Fotografia a visibilità limitata

La fotografia è fatta di niente.
Quasi niente…
Ed è tutto.

Un luogo a visibilità limitata.

Un pulviscolo, un margine.
Un dettaglio rotto al quale aggrapparsi.
Un labbro.
E ti riempie gli occhi.

Se non lo vedi, non lo vedrai mai.
È tutto così semplice, la fotografia non esiste.
E questo è il motivo, l’unico, del fotografare.

INSTA 98 © Efrem Raimondi - All Rights ReservedINSTA 98, 2018 – from the series INSTARANDA

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#RANDA 213 – Ritratto a un amico.

#RANDA 213 –  Nino Saetti.
Fotografo e amico che se l’è vista davvero brutta l’anno scorso a San Siro prima di un concerto di non ricordo chi.
Lui lì a fotografare, cioè a lavorare.

Nino Fuori Modena, tutti i fan di Vasco Rossi lo conoscono così.

Un fastidio insistito. Un dolore. Cuore a pezzi.
Per fortuna era a un quarto d’ora da uno degli ospedali cardiologici migliori al mondo.
Sono andato a trovarlo. E non c’è stato bisogno di niente… ho capito che gli avrebbe fatto piacere lo ritraessi.
Io in realtà ero un po’ titubante. Perché lo vedevo provato.
Con l’iPhone, che è meno formale – non so se lo sia davvero – lui mi ha guardato così, e ho scattato.

Perché ci ho messo quasi un anno a mostrarglielo?
Non lo so.
Lo faccio qui, adesso che sta bene: #RANDA 213.

Nino, va’ che mi devi una cena.

Nino Saetti by © Efrem Raimondi - All Rights Reserved© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Stati generali fotografia + cinica latina.

Stati generali della fotografia alla luce di tutto: dell’intenzione – lodevolissima, dell’impegno, del percorso, della somma tirata.
Quest’ultima mi sembra mostri qualche lacuna.
E non è la politica della delega che può riempirle.

Perché nel leggere il Piano strategico della fotografia in Italia ci si trova di fronte, finalmente, a una vera intenzione – perfettibile, intendiamoci.
Alla volontà sincera del Ministero dei beni culturali di mettere mano al disordine.
E di produrre un reale supporto per la Fotografia di questo paese.
Anche l’intenzione di fare un REGISTRO degli autori, niente male.
Anzi finalmente mi viene da dire. E che Lorenza Bravetta declina come un registro di chi svolge la professione.

Solo che manca la copertura finanziaria da ciò che ho capito.
Solo che la delega più grande è al futuro governo – qualunque sia.
Due anni di lavoro intenso e ci troviamo di fronte a una wishlist…
Questo il rammarico.

In Brasile, al tavolo di una discussione a fronte di un progetto concreto, accade che il tuo interlocutore passa un tempo spropositato a tesserne le lodi, i benefici…
E la meraviglia che è.

Concludendo però, spesso, con una parola.
Una sola, tombale: infelizmente…

In italiano è come i desiderata…

In latino, lingua precisa, e soprattutto spesso meravigliosamente cinica, suonerebbe così se è di fotografia che si parla: Lens sana in corpore horrido.

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Fotografia sociale e beneficenza

La cosa interessante della fotografia è che mentre tu racconti ostinatamente la tua vita, tutti pensano che stai raccontando quella di altri, di chiunque o qualunque cosa ritrai.

E che tra te e un fiorellino di campo non c’è alcuna relazione.
Se non quella che ti trovavi a passare di lì.
Che tra te e il passante, tra te e Giorgio Armani, tra te e il gatto che incroci, tra te e il mare, non c’è alcuna relazione.
Che tra te e il terremoto non c’è alcuna relazione.
Come sopra: se non che ti trovavi a passare di lì.
Insomma, nella migliore delle ipotesi sei testimone della vita di altri.
Ed è meraviglioso! Uno scudo perfetto.
Camouflage iconografico che funziona perfettamente. Da secoli.
Provare per credere: tu sei quel perimetro ma sei invisibile.

Quindi: tu invisibile e rimettere al centro l’opera.
Che l’autore faccia un passo indietro. Anche due.
L’opera è tutto. Tu autore, lo strumento.
L’esatto contrario di quanto un sistema mediaticamente inquinato impone.

E non ci sono stigmate… non c’è alcuna fotografia nobile in sé.
Non c’è soggetto deputato: il come l’unico differenziale.
L’idea che esista una fotografia impegnata e un’altra in giro per campi a trastullarsi col finocchietto selvatico è una forzatura ideologica.
Che si regge su questo assioma:
La fotografia sociale è quel tipo di fotografia impegnata, di documentazione, strumento di informazione sulle problematiche relative alla società contemporanea. È un tipo di fotografia militante il cui obiettivo è di testimoniare a favore delle vittime e il cui scopo è di contribuire alla risoluzione delle principali problematiche sociali attraverso una testimonianza che possa agire in maniera diretta sull’evoluzione della mentalità umana e civile […] Si parla quindi di fotografia sociale a proposito di reportage fotografici. Ma può anche accadere che se ne parli in via del tutto eccezionale a proposito di immagini uniche e particolarmente scioccanti.

