L’assenza

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

L’assenza è visibile. In fotografia visibilissima.
Quel qualcosa che dovrebbe essere presente. Quel qualcuno anche.
E che solo l’assenza rende soggetto.
Ne percepiamo netta la presenza proprio nell’assenza.
Un soggetto anomalo in un tempo sospeso.
Un tempo di secondo livello, ma assolutamente sovrapposto.
Questo tempo sospeso è la nostra cifra… qui miriamo, qui la nostra attenzione massima,
e nella misura del suo grado di sovrapposizione troviamo il motivo del tempo palese, a tutti adesso evidente. Adesso.
Apperò! Giuro che credo in quello che ho scritto.
Vediamo se in maniera figurata rendo l’idea… Photoshop si presta perfettamente allo scopo.
Prendiamo un’immagine, duplichiamola e sul duplicato interveniamo come ci pare sottraendo ciò che ci pare. Sovrapponiamola alla matrice: otterremo un livello altro.
Sul quale intervenire percentualmente col grado di opacità e/o riempimento che ci preme.
Ed è questo grado, in ultimo, che decide cosa sarà invisibile e in che misura.
Cosa sarà invisibile! Ma appunto c’è… sotto da qualche parte, noi sappiamo che c’è.
Photoshop può essere escamotage o strumento vero del nostro linguaggio, ma qui non c’entra.
Qui punto l’indice sul momento in cui l’immagine si crea e diventa matrice.
E in questo momento la visione e la coscienza del secondo livello fanno la differenza: quel tempo sospeso che alla fine coincide è tutto ciò che vediamo. E che di noi restituiamo.
Per questo dobbiamo averne cura.
Concetto complesso ma semplice. Se seguiamo il filo è quasi banale.

Ci sono fotografie che meglio di altre raccontano l’assenza.
E più sono semplici più sono immediate.
La semplicità è un fatto di sottrazione del resto.
Mira sempre una sola cosa: anche ciò che non si vede, è.
E contribuisce in maniera determinante all’immagine finita.
E per me, chiusa.
Nel mio caso, nella fotografia che più mi appartiene, compresa quella altrui, coincide con ciò che si mostra.
Senza sporgermi di un millimetro dal perimetro. Tutto lì dentro.
Perché riconosco quel tempo sospeso senza il quale saremmo solo forzatamente attuali.
E appena dopo, tristemente inattuali. Sperando, chissà quando, di diventare almeno ricordo.
L’attualità prevede un tempo continuo, di durata variabile entro il quale si giustifica la propria presenza.
Qui invece una fotografia che è solo presente e che trova nella sola icona il proprio motivo.
Non si misura con alcun tempo se non il proprio.
Che è solo quell’istante lì. Per sempre.
Dove tutto è un pretesto.
Nessun passato, nessun futuro. Nessuna giustificazione. Adesso e qui, e basta.
Guardare un giapponese. Guardare Araki.
Mica facile.
Ma può succedere.
Per questo ci provo.
Poi chi se ne frega.

Sedevo sulla panchina, sorridevo candidamente, non ricordavo nulla, non vedevo nulla, non udivo nulla, perché ormai ero forse già nel cuore del Paradiso terrestre. *
Bohumil Hrabal.

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* Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa, 1981- Einaudi 1991.

Segnalo inoltre Corpo, moda, immagine by Vilma Torselli per Artonweb e che in qualche modo ha stimolato il mio post:

arton

Le immagini:
– GAP Bambini magazine, 1988,
– FLOS, 1992,
– ANFFAS, no profit ADV, 1990,
– New York, MoMa PS1 Museum, Work/Arte magazine, 2005,
– Madrid, Thyssen-Bornemisza Museum, Work/Arte magazine, 2005,
– Wien, view from GALERIE BELVEDERE, Work/ Arte magazine 2004,
– Milano, Abitare magazine, 1994,
– Lombardia, iPhone Photography, Work, 2013,
– Lombardia, Lago Maggiore, iPhone Photography, Work, 2013,
– Lombardia, Lago Maggiore, iPhone Photography, Work, 2014,
– Milano, Tangenziale Ovest, iPhone Photography, Work, 2013,
– Pinzolo, iPhone Photography, Work, 2014,
– Lombardia, iPhone Photography, 2013.

