L’assenza

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

L’assenza è visibile. In fotografia visibilissima.
Quel qualcosa che dovrebbe essere presente. Quel qualcuno anche.
E che solo l’assenza rende soggetto.
Ne percepiamo netta la presenza proprio nell’assenza.
Un soggetto anomalo in un tempo sospeso.
Un tempo di secondo livello, ma assolutamente sovrapposto.
Questo tempo sospeso è la nostra cifra… qui miriamo, qui la nostra attenzione massima,
e nella misura del suo grado di sovrapposizione troviamo il motivo del tempo palese, a tutti adesso evidente. Adesso.
Apperò! Giuro che credo in quello che ho scritto.
Vediamo se in maniera figurata rendo l’idea… Photoshop si presta perfettamente allo scopo.
Prendiamo un’immagine, duplichiamola e sul duplicato interveniamo come ci pare sottraendo ciò che ci pare. Sovrapponiamola alla matrice: otterremo un livello altro.
Sul quale intervenire percentualmente col grado di opacità e/o riempimento che ci preme.
Ed è questo grado, in ultimo, che decide cosa sarà invisibile e in che misura.
Cosa sarà invisibile! Ma appunto c’è… sotto da qualche parte, noi sappiamo che c’è.
Photoshop può essere escamotage o strumento vero del nostro linguaggio, ma qui non c’entra.
Qui punto l’indice sul momento in cui l’immagine si crea e diventa matrice.
E in questo momento la visione e la coscienza del secondo livello fanno la differenza: quel tempo sospeso che alla fine coincide è tutto ciò che vediamo. E che di noi restituiamo.
Per questo dobbiamo averne cura.
Concetto complesso ma semplice. Se seguiamo il filo è quasi banale.

Ci sono fotografie che meglio di altre raccontano l’assenza.
E più sono semplici più sono immediate.
La semplicità è un fatto di sottrazione del resto.
Mira sempre una sola cosa: anche ciò che non si vede, è.
E contribuisce in maniera determinante all’immagine finita.
E per me, chiusa.
Nel mio caso, nella fotografia che più mi appartiene, compresa quella altrui, coincide con ciò che si mostra.
Senza sporgermi di un millimetro dal perimetro. Tutto lì dentro.
Perché riconosco quel tempo sospeso senza il quale saremmo solo forzatamente attuali.
E appena dopo, tristemente inattuali. Sperando, chissà quando, di diventare almeno ricordo.
L’attualità prevede un tempo continuo, di durata variabile entro il quale si giustifica la propria presenza.
Qui invece una fotografia che è solo presente e che trova nella sola icona il proprio motivo.
Non si misura con alcun tempo se non il proprio.
Che è solo quell’istante lì. Per sempre.
Dove tutto è un pretesto.
Nessun passato, nessun futuro. Nessuna giustificazione. Adesso e qui, e basta.
Guardare un giapponese. Guardare Araki.
Mica facile.
Ma può succedere.
Per questo ci provo.
Poi chi se ne frega.

Sedevo sulla panchina, sorridevo candidamente, non ricordavo nulla, non vedevo nulla, non udivo nulla, perché ormai ero forse già nel cuore del Paradiso terrestre. *
Bohumil Hrabal.

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* Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa, 1981- Einaudi 1991.

Segnalo inoltre Corpo, moda, immagine by Vilma Torselli per Artonweb e che in qualche modo ha stimolato il mio post:

arton

Le immagini:
– GAP Bambini magazine, 1988,
– FLOS, 1992,
– ANFFAS, no profit ADV, 1990,
– New York, MoMa PS1 Museum, Work/Arte magazine, 2005,
– Madrid, Thyssen-Bornemisza Museum, Work/Arte magazine, 2005,
– Wien, view from GALERIE BELVEDERE, Work/ Arte magazine 2004,
– Milano, Abitare magazine, 1994,
– Lombardia, iPhone Photography, Work, 2013,
– Lombardia, Lago Maggiore, iPhone Photography, Work, 2013,
– Lombardia, Lago Maggiore, iPhone Photography, Work, 2014,
– Milano, Tangenziale Ovest, iPhone Photography, Work, 2013,
– Pinzolo, iPhone Photography, Work, 2014,
– Lombardia, iPhone Photography, 2013.

