INVISIBILE

Invisibile.
La fotografia che m’interessa.
Qui la mia.
Ma anche quella di altri. Che un comune denominatore esiste.
Questo slideshow è una sintesi estrema di un percorso che ho iniziato da bambino.
E che solo a un certo punto è diventato visibile. Più o meno trentacinque anni fa.
Una selezione random per un tempo sostenibile: 3:10.
Quasi random…
Tolte quelle tre o quattro immagini, per il resto sono andato a pescare qui e là, trasversalmente con molta leggerezza. E tranquillità.
Non troppo pensata, altrimenti mi sarebbe stato impossibile.
Ma filologica sì.
È uno strumento. Che mi serve per presentare le lectio.
Non una mostra – dove mi irriterebbe persino il battito delle ciglia presenti – quindi la traccia musicale è funzionale. No te gusta? Press OFF.

Un aperitivo, proprio quando stai ancora cercando dove sederti.
Come dei flash.
Spero che dovunque ti trovi, ti fermi e guardi.
Uno slideshow che dia il senso di ciò che si vedrà a breve.
Tutte le parole del mondo vengono dopo. Molto dopo.
Chiaro?

Don’t stay…

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved© Efrem Raimondi – All Rights Reserved

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Notte

 

Efrem Raimondi Polaroid 1998

 

La notte è un luogo.
Non un tempo…
Uno spazio nero céliniano che spazza via tutta ‘sta massa di orpelli e fastidi diurni: ‘st’accozzaglia accumulata nei secoli e che ogni mattina si ripresenta puntuale… il fatto che qualcuno riesca a sublimarla, finendo anche per essere appeso in un museo, non lenisce lo strazio di chi appeso non ci finisce.
Après.

La notte costringe a una scala visiva diversa. Ed è una manna se fai fotografia.
Perché pulisce, sottrae.
E il suo buio avvolge anche te.
Ma per quanto possa essere pesto il buio nel quale ti trovi, c’è sempre una luce da qualche parte. E la vedi distintamente.
Così un cerino diventa Sole.
Ci si misura con un altro ordine, quello dettato dalla sproporzione tra ciò che vedi e ciò che vorresti vedere. Ma la notte ti nega.
E ne devi prendere atto: è inutile andare a rovistare nei cespugli o dietro gli angoli dei marciapiedi nel tentativo ultimo di strappare alla notte una vista che non vuole darti.
Ciò che non vedi è soggetto al pari di ciò che vedi!
Perciò ficca entrambi nel tuo rettangolo.

Alla pellicola è subito chiaro. Perché è un supporto tendenzialmente neutro che non ha alcun mandato se non quello di coaudiuvare le intenzioni di chi la maneggia.
Entro il limite chimico, e fisico, della condizione che deve registrare.
Non ha alcuno scopo messianico e non intende salvarti dalle tenebre nelle quali ti trovi.
Anzi ti implora di assecondarle. Se no dà un immediato forfait.
E tu, rimani muto.
Il digitale invece no. E ha un ego che, diciamolo, ci guarda – proprio noi – con profondo disprezzo.
Il suo mandato è congenito: dimostrarci che ci vede meglio.
E non perde occasione per sottolinearlo.
Dobbiamo rimetterlo al suo posto! Cioè quello di mero supporto.
Altrimenti, se è nella notte che pirliamo, lui tenderà a pirlare per fatti propri. A rovistare tra cespugli e angoli di marciapiedi al solo scopo di dimostrarci per l’ennesima volta che lui può arrivare ovunque.
Perché è inutile: di cosa sia la percezione, se ne fotte.
Non è una colpa, è la sua natura. Mentre la colpa, e grave, è nostra se lo lasciamo fare.
Ma noi abbiamo una percezione? O ci appiattiamo al dettato del registratore di turno?