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21 thoughts on “L’assenza

  1. Sono mesi che non scatto una foto, o meglio, sono mesi che nessuna foto si salva dal finire nel cestino perchè ci vedo sempre qualcosa di troppo. Sono portato a ridurre all’essenziale gli elementi e, quando poi le guardo, ci vedo sempre qualcosa di troppo. Non riesco a rappresentare l’assenza che vorrei esprimere. Questo tuo scritto mi porta ad aumentare il mio grado di confusione ma, parallelamente, mi porta ad approfondire la ricerca.
    Grazie!

  2. Apperó! Efrem Efrem… Post tosto? Fotografia splendida testo bo’: e perché poi allora chi se ne frega?

  3. La foto della sfilata degli abiti è geniale, quegli abiti morbidi messi in posa sono buffi, teneri, delicati, sostituti perfetti di bimbi che non ci sono, ma che immaginiamo benissimo. In un tempo in cui il messaggio gridato ci inonda di discorsi inutili e orpelli superflui per dare un senso al vuoto in una corsa all’estetizzazione del nulla, questa riduzione all’idea pura (viene in mente il “vedere eidetico” di Hussler), all’essenza delle cose è certamente una semplificazione (formale) in chiave minimalista, se non fosse che ci rendiamo conto benissimo che manca qualcosa e che proprio per questo l’immagine ci spinge verso un’altra chiave di lettura.

  4. @Giovanni – secondo me, il minimalismo non ha necessariamente a che fare con l’assenza.
    Anzi. Il minimalismo che, come dici, vuole ridurre all’essenziale in realtà dice tutto, dice il massimo con il minimo dei mezzi, fa un discorso completo, definitivo, categorico a cui nulla manca.
    L’assenza, secondo me, è sospensione, incompletezza, è, soprattutto, mancanza. Una foto che mi piace molto, ‘interno bar con tovaglia rossa’ (sembra il titolo di un quadro di Matisse), non è certo minimalista, è quasi ridondante, porta aperta, tv accesa, vetrinetta dei gelati, quadri alle pareti, le sedie thonet e quel tavolino squillante….. in attesa di qualcuno che entri, che si sieda a bersi un caffè, che arrivi il barista per l’ordinazione, una folla di personaggi che stiamo aspettando.
    E’ così che l’assenza diventa attesa.

  5. Tra “assenza” ed “essenza” c’è una sola lettera di differenza. Forse è un caso o forse no, ma è interessante che tra ciò che definisce il determinante e il non presente ci sia uno scarto linguistico così sottile.
    @Vilma: a me invece la foto del tavolino del bar fa pensare a persone appena andate via. Razionalmente è più verosimile che non siano ancora arrivate, dato che le sedie sono così ordinate, mentre sarebbero più scomposte se fossero state abbandonate da poco. Però non so… forse un cameriere le ha già rimesse a posto, cancellando le tracce di chi ha abitato quel luogo per un po’…

  6. @Anna: io sono assolutamente affascinata dagli scarti linguistici……
    Se Derrida non avesse distinto fra différance e différence forse non ci sarebbe il decostruttivismo……
    Sullo stato del bar potresti avere ragione tu, interessante la deduzione investigativa sull’ordine delle sedie e sulla solerzia del cameriere, e divertente che siamo qui a ragionare su un bar che non abbiamo mai visto e su clienti che non conosciamo.
    Potere immaginifico dell’assenza!

  7. Beh… Immaginazione per immaginazione: magari in quel bar ci siamo state, chi lo sa? Magari perfino nello stesso momento e non lo sappiamo… Tutto può essere: in foto e nella vita!

  8. Credo che il tema dell’assenza assuma nelle tue foto una valenza del tutto particolare. Credo di avertelo già scritto che mi colpisce molto il tuo modo di organizzare gli spazi e soprattutto quello di gestire i vuoti. La maggior parte dei fotografi (anch’io) tendono a saturare lo spazio, mentre tu lasci spesso dei vuoti e lì lasci galleggiare un’assenza, una sospensione, dove ognuno può metterci quello che gli pare. Sembra che tu mantenga un atteggiamento dialettico non solo con il soggetto che hai fotografato, ma anche con chi guarda la foto. Un po’ come se gli dicessi: io l’ho vista così, ma parliamone, aggiungi quello che vuoi, ti lascio lo spazio per farlo.
    Mi colpisce anche che tu, fra queste foto, ne metti alcune in cui le persone ci sono: ma lì l’assenza sta nel come, non nel cosa. In particolare la foto per ANFFAS, con tutto quel bianco sopra, come chi guarda fosse chiamato a riempirlo quel bianco.

