        Un po come Michelangelo diceva riguardo all’opera “Essa era già li dentro il blocco di marmo. Io ho solo tolto le parti in eccesso.”
        In un mondo fotografico fatto di Ego è forse è l’umiltà il vero metro di giudizio in grado di svelarci la qualità di un autore.
        Grazie Efrem

        • l’umiltà e l’arbitrio. un condensato che potrebbe esprimere molto.
          è come ti dicevo: può esistere un autore senz’opera. e così cessa di essere autore. ma mai un’opera senza autore. l’opera è tutto perché tutto definisce.
          michelangelo era un genio che adorava il paradosso. su questo piano sapeva di bluffare. sul piano del prodotto aveva assoluta coscienza della sua potenza espressiva.

  7. Le tre foto ANFFAS sono strepitose e questo è quanto basta. Hai un livello molto alto lo sai Efrem? Ciao, Lore.

  8. Personalmente, non credo che chi è cieco e sordo ai problemi sociali lo sia di meno rispetto a una loro rappresentazione. Non credo nella fotografia sociale come denuncia, ma penso possa aiutare nella misura in cui i diretti interessati riescono ad arricchirsi reciprocamente e, di conseguenza, a trasmettere questo arricchimento. Una considerazione, la mia, che si applica alla fotografia in generale, non solo a quella cosiddetta “sociale”.

  9. “ho bisogno di un coinvolgimento diretto. Di mischiarmi con le cose e le persone.
    Di uscirne realmente arricchito.”

    si è così, ed è così che mi sono sentita quando ho fotografato le schiene

  10. Con il ritratto di Andrea riaffiorano ancora ricordi di quel set.
    E di nuovo osservo queste immagini e penso. In questo grande spazio bianco ciascuno di loro gode di una fisicità autonoma, di una connotazione, per una volta slegata, dal proprio handicap. Alessandro forte, possente, granitico, austero. Elisabetta una principessa stanca del trono su cui siede e Andrea che ci guarda leggermente sporto in avanti come sul punto di andarsene. Incredibile. Vera essenza del ritrarre, ma anche estrarre, da ciascuno di loro, l’identità . Ricordo i loro, in alcuni casi, anziani genitori, e ricordo nel mio animo di ventenne studentessa intimidita dalla situazione di aver percepito, una specie di tensione che ora so… positiva !

    • questi ritratti sono stati possibili perché le condizioni convergevano tutte in un solo, unico punto: fare fotografia. spesso ce ne dimentichiamo.
      e la tensione è quella del fare. perché, l’hai visto, vissuto, c’eri, durante il percorso si è pensato in realtà poco. le cose accadaveno. e noi eravamo lì.
      non sai quanto mi fa piacere la tua presenza qui.

  11. Pienamente d’accordo, a parte i discorsi sul web oggi , sulla condivisione delle immagini, sull’egocentrismo e protagonismo dell’autore, penso che in generale di molti autori/fotografi si apprezza prima di tutto il nome, sono i nostri miti. Ogni loro vagito è arte…. e mi domando se sia vero. Personalmente ho fatto foto che ho sentito veramente e foto per mestiere, nessuna è arte, talune mi piacciono. Possibile che le foto dei grandi fotografi siano tutte opere d’arte? Per me viene prima di tutto la foto, o l’immagine. Mi colpisce o non mi colpisce, l’autore mi è quasi indifferente, tutt’al più può essere una conferma. Poi la realtà smente…. ci sono foto famosissime, delle quali magari pochi riconoscono l’autore. La foto può continuare a vivere, l’autore no.

    • si però non è che l’autore scompare. l’autore, chiunque sia, è davvero soggetto. il punto è che il referente è l’opera. e se è davvero di un autore che si parla, è presente lungo tutto il suo percorso. l’opera non è orfana. l’autore “mediatico” spesso sì.

  12. Il caso è padrone del destino, nella nostra vita come nella fotografia che ti restituisce un’immagine solo per il fatto che “ti trovavi a passare di lì” e hai premuto un tasto.
    “L’opera è tutto. Tu autore, lo strumento”. Lo strumento per ottenere cosa? Può esistere uno strumento che non abbia alcuna finalità? Il fotografo “gioca a dadi”? Esiste una necessità nascosta e il caso è solo “ignoranza delle cause”?
    Anche una indeterminista come me queste domande se le pone…….

    • no aspetta vilma… non sostengo affatto la casualità come elemento generante. tutt’altro. la questione è riferita a chi proprio non vede la tua presenza. non è disposto a pensare – o vedere – l’autore come soggetto.
      ma il passo indietro che sostengo è necessario per rimettere al centro il prodotto. che a me sembra piuttosto appannato a favore dell’autore. di una figura di autore nella quale non mi riconosco affatto.
      e che invece il sistema arte, o mediatico che gira intorno, mette al centro quasi in sostituzione del prodotto.
      è paradossale ribaltamento dei “ruoli”. non credi?

