E buon anno

Se c’è una cosa che mi ha insegnato l’anno lasciato alle spalle è la leggerezza.
La facoltà di lasciare andare le cose.

E certa gente per la propria strada, che ho riconosciuto non essere la mia.
Quindi forse fare una chiarezza ulteriore sulla mia.

Non riconoscere più persone e colleghi.
Non le colleghe, loro sono le stesse che conoscevo.
Un po’ smarrite. Come me di fronte a certe manifestazioni pubbliche di goliardica arroganza. Tra una sirena e l’altra, tra un’ambulanza e l’altra a distanza di un minuto.
Ma cos’ha fatto il Covid?
Andrà tutto bene. Davvero?

Saremo migliori. Davvero?
Ce lo ricordiamo ‘sto mantra vero?
E questa smania di tornare alla normalità…
Non m’interessa quella normalità ante virus, che è proprio l’origine del problema.
Lei è il virus.

Che sì sì il Covid, ma oltre il suo devastante bagaglio, è stato detonatore di un malessere profondo. Strutturale.

Si deve ricominciare. Da dove? Con quale visione? Che mondo vogliamo?
E io cosa faccio?

Intanto magari sì dai, venderò cellulari. Qualcosa si deve pur rimediare.
Come suggerito dai simpatici guaglioni che mi hanno rubato faccia e nome su Facebook e spalmano ovunque ‘sta roba dell’iPhone 11 eccetera.
Poi, rubato… Per fottermi l’identità ci vuole un po’ più di impegno.
Che l’identità è un fatto di coerenza riconoscibile.
Anche nelle avversità.
Diciamo una presa in prestito di un paio di elementi identificativi, nome e faccia appunto. Che da soli non bastano.
All’inizio mi incazzavo – dura da novembre. Perché non è simpatico.
Poi mi è passata vista l’insistenza nel propormi come venditore di cellulari: evidentemente mi riconoscono delle risorse e uno status che non sapevo di possedere.
Un po’ come Troisi napoletano/emigrante in Ricomincio da tre e alla fine sì va bene, se proprio mi si vuole venditore di cellulari potrei convincermene.
Se non altro per non star lì a perdere tempo in spiegazioni.

Mi sto adoperando per rintracciarli.

Perché vorrei congratularmi con loro.
Fargli sentire tutta la mia vicinanza. A mio modo.
Poi mi ringrazieranno.

E dulcis in fundo certo, l’auspicio è di un buon anno.
Non per tutti. Il mio augurio è per le persone che riconosco.
Per gli stronzi no.

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Ritratto – Master

Ritratto. Master. Si sviluppa così:
– durata circa otto/dieci mesi.
– quattro incontri più due supplementari da verificare in corso d’opera.
Da venerdì pomeriggio – non fondamentale ma auspicabile la presenza –
alle ore 18 di domenica.
– a Milano, in studio.
– una call interlocutoria tra un incontro e l’altro.
– incontri individuali frontali e in remoto nella misura dettata dalla necessità.
– costo € 1.600,00 IVA inclusa frazionabile in quattro tranche.

Ritratto. Master: un percorso didattico molto particolare con un intento dichiarato, oltrepassare il genere.
Quindi sì, la figura umana al centro, ma con la consapevolezza che l’ambiente
nel quale ci misuriamo ha una centratura ulteriore e imprescindibile, quella fotografica.
È un altro luogo, la fotografia è un altro luogo e non restituisce una realtà mediata ma proprio un’altra realtà e la persona che si palesa di fronte a noi, davanti alla fotocamera, non è la stessa che restituiamo.
Né inseguiamo l’obiettivo di farle coincidere, sarebbe uno sforzo totalmente inutile.
Occupiamoci invece del motivo per cui siamo lì: produrre un’immagine che abbia chiaro
il segno, l’idea che della fotografia abbiamo.

Insomma anche qui, è di linguaggio che parliamo: quale il nostro nella relazione col ritratto? E perché mai dovrebbe essere altro da quello che usiamo quando miriamo l’interno di un bar in Valtellina?
Il linguaggio è uno. Modularlo è il percorso da affrontare.