Più la notte è avvolgente, più la luce che trovi è squarciante.
Se non la trovi, portacela tu.
Fossero anche i fari della tua auto.
Che la trovi o che la porti, la luce è soggetto più che in qualsiasi altra condizione.
Più miri la luce che c’è, più è notte.
Io me ne occupo fin dove arriva. Non un millimetro oltre.
E da lì espongo senza tentennamenti dritto in faccia.
Qualsiasi faccia la luce abbia, è solo attraverso la sua esposizione che puoi restituire la notte che stai attraversando.
E non c’è alcuna delega, alcun automatismo che possa restituire la tua percezione.
Una questione di simbiosi…
La notte ha i tuoi occhi. Chiudili.

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Efrem Raimondi - Polaroid 1998

From the series Appunti per un viaggio che non ricordo, Polaroid 1998. Available light.

Efrem Raimondi - Polaroid 1998

From the series Appunti per un viaggio che non ricordo, Polaroid 1998. Available light

Efrem Raimondi - Work, 2014

From the series Landscape2014. Full frame digital camera. Flash light

Efrem Raimondi - Work, 2013

From the series Landscape2013. Full frame digital camera. Flash light

VASCO ROSSI by Efrem Raimondi

Vasco Rossi, 2009. V-ide Eyewear adv. Medium format digital camera. Flash light
From the book TABULARASA, Mondadori 2012

Efrem Raimondi for INTERNI magazine

Rossella Rasulo, 2014. INTERNI magazine. Full frame digital camera. Flash light

Baustelle by Efrem Raimondi

Baustelle, 2010. Gioia magazine. Compact digital camera. Flash + available light

Efrem Raimondi for Playboy magazine

Laura Maggi, 2012. Playboy magazine. Medium format digital camera. Flash + available light

Efrem Raimondi iPhone Photography.

From the series InstaRanda, 2015. iPhone 4s. Available light

Efrem Raimondi iPhonephotography.

From the series InstaRanda, 2014. iPhone 4s. Available light

Efrem Raimondi iPhone Photography. 2013

From the series InstaRanda, 2013. iPhone 4s. Available light

Efrem Raimondi iPhone Photography.

From the series InstaRanda, 2015. iPhone 4s. Car lights

Efrem Raimondi-Work, 2015

From the series Landscape2015. Full frame digital camera. Available light

Efrem Raimondi iPhonephotography.

From the series InstaRanda, 2015. iPhone 4s. Available light

Efrem Raimondi iPhone Photography.

From the series InstaRanda, 2014. iPhone 4s. Available light

Efrem Raimondi- Work, 2015

From the series Landscape2015. Full frame digital camera. Available light

Randa Nero by Efrem Raimondi

From the series Gattini, 2002. 35 mm color negative film. Flash light

© Efrem Raimondi. All rights reserved

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INTERNI – L’evoluzione dell’abitudine

© Efrem Raimondi. All rights reserved.


INTERNI
compie 60 anni.
È una delle cinque, sei riviste che l’Italia realmente esporta.
C’è una buona parte di addetti alla fotografia, a vario titolo, che pare non accorgersene: sono clamorosamente distratti dal tulle.
Après.

Il tema di questo redazionale è L’evoluzione dell’abitudine.
Quando mi è stato chiesto di interpretarlo sono rimasto lì, più o meno irrigidito sul posto a guardare delle mie immagini notturne, casualmente sul monitor. Alla rinfusa. Quasi alla rinfusa…
Ero al telefono, piena mattina ma precipitato nella notte del monitor.
La notte costringe a una scala percettiva diversa.
È un luogo. Non un tempo.
Nel tempo lento, proprio dell’evoluzione, noi realizziamo distintamente solo le fratture epocali. Che è ciò che ci tocca adesso.
Il buio di questa notte senza confine è l’habitat.
E l’abitudine è un ricordo. Quindi procediamo.
Il buio non spaventa i fotografi. A parte quel poco di luce alla quale ti puoi aggrappare, e che tu vedi distintamente, puoi sempre aggiungerne.
Quindi: la notte il luogo e il flash la luce. Che meglio del flash nessuna luce può squarciare.
Poi mentre chiacchieravo al telefono con Nadia Lionello, stylist di Interni, mi viene in mente la leggenda metropolitana della autostoppista fantasma… N. 1 in America, mica cotiche.
E distintamente ho un’immagine. Un po’ surreale… onirica la definisce meglio.
Che sono queste qui.