Michel Christolhomme – La fotografia sociale. 2010.

Quindi sarebbe lo shock a dare una patente di impegno a ciò che non è reportage…Questa sotto è una fotografia che ho realizzato nel 1990.
Una campagna NO PROFIT con l’agenzia Carmi e Ubertis a favore di ANFFAS.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedUn ritratto, anzi due: Alessandro e Elisabetta.
No shock. No reportage.
E adesso? È impegnata o no? È sociale o no?
La sottolineatura di genere ha una logica per un archivista o uno storico.
Non affine a un fotografo. Che fa altro.
Francamente della collocazione e delle stigmate non me ne frega niente.
Resta questa imagine.

Ne ho fatte altre a scopo benefico. NO PROFIT significa che non c’è compenso.
Nel ’93 e nel ’96 con McCann Erickson a favore di AIP.
Anche qui due ritratti a entrambi i presidenti, direttamente interessati: Paolo Ausenda e Marzio Piccinini.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedA differenza di quella ANFFAS, dove l’immagine è tutto, qui la parte copy ha un peso specifico.
Soprattutto Spero che il morbo di parkinson colpisca anche te: fummo investiti da una polemica feroce.
Ma dalla nostra avevamo il soggetto, cioè i malati.

E ancora tra altre, una a favore di PAL – Protezione Animali Legnano, 2009.
Perché non distinguo il piano dell’impegno.
Non sono specista e non riconosco alcuna supremazia.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedAvete idea di quanto terrore c’è in un fiore?
Ma se vuoi, continua pure a pensare alla tua fotografia impegnata e a come cambierà il mondo.
A me basta quella che ha cambiato me.
Parafrasando Hrabal, c’è più cielo negli occhi di un topolino che sopra le nostre teste.

UPDATE – 7 MAGGIO.
Mi sono state chieste delle informazioni a proposito dell’immagine ANFFAS, il dittico.
Sono due ritratti distinti. Che ho poi montato.
In realtà c’è una terza immagine: Andrea.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedSapevo dell’alto livello di disabilità. Sapevo che Alessandro e Elisabetta oltre a tutta una serie di grossi problemi erano anche sordomuti. Andrea anche… però si muoveva con le proprie gambe.
In compenso era cieco.
Questa era la situazione. E io dovevo ritrarli.
Ritrarli… non fare un reportage all’interno di una struttura.
Ritrarre è un altro piano della relazione.
Che prevede una comunicazione, una dialettica.
Come?

Contrariamente a qualsiasi logica optai per il banco ottico e la sua staticità, un 4×5 pollici.
Un 90 mm come ottica – equivalente a un grandangolo 28/30 formato leica… full frame in digitale.
Polaroid 55, che era un positivo – negativo.
Flash per un totale di sei/ottomila watt infilati in un grande window light, su in alto, quasi a picco.
Fondo bianco.
Il tutto fu la mia salvezza.
Perchè feci la mia inquadratura e da lì non mi mossi di un millimetro.

Cominciai con Elisabetta. Che si agitava sulla carrozzina.
Provai la luce. Mi accorsi che a ogni colpo di flash lei si tranquillizzava. Chiesi a sua madre che l’accompagnava come stava andando: Bene! Sta bene. Se così non fosse avrebbe già vomitato. Le piace la luce.
Ad ogni scatto dell’otturatore corrispondeva un leggero spostamento d’aria.
Perché ottomila watt flash muovono il diffusore in tela leggera di un window light così grande – tre metri per più di uno.
E si sente… c’è quella leggera spinta… e l’aria, leggera, si muove.
Queto è stato il mio piano di comunicazione.
Con tutti e tre.
Non so cosa ci siamo detti. Ma certamente abbiamo comunicato.
Ed è stato meraviglioso.

Un lavoro intenso. Una relazione forte, coinvolgente.
Tutti i presenti ne hanno beneficiato.
Anche un gruppo di studenti dello IED, come mi ha ricordato Claudia in un commento sotto.
Ho imparato molto. Ma dico davvero! Per esempio che il piano del linguaggio può variare.
E che l’epidermide non è semplicemente un involucro.
Per questo, anche, detesto chi la uccide in post produzione.

Questo è quanto. Ed è il tipo di contributo che preferisco sul piano della cosiddetta beneficenza.
Senza nulla togliere alle varie aste dove doni un’opera, e che indubbiamente hanno un valore, personalmente ho bisogno di un coinvolgimento diretto. Di mischiarmi con le cose e le persone.
Di uscirne realmente arricchito.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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