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 Sconosciuta, 2014

Il ritratto è l’ambito fotografico più pregno di cliché. Vanno smontati.
Pensiamo davvero che sia una questione di anime?
Sei davvero in grado di restituire l’anima del soggetto e quindi dichiarare di avere il ritratto, quello assoluto, di quella persona lì?
Auguri.

Questo Master è altro, e non si occupa di anime. Se non dell’unica con la quale ti relazioni dalla nascita: la tua.
Il più è averne una…
Solo che va espressa: come?
Oltrepassare il genere non significa ignorare le specifiche, anche tecniche, con le quali il ritratto si misura.
Bisogna conoscerle per essere in grado di manipolarle.
Non mi dilungo sulla questione. Allego due link che spero possano essere utili per inquadrare l’ambiente di lavoro che affronteremo:

http://blog.efremraimondi.it/ritratto-quattro-regole-pero/

http://blog.efremraimondi.it/ritratto-e-retorica/

Per qualsiasi dettaglio e delucidazione, questo l’indirizzo:
isozero@efremraimondi.it
Si parte tra ottobre e novembre. Il calendario preciso è in fase di definizione.
Ma c’è comunque una prima fase preparatoria individuale.
Quanto a eventuali problematiche legate al Covid: tutte le norme sono rispettate e in caso di fermo ci comporteremo come è già stato fatto precedentemente  sia per ISOZERO che per il MASTER, che non ci siamo fermati, abbiamo rimodulato il percorso.
A presto.

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Fotografia a due tempi – Tipografia

Fotografia stampata vuol dire matericità della carta e odore, forte, dell’inchiostro.
E quel profumo che ne sancisce la relazione: non smetterò mai di desiderarla.
In tutte le sue forme: direttamente fotografica come l’analogicica baritata… zero inchiostro tanto chimico, altro odore ma affine alla mia memoria olfattiva. O la digitale fine art a pigmenti, un filo meno coinvolgente – soprattutto nei neri – ma in qualche modo parente.
Quando però metto piede in una tipografia allargo al massimo le narici.
E le palpitazioni aumentano: l’atto conclusivo di un percorso ampio e complesso fregiato dall’inchiostro.
Un altro luogo.
E la cucina di un libro un altro percorso.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedTre giorni fa ero appena fuori Padova alla Peruzzo Industrie Grafiche a seguire l’avviamento di FOTOGRAFIA A DUE TEMPI, edito da Silvana Editoriale.
Il libro che raccoglie il percorso fatto con la prima edizione di ISOZERO Lab, il mio laboratorio.

Una giornata piena: nove ore e passa filate, no stop, in tipografia…
Una libidine. Perché si impara sempre.
Perché ti relazioni con persone usando un linguaggio che riconosco, non limitato a qui c’è da schiarire – lì da scaldare.
Ma una visione ampia, colta, del lavoro.
E quando si interviene la correzione è sostanzialmente il prodotto di una dialettica tra i quattro colori primari.
Questa dialettica è l’ambiente di lavoro.
Assistere, partecipare, vuol dire imparare molto.
E avere conferme.
Per esempio che è attraverso la sottrazione che si raggiunge l’obiettivo.

Un tempo, quello in tipografia, segnato dal ritmo della stampamte, una Heidelberg Speedmaster a 10 colori. Bel suono.
Prima la copertina.
Piccola correzione. Altra stampata. OK. Firma sul foglio di stampa.
Si prosegue.

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved FOTOGRAFIA A DUE TEMPI – Copertina e IVª di copertina

Una riflessione più lunga su un lavoro particolarmente “nero”.
E lì assisti davvero a cosa produce il binomio conoscenza-visione: uno dei due tipografi pensa al giallo. Proprio lo vedi che pensa al giallo.
Estrae la relative lastra, sorride, chiacchiera col collega, la rimette.
Smanettano sulla “consolle“ di stampa e avviano: ottimo. Firmo.
Poi mi spiega cos’ha fatto. Una intuizione legata proprio alla lettura di quel preciso impaginato. Ecco cos’è una visione.
E anche questo è un piano lettura di una fotografia.
Per questo ringrazio
Maurizio Ziglio e Fabio Cusinato, i tipografi.