  9. @Giancarlo – forse sì, forse ne abbiamo già parlato.
    non è però una dialettica premeditata… cioè, non ci penso. e il vuoto è certamente un elemento che mi attrae.
    ma non azzardarti a riempirlo ;)
    proprio anffas… quel bianco è talmente denso e pesante sulle teste dei due ragazzi, che non credo necessiti più neanche di un pulviscolo. pena il crollo. e poi mi permette di staccare con determinazione gli schienali delle carrozzine. che sono co-soggetto. ma questa naturalmente è solo la mia opinione.
    il vuoto, credo, se ben pesato può diventare davvero assenza palpabile. e quindi soggetto. non so se mi spiego… però mi sembra che ti sia molto ben chiaro il tutto. ma perché tendi a saturare?

  10. Sai che non lo so? horror vacui? il fatto che il pieno è rassicurante e il vuoto è scomodo? ma ci sto lavorando…
    Quanto alla foto per anffas, è talmente bella che non toccherei proprio nulla. I due ragazzi ripiegati su se stessi, gli schienali delle carrozzine che è vero sono un co-soggetto e rappresentano il loro presente nudo, crudo e in quel bianco sopra io ci leggo una domanda diretta a chi guarda, del tipo: quale cielo vogliamo mettere sopra questi ragazzi? quale futuro abbiamo in serbo per loro? per niente comoda come domanda. Ma è giusto la footografia deve porre queste domante: amo questa foto per questo.

  11. @Giancarlo – una volta che trovi la strada per il vuoto, quello che crea una certa sospensione e un po’ di domande farcite, non l’abbandonerai più. e ti cambierà anche la visione del pieno. lo affronterai diversamente…
    ma va sentito, questa la premessa. ed è semplice. basta cominciare a puntare lo sguardo all’essenziale e farlo diventare soggetto assoluto. provaci… un gran respiro

  12. @Giancarlo @Efrem – Il mio concetto di spazio, vuoto o pieno che sia, passa inevitabilmente attraverso la mia formazione di architetto, ma è assolutamente applicabile a tutte le situazioni in cui lo spazio si connota come esperienza sensoriale alla portata di tutti, scevra di ogni sovrapposizione intellettualistica e culturale: lo spazio si ascolta, si tocca, si annusa, si guarda…… lo spazio sgomenta, rassicura, racchiude, destabilizza, ha una dimensione elastica che ognuno può adattare a sé. L’horror vacui segnala l’attività dell’emisfero cerebrale destro, sede delle facoltà intuitive e creative, uno spazio sovraffollato mette al lavoro l’emisfero sinistro, razionale e analitico, che vuole riconoscere, identificare, classificare, elencare. Ciò che complica infinitamente la faccenda è che ciò vale sia per Efrem che scatta la foto che per Giancarlo o me o chiunque la guardi, e non c’è alcuna garanzia che le due visioni coincidano, anzi c’è la certezza che non coincidano affatto, così come non coinciderà neanche la lettura di grado zero, banalmente iconografica, dell’immagine.
    Non so, Efrem, se c’è una strada per il vuoto, propendo a credere che ognuno abbia un suo grado soggettivo di identificazione con il proprio spazio e con il proprio corpo, attraverso il quale si compie la prima esperienza spaziale (sopra, sotto, davanti, dietro, destra, sinistra) che resterà fondamentale per definire la propria posizione nello spazio del mondo.

  13. @Vilma – c’è una strada per il vuoto. e c’è per un tempo sospeso percepile. vero… ognuno trova la sua. solo quando la vede, sente, annusa – come giustamente dici,
    perché altrimenti ecco le immagini tutte uguali… emule ghirriane. questo vale anche per chi guarda, almeno penso

  14. Tempo fa frequentato una persona. Era molto malata a breve sarebbe mancata.
    Ero rabbioso con lei perché anziché parlare e condividere quegli ultimi momenti rimanevamo in silenzio. Un giorno sbottai: “Cazzo parlami!”. Mi guardò e mi disse ti sto parlando.
    Il silenzio, l’assenza visiva in una fotografia è molto più densa, molto più penetrante.
    È tutto un togliere.
    Michelangelo docet.

  15. capisco bene Niccolò.
    e per me sì, sottrazione. fino ad arrivare al dunque e farlo coincidere col tutto

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