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Era una notte buia e tempestosa quella del 3 marzo. Un lunedì.
La strada che avevo in testa si trovava verso il confine svizzero.
In completa balìa di una cascata d’acqua dal pomeriggio: improponibile… non si poteva bagnare niente. E nessuno.
Alla mia amica scrittrice Rossella Rasulo avevo chiesto di interpretare la parte dell’autostoppista. Che era perfetta. Anche per il pallore derivato da una settimana di bronchite – i fotografi sono bastardi.
Ai pezzi, che poi erano prototipi, non ho chiesto niente, solo di esserci.
Quel lavoro si doveva fare quella sera. Non c’era alternativa… era la deadline redazionale. Non ci avevo neanche pensato a un’alternativa… viaggiare senza paracadute è una condizione che mi trascino da bambino. Mi fa sentire meglio.
O tutto o niente. O dentro o fuori.
Dicono che non sia un atteggiamento professionale…
Evidentemente non lo è.
Quindi ci siamo trovati a casa mia: Rossella, suo marito Mario – che è stato prezioso – la mia assistente Giulia Diegoli.
Erano più o meno le 20,30… Laura, mia moglie, ha fatto la cosa migliore, cioè stappare una bottiglia di bollicine. Così per cominciare.
Giulia e io siamo andati a fare un sopralluogo limitrofo… non c’era alternativa esotica possibile. Nessuna frontiera nelle vicinanze. Nessuna luna.
E abbiamo trovato un sottopasso in una zona periferica, tra l’industriale da un lato e la campagna dall’altro. Sopra le nostre teste, l’autostrada.
Il posto si prestava. Ho solo dovuto convincere Giulia che non saremmo morti investiti.
Del resto passava una macchina ogni mezz’ora. E a una velocità gestibile. Insomma era potabile.
Rientrati a casa sotto il diluvio, ci siamo uniti al vino, diventato rosso, e a cibarie di primo sostentamento. Strip, gatto onnivoro, era felice degli allunghi che gli arrivavano dagli ospiti: tutti gattofili!
Tu pensa il culo…
Poi basta. Poi diluvio o no bisognava andare. E siamo andati.
Tutti tranne Strip. Che comunque se ne guardava bene.
Una strana comitiva si aggira per le strade di Lombardia e stazione sotto un ponte autostradale.
Vero, non si usa così. Sembrava un fuori programma.
Io mi sono divertito.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Il set, senza pioggia…

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Pezzi.
pg 102, Gina – sedia, design Jacopo Foggini per EDRA,
Tavolino – design Nendo per CAPPELLINI
pg 103, Zippo – divanetto ideato e prodotto da PEDRALI
pg 104, Wave – panca, design Nendo per DESALTO,
Anin – sgabello, design David Lopez per LIVING.
pg 105, Dotto – poltrona, design Ron Gilad per MOLTENI.

INTERNI mag N. 640 – Aprile 2014 – cioè adesso

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Rossella Rasulo, nel ruolo di autostoppista fantasma…
Stylist, Nadia Lionello,
Assistente fotografia, Giulia Diegoli

Fotocamera: Nikon D800 con Nikkor 24-70/2,8
Flash PROFOTO PRO-B3

INSTAGRAM

INSTA 10, marzo 2013 © Efrem Raimondi. All rights reserved.