Si tenga conto che FOTOGRAFIA A DUE TEMPI è un libro di 120 pagine per 28 sguardi tra loro diversi. Insomma una bella sfida. Anche di stampa.
Appena l’avrò tra le mani e sarà in distribuzione ne scriverò. Qui.

E comunque un tour in tipografia fa sempre bene, conforta.

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Alias

Il manichino di nome Alias non è diverso da me di nome Efrem.
Non lo è da te di nome Francesca, Elisabeth, Antonio… Teodoro detto Teo.
Qualsiasi nome che implementa l’appello umano va bene.
Diverge invece la relazione che Alias e io abbiamo rispetto alla coppia Alias-Francesca, Alias-Elisabeth eccetera.

E questo è ciò che costituisce la struttura di un ritratto.
Di tutta la fotografia a reti unificate ma col ritratto… col ritratto è dura da digerire.
E c’è chi ricorre all’anima delimortaccitua pur di evitare la propria.
E i propri fantasmi. Che son mica sempre cupi, sanno ridere.
Anche di te. Di me.
Quindi per favore non deleghiamo a altri ciò che ci riguarda quando fotografiamo: se c’è un’anima è dell’autore. Ed è quella che cogliamo.
Col resto funziona, perché col ritratto non dovrebbe?
Perché ricorrere a degli archetipi così semplicistici?

Crediamo davvero che Alias sia poi così diverso sul piano fotografico da qualsiasi altro umano piazzato davanti alla nostra fotocamera?
Davanti a noi?
Tutto ciò che ho fatto per comporre questa fotografia è nella sostanza ciò che farei con una persona.

Con Alias ho provveduto io a metterlo lì.
Con Alias, a Alias, ho impostato io le braccia. Le mani.
Con Alias la parola era superflua. Del tutto inutile non direi…
La differenza con una persona è che invece la parola è certamente utile.
E se la usi le conseguenze sono immediate: la persona si mette lì dove hai detto;
le braccia le alza come hai chiesto e le mani le avrà in testa come hai suggerito.
Funziona così.
Altrimenti zero fotografia.

Poi c’è l’imponderabile: la risposta selezionata per te, per quel momento, dal soggetto.
E tu cosa sei lì a fare? Coglila! Modulala!
Non è mai la stessa cosa.
E prima che tu scattassi, la realtà che adesso mostri non c’era.

Esattamente come con Alias.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedMi sono avvicinato in tre step.
Lui fermo.

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedFino al primissimo piano. Per scoprire che l’immagine riflessa é la mia.
Non così nitida come allo specchio.
Un’immagine latente.
Un’ombra determinante.
Alias ci saprà dire se ingombrante.
Comunque, nel caso, è un problema suo.

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Dopo di noi

Dunque è così: anziché pensare a quale progetto dedicarsi anima e corpo, sarebbe più utile non pensare.
E magari scoprire che un progetto vale l’altro; che un solo gesto, un’unica immagine è in grado di disintegrare qualsiasi progettualità.
E da sola valere il biglietto.

Ma il punto è questo… che diavolo ci faccio con ‘sta fotocamera in mano?
Che guarda me e tutto il mondo senza vedere nulla.
Di te e della tua stupida inerzia so tutto.
Insieme abbiamo condiviso molto. Troppo.
Ma qui, oggi, ci separiamo: tu a schiantarti contro un muro di cemento.
Io a raccoglierti così sparsa come sei.

Custodirò i tuoi resti in una scatola nera. Lucida.
Finalmente sarai inviolabile.

Dopo di noi, il nulla.

Nicole Marnati by © Efrem Raimondi - All Rights ReservedNicole e la sua fotocamera, dicembre 2018 © E.R.