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L’Uno – Ohè sun chì

L’Uno – Ué son qui

Milano che giro in tram…
Mi metto in fondo, proprio all’altezza della salita posteriore e resto lì a guardare.
In piedi, spalle a tutti, faccia al finestrino centrale e mi riempio gli occhi di dettagli di vita che diversamente non coglierei.
È un po’ come spiare…
Tu guardi ma nessuno ti presta attenzione, nessuno si accorge di te.
Il tram passa e mi protegge.
Sferraglia, accelera e curva, frena e scuote la statica.
Sa che sono lì. Sa tutto e mi culla.
Un solo pensiero, leggero. Che rimane sul tram.
E che ritrovo quando risalgo.
Se non sei mai salito sull’1, non sai nulla di Milano.
Se non hai mai ascoltato Jannacci, non puoi capire Milano.

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Ph. Paolo Jannacci

http://www.youtube.com/watch?v=Fd9-VfAecxU

 

 

 

 

L’Uno – Marzo 2013.
iPhonephotography.
Stampa inkjet su carta Fuji Satin 270 g/mq.
40×40 cm, libera e firmata sul retro.

Prima Visione, collettiva – Galleria Bel Vedere, Milano.
Questa la nona edizione.
La prima alla quale partecipo… invitato da Chiara Spat, photo editor della rivista Grazia e membro del GRIN.
COMUNICATO STAMPA.pdf

Aggiornamento 15 gennaio
É qui che mi metto…

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Troppe tette: cambia paesaggio!