  13. Ero nel gruppo di studenti IED che partecipavano al progetto ANFFAS. Ricordo il set, fu “toccante” e impegnativo emotivamente anche per noi che avevamo la fortuna di esserne spettatori. Grande capacità di ritrarre. Da allora seguo il tuo lavoro.

    • grazie Claudia! un vero piacere ritrovarti.
      sì, fu impegnativo, anche emotivamente. ma molto istruttivo. almeno per me. ricordo con precisione assoluta che trovai il modo di comunicare con loro attraverso i colpi del flash.
      quel grande window light appeso in alto, quasi sopra di loro, che quando partivano le torce si muoveva l’aria…
      grazie avvero.

    • sei adorabile Vanessa. quand’ero ragazzo pensavo ai massimi sistemi. non li ho dimenticati. solo che ho cominciato a pensare che il primo a dover cambiare ero io.

  14. Non ho capito nulla, non ho capito dove vuoi andare a parare, non ho capito cosa vuoi dire….
    Questo è ciò che mi hai restituito.

    Ma mi piace….
    … Terribilmente!

    • nulla è dura. se almeno fosse stato solo qualcosa avremmo potuto parlarne. ma forse avrebbe impedito quel terribilmente. quindi meglio così.
      però c’è una roba: le fotografie. se un percorso giusto esiste, è da lì che deve partire

      • Hai ragione Efrem.
        Almeno per me il percorso è sempre iniziato dalle cose che mi hanno fatto terribilmente male.
        Ciao.

  15. Da persona che lavora in questo ambito ancora una volta il tuo pensiero lo trovo condivisibile, non dici mai niente di scontato anche quando si parla di no profit. Me la sono sempre presa molto quando di una mia foto dicevano che sembrana fatta solo mentre “passavo di lì”: commento sbrigativo che vorrebbe negare la persona dietro la foto ma non ci riesce nemmeno da un punto di vista grammaticale.

  16. C è tutta una coerenza tra le tue foto , quello che scrivi, come declini entrambe le cose. Poi, Il tuo non detto , l’assenza , sia in ambito fotografico che linguistico ,sono a mio modesto parere, uno degli aspetti più forti. Chi ha la sensibilità giusta per sentire , viene sepolto da questa assenza . Chapeau encore une fois ( in francese fa più Figo )

    • eh Claudio, l’assenza è sempre un po’ pericolosa. si corre il rischio di non accorgersi della sua presenza. salvo alcuni. che colgono.
      grazie!

  17. Bello tutto considerazioni e foto..

    Quoto dalla prima all’ultima sillaba e mi piace tanto la chiusa …Avete idea di quanto terrore c’è in un fiore?
    Ma se vuoi, continua pure a pensare alla tua fotografia impegnata e a come cambierà il mondo.
    A me basta quella che ha cambiato me.

  18. Ciao, Efrem. Un bell’articolo come moltissimi tuoi. Non credo che la valenza sociale sia data dallo shock. Non credo neanche alle patenti d’impegno. Nel momento in cui pensassimo a quello, falliremo, credo, nel compito di fare un certo tipo di fotografia. Vero é che spesso vediamo esempi in cui chiaramente la motivazione é subordinata ad un interesse autoreferenziale.

    Peró credo, come nel caso delle tue campagne, che sia la fotografia a comunicarci tutto e nella sua funzione di denuncia possa svolgere la sua funzione. Anche a me stanno sullo stomaco certe dichiarazioni da fotografo impegnato, perché come disse una volta Josef Koudelka non importa quello che dici e come lo dichiari, importa quello che sei e quello che veramente fai.

    • ciao Alex. ma nemmeno io lo credo. anzi, detesto lo shock come sistema espressivo. solo che è ciò che viene detto.
      sul tema dell’autoreferenzialità bisogna intendersi: di per sé ogni autore è da lì che parte. il punto è dove arriva.
      koudelka ha ragione: importa ciò che fai. sempre. al di là di tutte le intenzioni e le dichiarazioni di principio.

  19. La fotografia della campagna ANFFASS è stupenda. Non sarà uno shock ma un pugno nello stomaco si. Quello schienale della carrozzina della ragazza è devastante: stupenda, da sola un racconto. Il reportage ha anche un perché ma hai ragione Efrem c’è chi ne può fare a meno per raccontare. Ultra pertinente la questione tra autore e opera. Bellissimo post. Ciao ragazzo

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