Nicole ne ha fatto un video partendo dalle sue motivazioni.
Mi ha invitato… e io qualche immagine di backstage.
Questa una.
Nicole Marnati, la mia assistente per tanti anni, a lei in primis gli auguri di un sereno 2019.
Sereno. A noi basta.
E questo auspicio lo estendo a tutte le persone, a tutti gli altri animali, piante e fiori a cui voglio bene.
E sono tanti.
A qualunque vita…
Ma non a tutti. Agli stronzi no.
A chi accondiscende, anche col silenzio, allo scempio di questa Nazione, NO.

Auguri! Che sia un anno sereno.
Se serve, spacca tutto.

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Educational Smartphone

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedIl mio smartphone al netto di tutto, 2018.

Smartphone e fotografia… un dualismo superato dagli eventi, anche tecnologici.
Che sia parte integrante del corredo di diversi fotografi, è un fatto.
Di più: certificato dal prodotto fotografico che in alcuni casi vediamo.
E che non si differenzia affatto dalla qualità espressiva degli stessi spostati su altre piattaforme ottiche.
Zero dicotomia, fine del preambolo.

Non è mia intenzione insistere su argomenti di retroguardia, e questo è soltanto un intervento direi didattico. Nient’altro.

Quello che invece c’è è che lo smartphone può essere un ottimo strumento educativo.
Ed è la prima fotocamera che consiglierei a chi inizia, a chi non ha la più pallida idea di cosa sia produrre fotografia, a chi magari un’idea ce l’ha… ma ciò che gli è più chiaro è la vaghezza di ciò che produce, la sua estemporaneità, che è un punto di coscienza.

Ma soprattutto a chi questa coscienza non ce l’ha ma è convinto che va tutto bene perché quella sua foto lì gli piace e punto.
Eh… ma a questi ultimi chi glielo dice che farebbero bene a fermarsi e mettere sotto carica lo smartphone?

Se non ce l’hanno, lo comprino. Insieme a un televisore.
E cominciare a guardarsi attorno per scoprire che esiste un mondo esterno.
Che magari non è proprio il nostro, ma col quale volenti o meno ci relazioniamo.

È educativo perché solleva da alcune incombenze tecniche, che sono fondamentali altro che no. Magari non adesso però… una cosa per volta visti i presupposti.
Adesso la priorità è cominciare a vedere ciò che guardi.
Quindi spalmare per bene nel perimetro fotografico che stai usando.
E a disposizione c’è un ampio display che non ti costringe alla visione stretta di un mirino.
Che stretta non sarebbe se non ci fosse l’abitudine di occuparsi esclusivamente del centro…
Ma non ci pensi. La periferia, i margini, non li guardi nemmeno e dulcis in fundo: da dove sbuca quel pezzo di sedia su nell’angolo sinistro del file?

Succede col posato, figuariamoci col resto.
Di fatto non possiedi la tua fotocamera già a partire dall’acchito.
Un ampio display, bello piatto davanti, favorisce il controllo senza perdere eccessivo tempo.

E cominci ad abituarti alla presenza contemporanea di più centri focali.
Magari può venire in mente che davvero tutto quello che vedi su quel parabrezza partecipa alla definizione dell’immagine.
E che alla fine il soggetto è il rettangolo nella sua interezza.

Secondo punto, fondamentale: l’ottica è fissa. Mediamente equivalente a un 28 mm.
Se non ti piacciono i grandangoli sei fregato.
Oppure impara a usarli.
In qualsiasi caso il punto vero è che non puoi smanettare nulla: zero masturbazione ottica.
Magari dispiace… però oltre a evitare la cecità, in realtà cominci a vedere fotograficamente.
Perché ciò che i tuoi occhi colgono non basta.
Il percorso è questo: guardi – vedi – trasformi.
La realtà con la quale ti misuri è un’altra.
Il prodotto è altro: non continuiamo a menarla con l’originale!
Non c’è alcun originale inviolabile. Ci sei solo tu.

E lo strumento in subordine.
Ma se non prendi atto delle sue specifiche balbetti.
Lo smartphone guarda e basta: fa’ che la tua visione occupi totalmente il suo spazio.
Sovrapponiti.
Vale per tutti gli stumenti, qualsiasi fotocamera.