Amo il paesaggio, i belvedere e i tramonti.
Foto o non foto. Cos’è che non va?
Anche le tette. Ma troppe, in foto, sembra facciano male. Per cui non ne parlo. Al momento almeno.
La fotografia è linguaggio. Uno solo. Che moduli con ciò che vedi e che intendi restituire.
E che altri non vedono. O vedono diversamente.
Non esiste un genere che sfrutti il linguaggio in modo più nobile di altri. Esisti solo tu e come vuoi raccontarti.
Il termine genere altro non è che la versione intellettuale e critica del termine specializzazione, tamarra e merceologica, per cui caduta un po’ in disgrazia come espressione. Un po’ tirata, ma è come spazzino che diventa operatore ecologico… l’escamotage di un sistema di potere che attraverso la raffinazione della parola tende a svuotarla di contenuto.
Ma rappresentano la stessa cosa, lo stesso concetto. E cioè una fotografia che si deve riconoscere nell’immediatezza della fruizione. E della divulgazione.
Una semplificazione necessaria.
La fotografia alla quale penso non è necessaria.
Non nella misura attribuita dalla cultura massmediatica contemporanea. Che arranca ma non si arrende, perché utile al mantenimento di condizioni vergognosamente privilegiate.
Tutta roba vecchia e aggrappata, anche se con sembianze giovanili.
Le immagini che eludono i confini del genere sono quelle che in sé concentrano gli elementi  di universalità che sono propri del linguaggio puro e cioè non viziato dall’armamentario di genere.
E che paradossalmente hanno maggiore riscontro tra i non addetti ai lavori. Cioè chi le immagini non le manipola per campare o per assicurarsi una posizione mediatica.
Se vedo un’immagine che mi esalta, certamente non è un’immagine di moda, non è un ritratto, non è design, non è street photography: è una fotografia. Solo una fotografia. In sé compiuta.
E non mi frega niente di dove viene collocata dal dizionario.
A maggior ragione per il paesaggio. Landscape…
Che collocazione più derisa non c’è.
Ed è strano… perché c’è molta più dignità nel fotografare una collina nell’Alessandrino che con una mano scattare una snap, mentre con l’altra ti gratti il culo a New York.
E visto che ho fatto entrambe le cose, so di che parlo.
Perché il paesaggio prevede la sua incondizionata accettazione.
Che ha direttamente a che fare con la sua contemplazione, ancor prima che con la pratica fotografica.
Quindi, prima di poter restituire qualcosa, intanto scompari.
E solo se scompari, solo se accetti la misura più prossima allo zero, e della quale non hai abitudine, allora dimensioni e qualcosa di profondamente tuo trova forma e emerge.
Non è pratica da supermarket…
Il paesaggio non ha alcuna urgenza. E non è subordinato ad alcuna storia da raccontare. Lui sta lì, che tu ci sia o meno è indifferente.
E forse è questa sua indifferenza che ci urta, e che costringe alcuni, molti, a sforzi abbellenti. Una pretesa che si riduce in caricatura.
In una rappresentazione stucchevole, dove i singoli elementi che compongono l’insieme non hanno più relazione: ognuno, disinvoltamente sovraphotoshoppato, si specchia in un plastico natalizio. Uguale per tutti.
Che se non basta si può ricorrere al bianco e nero, ultimo salvagente.
Terribilmente all’inseguimento dello stupore.
Che poi, alla quinta che vedi vorresti tornare alle tette.
Ma è così difficile fermarsi di fronte al paesaggio?
È così difficile ascoltare ciò che ha da dire?
È così intellettualmente disonorevole affacciarsi da un belvedere?
È così cheap bearsi di un tramonto e volerlo condividere?
Il tema della beatitudine si confronta, oggi ma da un po’, con un paesaggio che non è immacolato. Non fosse altro che per la nostra presenza di per sé inquinante.
E a dispetto di ciò che vorremmo, e della nostra intransigenza ecologista, ne possiamo godere solo attraverso questa perdita.
Non è l’apologia della cementificazione, è una constatazione.
Qualsiasi paesaggio è raggiungibile.
Oltre la nostra inadeguatezza.
È con questo paesaggio che ci misuriamo.
E proprio per questo di fronte alla fotografia di un tramonto ho un moto di commozione nei confronti dell’autore, soprattutto se pressoché anonimo. Perché rappresenta il baluardo romantico attraverso il quale l’emozione, forse idiota, nega l’attualità, che idiota lo è certamente.
C’è una caparbietà spesso inconscia in questo. Non di meno rispettabile.
E allora, noi che abbiamo la presunzione di possedere il salvacondotto per le nostre immagini, che qualsiasi prurito sembra trovare dignità, se proprio non vogliamo misurarci con l’urlo figurativo proprio del paesaggio, il che è legittimo, almeno non accusiamo di eresia chi col paesaggio si cimenta fotografandolo.
Sempre la stessa menata in fondo: è il come che ci riguarda, non il cosa.
It’s only my opinion.

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© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Le immagini pubblicate sono state realizzate tra il 2004 e oggi.

Fotocamere: Ricoh GR1s, Leica CM, Leica M7, Ricoh GR D e GR DII, iPhone 4S.
Film: Fuji NPS 160.

AGGIORNAMENTO 21 settembre 2013
Vilma Torselli per ARTONWEB



 


  

 

PREVIEW Milano

Scordiamoci SHOT. Per vari motivi qualcosa non ha funzionato.
Assieme a Milano Makers e con Cesare Castelli, Giacomo Giannini, Miro Zagnoli e il sottoscritto, nasce PREVIEW Milano.
Sempre nell’ambito di MI Generation, è un’iniziativa che riguarda gli under 30. Solo che si apre anche a una sezione parallela over 30.
Il soggetto è un tuo progetto fotografico, anche abbozzato, da presentare direttamente nei giorni 21 e 22 settembre. Cioè adesso. A Milano presso il Castello Sforzesco.
I dettagli si trovano qui:

PRESENTAZIONE

Una due giorni di confronto sul tema del linguaggio in fotografia.
E come ognuno di noi lo intende.