Guardo il Web ma qui viro in una sola direzione.
I social network sono l’ambito di amplificazione di atteggiamenti individuali deteriorati che trovano finalmente traguardo sociale. E l’applauso.
Ci sono persino le claque. E neanche portate da casa… si autogenerano.
Questo riguarda tutti i social network che conosco e frequento: Facebook da un paio d’anni, Twitter dopo che Red Ronnie m’ha fatto una testa tanta in occasione della mia co-partecipazione a una puntata del suo meraviglioso Roxie Bar TV, per cui primo tweet il 13 febbraio complice Rossella Rasulo che mi ha istruito.
E adesso Instagram. Complice nessuno salvo un paio di dritte di Settimio Benedusi.
Non ho idea se ce la faccio. Sono molto franco, io non uso giri… mi sembra tutto un circo. Per fortuna gli animali siamo noi.
Almeno questo lo risparmiamo alle altre specie.
Finché si trattava del solo Facebook potevo reggere, anche perché io sono un punk di prima generazione… mi affeziono alle cose che capisco. Le altre le rifiuto. Di Twitter capisco poco, mi sembra un soliloquio. Più utile forse. Ma mi è emotivamente distante. Almeno per ora.
Instagram è invece faccenda molto seria. Non entro nel merito della menata dei diritti ecc. ecc… chi se ne frega, al momento.
Prima ero estraneo e non ci pensavo. Adesso ci penso eccome!
Perché sono un fotografo inattuale. Uno che dell’attualità non sa che farsene… non mi dice niente che io non veda. Mentre a me, in fotografia, interessa ciò che non si vede. E che per prendere forma e voce ha bisogno di me. Nel pieno delle mie facoltà.
Tante o poche che siano, purché mi riconosca.
Si dice che Instagram sia la Polaroid attuale. Non è vero.
In che cosa differisce da qualsiasi altra fotografia realizzata col cellulare? Nella sostanza in niente. Quindi anche qualsiasi altro sistema, organizzato o meno in forma social, potrebbe rivendicare l’attributo.
Instagram ha a che fare con la Polaroid solo perché è istantanea.
E usa una gabbia quadrata. Ma c’è chi si sta già lamentando.
Mentre però le pola si confrontavano con un istante dilatato e molto personale, le instagram click trovano ragione di vita nell’omologazione di un format immediatamente mediatico che ha raggiunto 100 milioni di utenze. Utenze…
In questo forse è davvero l’instant per eccellenza.
Su La Stampa.it del 28 febbraio leggo: Unisce la macchina fotografica e la camera oscura, illude ogni utente di essere il nuovo Henry Cartier-Bresson…
A parte l’illusione bressoniana e il rapporto con l’istante, che ci sarebbe da dire tanto ma non adesso, il tema della cosiddetta camera oscura è rilevante.
La serie di filtri che accompagnano l’applicazione sono ”la camera oscura”. A furia di parlare come conviene al marketing finisce che ci si crede. In realtà ‘sti filtri sono semplicemente degli applicativi di effetti. Che hanno lo scopo di rendere accattivante lo scatto originale. E qui siamo al punto.
Accattivante, cioè mediaticamente commestibile… che ammicca al gusto degli adepti. Questo ci permette di accumulare seguaci. Proprio così, seguaci.
Se questo è lo scopo nulla da dire. Se il riconoscimento mediatico è il fine, nulla da dire.
E ognuno faccia come preferisce o fervidamente crede.
In questi pochissimi giorni di praticantato mi son fatto un po’ di giri trasversali, quasi a caso, in varie bacheche… o gallery, o album, chiamatele come volete e salvo alcune immagini mi sembrava di essere finito in un fumetto, comics insomma. Sembrava di essere tornati indietro di un quinquennio, anche di più, tra saturazioni, desaturazioni, contrastoni, effettoni modello Photoshop Elements.
Roba un po’ vecchia a dire il vero… passata.
Poi ogni tanto appariva qualcosa che mi riconciliava.
Che mi ha fatto venire la voglia di esserci.
E che ha davvero a che fare con l’unica idea che ho di fotografia, che è indipendente dal mezzo che uso.
Quindi la sfida, poco remunerativa mediaticamente, mi affascina.
Non sono declinabile per Instagram.
Piaccia o meno, io Normal. Al massimo Inkwell.

Instagram Camera Oscura.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.