Ma l’immediatezza di uno smartphone, in questo, è un plus utile.
Abituarsi a vedere – non a guardare – con una lunghezza focale, una sola, non inquina la visione, non è un compromesso borghese, ma una dialettica ineludibile al fine di produrre materialmente ciò che vedi.
E che senza di te non esisterebbe.

Sembra finita qui. Chiaro che no.
Infatti chi conosce anche tutto il resto della grammatica fotografica dispone meglio del proprio strumento qualunque sia.
Non vedo perché non con lo smartphone. Boh.

Pensare che può diventare lo strumento quotidiano…
Quello del tempo libero.
Che libero non è mai.
A meno di non avere un interruttore VEDO – NON VEDO.
Che intermittenza del cazzo…

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Il paesaggio…

Il paesaggio col quale ci relazioniamo è contaminato.
Solo in questo modo lo raggiungiamo…
Due gradi di contaminazione: l’uomo, come genere che occupa e subordina qualsiasi vita altrui, sassi compresi, e tu che arrivi dopo, cioè adesso.

E con quella bella espressione innocente ti guardi attorno alla spasmodica ricerca di stupore, alias, la tua redenzione.
Proprio la tua e degli altri chi se ne frega.
Che razza di paesaggio…

Quindi tu, uomo fotocamerato, che relazione cerchi col paesaggio che ti si para davanti?
E che urla anche quando c’è il cielo azzurro con le nuvolette…
Posso solo parlare per me, del mio senso di colpa e della mia impotenza.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedRANDA 253 – La Maddalena, 2018.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedINSTA 100 – Lago Maggiore, 2018.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Presente imperfetto – New Old Camera – 12 maggio, Milano

Presente imperfetto. Lectio versione intima…
Organizzata da New Old Camera.
Milano 12 maggio.

È diversa da quelle pubbliche che ho fatto. Per numero di persone, qui limitatissimo, una quindicina, e per svolgimento.
Innanzitutto è una giornata insieme, con un break a pranzo, e poi il piano della visione e della conversazione è decisamente più dialettico.
Volutamente più lento.
E sulle cose si torna. Se necessario, si torna. Ne abbiamo il tempo.

Però occorre iscriversi. Qui tutte le info, incluso il costo – 80,00 €.
eventi@newoldcamera.it tel. 02 3658 92 16.

Il soggetto è il linguaggio. E la fotografia bella al centro: sei slideshow per un percorso che va dal 1980 a oggi.
Trasversale. Che è la fotografia nella quale credo.

Mica solo la mia…
Discutibilissima, ma è ciò che ho e che mostro.
Al netto di tutto.

Dalle usa e getta al banco.
Dall’assenza della fotocamera e per luce un accendino Bic.
Dalla Polaroid allo smartphone.

Da un’andata a un ritorno arbitrario…

Non si tratta di una chiacchierata, è proprio un momento di serio confronto.
Partendo dalla fotografia prodotta, non quella parlata. O immaginata.
Un excursus dinamico che ha un obiettivo: trovare, o ritrovare, l’orientamento.
Oggi, soprattutto oggi, penso che la riflessione sia importante.
A una condizione: esporsi.
Smarcandosi anche senza alcuna cautela da tutto ciò che è tendenza.
E non per chissà quale allergia intellettuale e un po’ fighetta, ma proprio per un’esigenza vitale.
Cercando di trovare la matrice espressiva che davvero ci riguarda.
Rischiando la nicchia.
Quasi auspicandola…

La fotografia che produci è ciò che sei.
La faccia, la tua.

Questo l’auspicio.
Ha un riscontro? Bene!
Non ce l’ha? Pazienza.
Ma a tutti noi, chi ce lo fa fare di fotografare?
Quale l’urgenza?

Inseguiamo che cosa?
Dove diavolo stiamo andando?

Se produciamo esattamente ciò che siamo, se pensiamo che non esiste alcun soggetto deputato, se il nostro differenziale è l’invisibile e come lo traduciamo, allora la fotografia è luogo confortevole.
E l’arbitrio il modo.
Non sarà universale, ma chi se ne frega.