Questo il primo step. Poi, nel 2014, una verifica, quindi nel 2015 nell’ambito dell’EXPO una mostra dei lavori selezionati.

Spero ci si veda.

Per chi frequenta FB, cliccare questo logo.

AGGIORNAMENTO
La presentazione di 60″ in video è necessaria. E parte integrante del percorso di questo primo incontro.
A discrezione si può portare anche un portfolio di max 10 immagini, nel formato che si desidera, o in cartaceo o in digitale.
Stiamo parlando di un percorso, non di una galleria di immagini che tra loro non hanno relazione.
L’intento è un po’ quello di censire lo stato del linguaggio fotografico.
In questo, liberi tutti! Basta che ci riguardi davvero.
Può essere anche un accenno, una bozza di progetto. Un intento.
Fino allo step del 2014 non è vincolante. Da quel momento assolutamente sì.
La partecipazione è gratuita.

Controluce.

Come stai?
Domanda inopportuna. Spesso.
Benissimo! Non ci penso.
Io non penso.
Fotografo e basta.
Quando me lo chiedono e quando mi capita.
Non ho ossessioni. Non più.
Mi confronto con chi mi è simile. Con chi riconosco.
Il resto mi è estraneo. E non lo inseguo.
Mi sveglio alle sei del mattino di un weekend qualunque.
In una camera d’albergo qualunque.
Non apro gli occhi… a che mi serve? Ci vedo benissimo!
Orizzontale… condizione ideale per le immagini, che scorrono fluide.
Si mischiano e si sbranano.
Libere.
Libere di non corrispondere.
Libere.
Libere di essere avulse.
Libere da ogni confronto.
Libere e potenti.
Che tu, rivista chic e paracula, non puoi permetterti.
Poi sbraita ciò che ti pare… je m’en fous e kiss kiss.
Ho dormito tre ore. So che sono le sei, sento il controluce.
Non ho bisogno di vedere né lui né l’orologio.
Il controluce si sente, non si vede. È così che lo si fotografa.
Il controluce avvolge, amalgama, attenua gli spigoli.
Ridisegna i contorni, azzera certezze, riporta alla bidimensione originaria.
Più di ogni altra condizione regola la misura della tua percezione: prima lo senti, poi semmai, a occhi socchiusi, lo vedi.
Quanto a mostrarlo, spalanca gli occhi e lasciati andare.
Ma fa caldo. Il condizionatore è off. Non so perché.
Devo bere, per cui apro gli occhi.
La prima immagine è di Laura per terra, attaccata alla finestra con mezzo letto a riporto.
Prendo quello che al momento ho… l’iPhone, e scatto.
Amo questo controluce. Amo Laura.
Sorrido… sono un fotografo inattuale.
Posso tornare a letto tranquillo.
Bye bye rivistina trendy.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Fotocamera iPhone 4S, luce ambiente.

RESISTENZA! Post lampo.

Non c’è più niente da porgere.
Le guance sono finite.
Almeno per chi ne possiede due.
E cosa può fare un fotografo?
Magari fermarsi.
Dare un’occhiata a ciò che ha prodotto negli ultimi due, tre anni.
E per chi. Che persone sono e che competenze hanno.
Quale patente esibiscono… se propria o ereditata.
Se afflitte dalla patologia del momento, il restyling… in rapido contagio.
Con esiti imbarazzanti in molti casi.
Confusione sovrana. Pochi che sanno cosa fare.
Ci torno, ci torno sull’argomento.
Perché esporsi è inevitabile.
Per tutto il resto e per tutti quelli a due guance e una faccia: resistere!
Esattamente come da snap. I vegetali la sanno lunga.

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Madre di un fotografo

2013 © Efrem Raimondi. All rights reserved.