Tutto semplice.
Tutto qui.

Presente imperfetto – 12 maggio, New Old Camera, Milano.

© Efrem Raimondi - All Rights ReservedSet per INTERNI magazine. Ottobre 2017.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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Ritratto con contorno – Fuorisalone 2015

Philippe Starck 2015 by Efrem Raimondi

Ciao! Io riparto…
Con una fotografia molto semplice. E ben al centro.
Senza possibilità di equivoco.
Prodotto di un percorso preciso: le conferenze che si sono svolte durante il FuorisaloneMilan Design Week insomma.
In calce il link dei primi d’aprile, che inquadra il tutto.
E così ho proseguito. In maniera sempre più decisa.
Dividendo seccamente il ritratto dalla conferenza.
Leggero… meravigliosamente leggero.
Veloce… meravigliosamente veloce: media a ritratto 45 secondi.
E conferenze in iPhone.
Credo sia necessario cominciare ad asciugarsi.
Facendolo tutti, magazine in primis, potremmo riprendere il bandolo della matassa.
E ricominciare ad occuparci di fotografia.
E meno di fotografie passepartout.
Perché è innegabile, qualcosa si è interrotto.
Forse davvero riflettendo di più e chiacchierando di meno, qualcosa può cambiare.
Non è indispensabile avere chissà quali robe e girare carichi come i muli dell’Adamello…

Stracciare certe abitudini è salutare.
Almeno dove è possibile, si proceda.
Perché si può fare fotografia anche con molto poco.
Questa una selezione necessariamente stringata di tutto il lavoro per INTERNI magazine: 84 ritratti e 140 immagini di conferenza.
Tra Expo Gate, Università Statale, Orto Botanico, Audi Lab, Biblioteca Nazionale Braidense.

Mai sottovalutare nulla! E mettersi in gioco come fossimo al primo scatto.
Ma perché snobbare le conferenze?

© Efrem Raimondi. All rights reserved

Patricia Viel 2015 by Efrem RaimondiPatricia Viel

Britt Moran 2015 by Efrem Raimondi

Britt Moran

Stefano Giovannoni 2015 by Efrem Raimondi

Stefano Giovannoni

Piero Lissoni 2015 by Efrem Raimondi

Piero Lissoni

Kengo Kuma 2015 by Efrem Raimondi

Kengo Kuma

Bernard Khoury 2015 by Efrem Raimondi

Bernard Khoury

Felice Limosani 2015 by Efrem Raimondi

Felice Limosani

Moritz Waldemeyer 2015 by Efrem Raimondi  Moritz Waldemeyer

Francesco Morace 2015 by Efrem Raimondi

Francesco Morace

Alessandro Mendini 2015 by Efrem Raimondi

Alessandro Mendini

Philippe Starck 2015 by Efrem Raimondi

Philippe Starck

Gli unici due COLORE…

Anna Lindgren 2015 by Efrem Raimondi

Anna Lindgren

Sofia Lagerkvist 2015 by Efrem Raimondi

Sofia Lagerkvist

E poi appunto quattro immagini delle conferenze…

Daniel Libeskind - talk - by Efrem Raimondi

Daniel Libeskind. Talk

JacopoFoggini e RomeoGigli - talk - by Efrem Raimondi

Jacopo Foggini e Romeo Gigli. Talk

Efrem Raimondi iPhonephotography.

Audi City Lab. Talk

Biblioteca Braidense by Efrem Raimondi

Biblioteca Braidense. Talk

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Questo il link al post del 3 aprile:
http://blog.efremraimondi.it/energy-creativity/

Il tutto con questi strumenti minimi: uno zainetto, una reflex, un lampeggiatore di quelli dedicati, un diffusore di plastica – costo 20 € – un cavo sincro TTL che permette mobilità alla luce, uno smartphone. Nel caso mi sono portato dietro anche un fondalino bianco, in tela, 150 x 200 cm. Ben arrotolato.

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Più io. Da solo.
Come si deduce dall’immagine gentilmente concessami da Danilo Signorello, giornalista di INTERNI  magazine.

Efrem Raimondi in solitaria

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Normale

Sottrarre.
Senza sottrarsi…
Ridurre al minimo essenziale.
Quasi azzerare…
Via tutto e punto e a capo.
Di solito significa voltare pagina.
Adesso significa sottolineare ulteriormente la divergenza.
Non è che si può fare: si deve fare!
Di recente un collega, un amico soprattutto, mi ha detto: Il mare è mosso, è molto mosso.
Qui ci si bagna tutti, ho aggiunto.
Anche quelli con l’impermeabile.
Chi non lo capisce è un idiota.
Ci vorrebbe un sottomarino giallo.
E allora? E allora non c’è bisogno di niente… un qualsiasi aggeggio in grado di assolvere il tempo della ripresa e la risposta alla solita domanda: che ci faccio qui?
Poi serve un megafono. Che è sempre in mano altrui.
Quindi occorre trovare le mani che ci convincono.
E che in genere non sono arrossate dagli applausi.
La sponda qui me l’ha offerta Giovanna Calvenzi, impegnata a disegnare Credere, un nuovo magazine delle Edizioni San Paolo, gli stessi di Famiglia Cristiana con la quale non avevo mai lavorato.
Destino, Basilica di Sant’Antonio da Padova.
Soggetto, i pellegrini che vanno lì in visita.
Giusto un anno fa. In una splendida giornata di sole.
Sono come delle foto ricordo. Quelle che chiunque farebbe.
Quelle che vent’anni fa non avrei mai fatto.
Perché non ero capace.
Perché ci vuole leggerezza. E un’umiltà armata.
Che non so se possiedo, ma che certamente allora non possedevo.
Le avevo previste in iPhone. Poi ho cambiato idea.
Perché se sei a Milano o a New York fa figo. Se sei dove mi trovavo sei solo uno sfigato spocchioso.
Non c’entra il risultato e il controllo, per questo andava bene anche uno smartphone. C’entra il fatto che le persone che mi apprestavo a ritrarre e che dovevamo convincere, Alberto Loggia giornalista e io fotografo, dovevano immediatamente capire che si faceva sul serio.
E in questi casi la forma conta più che altrove.
In questi casi la forma conforta.
Mica ero sul set con Jessica Rabbit… ma per strada. Di fronte, delle persone con una storia reale, simile a quella di altri milioni. Magari non facile.
Questa forse! chiamiamola Street Photography
Per cui Hasselblad.
Se fossi stato in pellicola avrei usato il banco ottico.
Non credo servano spiegazioni… è stato anche un gesto di rispetto.
Tra di noi possiamo raccontarcela come vogliamo. Fuori no.
E già che c’ero ho pensato al verticale, che non amo particolarmente ma che qui è stato utile per accentuare l’istantaneità statica del souvenir, secondo schemi ben consolidati e chi se ne frega se desueti.
Anzi meglio.
Cosa c’è di diverso rispetto al ritratto di una star? Una qualsiasi…
Nulla! Salvo il fatto che lì la star non c’era a fare il pellegrino.
Per cui, in verità, tutto!
E quando scattavo non si accendeva lo SPECIAL.
Non c’è alcun riflesso concettuale, non si pensi: le cose stanno per come si vedono. Così sembra… in realtà, come sempre, le cose stanno per come voglio che stiano.
Per come ognuno, armato di poco o fino ai denti, vuole che siano.
Responsabilità piena quindi.
Il rapporto tra l’intenzione e il risultato, il prodotto fotografico, è ciò che distingue un percorso dalla semplice estemporaneità.
Figura intera. Più un paio di piani ravvicinati. Stop.
Tutto molto normale e semplice.
Ah! E c’è anche Photoshop.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Ringrazio tutte le persone che ho ritratto, per la cortesia e la disponibilità.
E ringrazio anche Alberto Loggia per la collaborazione, importante al fine di realizzare queste immagini.