Quando sono nato, io non c’ero.
L’esserci coincide con la coscienza. Privato di questa, non esisti.
E la coscienza, il suo grado, non coincide con la quantità di merda che espelli. Né con la sua forma. Per quanto, capisco, susciti sempre un elevato grado di attenzione da parte di genitori e medici… non necessariamente pediatri. Anche veterinari.
E anche a un certo cattolicesimo che proprio non intende discutere.
La mia consapevolezza ha cominciato a prendere forma con l’abitudine al seno di mia madre. Forse è a questo che devo la mia attenzione alle tette. Ad alcuni funziona così, ad altri no e la saggistica a riguardo si spreca. Solo non vedo il merito…
Per cui, in primis, mia madre.
Alla quale non devo tutto. Se non la nascita, che mica è poco… ma non è la vita, che è tale fintanto che si è in grado di esercitare quella roba chiamata arbitrio, che di sacro non ha niente.
Ma certo… a mia madre devo un altro milione di cose!
Per esempio, è la prima persona che ho ritratto.
Era il 1979 o giù di lì, e io cominciavo a smanettare con la mia Pentax K1000. Sulle orme di mio padre, che fotograficamente non scherzava un cazzo (di lui ho pubblicato qui http://blog.efremraimondi.it/?p=485 , qui http://blog.efremraimondi.it/?p=649 e qui http://blog.efremraimondi.it/?p=625 ).
Ho capito in fretta che le orme semmai dopo, in quel momento ero una brutta copia. Dovevo andare per fatti miei. Cosa che ho fatto.
Andare per fatti propri è salutare in fotografia. Dove, non sempre è dato di capire al momento. E il gerundio è il tempo fotografico ideale per tutti… fotografando si producono fotografie. Mica scontato, però almeno ci si prova.

1979 © Efrem Raimondi. All rights reserved.

Mia madre in cucina e io con un grandangolo, un 28 credo.
Una fotografia ingenua forse, ma quello sguardo… quella posa…
Mia madre mi ama… e io? La amo altrettanto?
Me lo sto chiedendo qui, in questo ospedale. Mentre è stesa in attesa di un controllo. Brutta storia… sotto controllo ma brutta storia invecchiare. Io no, io ho ancora tre anni.
Io fotografo, io non ci penso.
E a me cosa resta? Mentre la guardo la fotografo. Con l’unico mezzo che ho con me, l’iPhone. Io detesto raccontare il dolore. Quello degli altri soprattutto, nel quale non riconosco alcuna poesia, nessuna trascendenza. Non censuro nessuna intenzione ma se proprio, racconto il mio. Come pare a me. Libero da moralismi visto che riguarda me solo: nessuna morale!
E chissà da dove, mi viene in mente quello che mia madre mi diceva trent’anni fa, quando semi-pischello ho iniziato, Le copertine sono importanti. Quando le farai allora sì che sei arrivato.
Lo diceva con grande naturalezza, amore e ingenuità materna.
Oltre al fatto che non ne sapeva nulla di questo ambiente.
Mentre io lo respiro mamma… e sai una cosa? Ne ho fatte tante di copertine. Ma non si arriva mai. E non ci sono traguardi.

A margine: è di gran lunga più difficile ritrarre parenti e amici che gli sconosciuti, soprattutto se star. Ma da qualcuno bisogna iniziare.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Fotocamere: iPhone 4S e Pentax K1000
Film: Kodak Tri-X

La fotografia non esiste.

 

La fotografia è un fatto arbitrario. Non oggettivo.
La sua relazione coi magazine, gallerie o altro non è influenzata dal consenso mediatico proveniente dai social network, che fanno partita a sé. Ciò non di meno, i campi da gioco cominciano a somigliarsi.
Chi ci smena sei tu, che la guardi o che la usi ‘sta fotografia. E non sai più bene dove puntare per trarre conforto.
Perché la fotografia alla quale penso è anche confortante.
La fotografia alla quale penso se ne fotte di ammiccamenti di qualsiasi tipo e si occupa di se stessa, modulandosi col soggetto di turno indipendentemente dalla sua importanza.
Usandolo come pretesto.
Indipendentemente dal grado di fotogenia (falso problema).
Indipendentemente dall’appeal, dall’interesse sociale che riscuote, dall’attualità, dal trend di turno, dalla morale.
La fotografia alla quale penso, quando incappa nel concettuale ha con questo un rapporto strumentale, non subordinato. E non perde la forma.
Non ha intenti messianici né sguardo incline ad alcuna dichiarazione demagogica, quella che in genere forma una patina brillante tanto utile in alcuni salotti espositivi, spesso tinelli.
La fotografia alla quale penso e nella quale mi rifletto non è un vezzeggiativo. Non è carina, non è simpatica.
Non accattivante…
Non è spaccona. Non sbraita. Se alza i toni emette un urlo muto che costringe a frequenze inusuali immutate nei secoli.
Non ha alcuna pretesa, a parte quella di trovare sede in me.
Questa fotografia obliqua non ha bandiera, non ha parrocchia, non ha diktat.
Non si interroga sul senso del mondo, lo rappresenta.
Seleziona, inventa e restituisce a suo piacimento. Senza se e senza ma.
Diretta come una sprangata o leggera come una carezza vera, di quelle apparentemente distratte.
Per questo non è glamour… anzi non sa neanche cosa significhi mancandole proprio dal DNA. Strano non ne soffra…
La fotografia alla quale penso non si interroga sul grado di dignità di chi la produce, né del medium che la accoglie, fosse anche il cassetto in ufficio.
Ma scusate! Ma perché diavolo dovremmo fotografare?
Per soddisfare quale impulso? Una qualche ambizione?
Qual è l’urgenza se non rispondere alla propria coscienza, quella roba che prevede la consapevolezza di sé?
Che in fotografia coincide con l’immagine prodotta.
A patto che non costituisca sforzo: la fatica si vede!
Mentre credo nell’ancestralità della fotografia e m’interessa ciò che non si vede.
Io credo nell’utopia, e la fotografia le dà forma.
Nelle pieghe dell’imperfetto, negli sgabuzzini della memoria evolutiva si trova ciò che ci appartiene e al netto del doping mediatico lì potremmo trovare la nostra voce.
Quella che stentiamo a riconoscere quando riprodotta fuori da noi.
La fotografia si occupa dell’invisibile… se ti riguarda davvero, saprai dargli forma.
E restituirlo.
C’è una fotografia artificiale ed emulativa che non ci riguarda.
Poi ce n’è una che ci appartiene. Usiamola. Dovunque.
La fotografia non esiste senza di noi.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Milan Design Week: giù la clèr.

Knoll at Prada © Efrem Raimondi. All rights reserved.

 

Al di là di tutte le considerazioni numeriche (molto confortanti) o economiche (l’industrial design soffre come tutti in questo dannato paese senza testa), il Salone Internazionale del Mobile è sempre un grande happening.
E Milano respira.
Io invece una settimana in apnea: dalle 7 alle 5, entrambe AM.
Tralascio il dettaglio e vado al triangolo: Facebook, Twitter, Sito.
Tutto taggato Interni magazine. Da qui si estrapolerà, forse, anche un cartaceo. Data e numero da destinarsi. Che non sarebbe male… giusto per arrivare al quadrato.
A spasso con l’iPhone… non tutto ha funzionato alla perfezione, in ambito Twitter essenzialmente. Mea culpa… frequento da poco e alcuni fondamentali mi mancano.
Per fortuna soccorso dall’ufficio di competenza della Mondadori.
Una prima assoluta in un ambito di questo livello. E assolutamente perfettibile.
Intanto sarebbe opportuno essere in due: io all’icona e l’altro al media. Altrimenti si perde l’attualità, che se per FB e il sito non è poi così importante, per TWT sì. E forse è questa mia scarsa attitudine all’attualità, indifferenza quasi, che me lo rende ostico.
Va be’, semmai se ne riparla alla prossima edizione.
La mira però era iconografica. Che confluiva nell’album appositamente ideato per la pagina Facebook, Interni Photo Diaries. Condiviso con Anastasiia Prybelska.
La premessa che mi riguardava era molto semplice: usare un mezzo elementare come l’iPhone per realizzare delle immagini che fossero fotografie… indiscutibilmente prodotto di uno sguardo che trova nel linguaggio la sua forma. La sua cifra. Applicata all’ambito social.
Non un report di istantanee, più o meno simpatiche, dei luoghi in cronologico parossismo. Perché il rischio del Fuorisalone è quello di  rimbalzare qui e là come la biglia di un flipper.
Che ci sta anche… non se devi costruire una galleria il cui soggetto è la percezione, quella restituita dai luoghi: composti di figure molteplici che intendi convogliare sulle pagine di una rivista come Interni. Che sa sperimentare e la fotografia la usa come mezzo espressivo ma l’attenzione alla sbavatura è alta. Un equilibrio complesso insomma.
Certo, il contesto era tale da permettermi anche delle divagazioni sul tema, in fondo il Fuorisalone è per natura social. Nel suo DNA c’è contaminazione e obliquità.
A certe ore anche un po’ di allucinazione… non mi reggevo più in piedi.
In quest’epoca d’immagine diffusa, di liturgia della presenza sgangherata, dell’improvvisazione iconografica, cosa ce ne facevamo di un report di istantanee?
Di fianco avevo, sovente, fotocamere e smartphone che scattavano continuamente.
Ma cosa? Duplicati.
Noi no. L’intento un altro.
Discutibile come sempre… c’è chi ha gradito e chi no.
Ognuno tira le proprie somme. E io le mie. Ma io amo questa rivista.
Giù la clèr.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Tom Dixon

Michael Young

Prospero Rasulo

Gianni Veneziano

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Ringrazio Michelangelo Giombini per aver creduto nel progetto. E condiviso lo sforzo.
Le immagini qui pubblicate sono un estrapolato.
Realizzate con iPhone 4s.

Milan Design Week – Anteprima

Università degli Studi-Milano, aprile 2013 © Efrem Raimondi

Un’anteprima stringata…
Giro con ‘sto iPhone da un po’. E lo uso anche come mezzo fotografico. Non sono il primo e non sarò l’ultimo. Ma di questo chi se ne frega.
Solo che non mi piace essere dispersivo… allora ho proposto alla rivista Interni (della quale parlerò nel prossimo post) un percorso social per questo Salone Internazionale del Mobile… questo che parte ufficialmente lunedì 8.
Parzialmente random per luoghi, show room, mostre, eventi (mi fa schifo ‘sta parola… proprio il suono), opening.
Trasversale, com’è questo appuntamento annuale.
Mano e sguardo liberi… predisposto a ciò che capita. Persone incluse.
La novità sta nel fatto che anziché essere pubblicato sulla mia pagina Facebook-Twitter, tutto ciò verrà postato sulle due rispettive pagine di Interni magazine. Passo passo… scatto scatto, minimo editing al volo, post in tempo reale. Creando un album di immagini (Interni Photo Diaries, on FB) che verranno poi, più in là, anche usate nella forma nobile, quella cartacea. Quella alla quale, checché se ne dica, i fotografi sono affezionati.
La prima foto c’è già, fatta mercoledì in uno dei cortili dell’Università degli Studi. Dove si sta predisponendo la kermesse made by Interni Hybrid Architecture & Design.
A Milano.
Stop. Ne riparliamo alla fine.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Grazie a Gilda Bojardi, Michelangelo Giombini, Andy Scupelli.