don’t cheese, please.

© Efrem Raimondi. All Rights Reserved.

Mi chiedevo cosa c’entrasse il formaggio… niente.
Ma il postulato recita che pronunciare cheese induca un sorriso naturale, di quelli fotogenici.

Da qualche parte ho letto che in Spagna si dice patata.
Di getto mi piace di più.
Solo che, malgrado abbia lavorato per lungo tempo a Barcelona, io proprio non ricordo.
Fotograficamente non ho mai capito perché siano così indispensabili gli stereotipi.
E inoltre, come proprio il concetto di fotogenia sia un equivoco.
Che poi, di che tipo di fotogenia stiamo parlando?
Immaginiamoci una foto di gruppo, bello numeroso, almeno dodici commensali… tutti cheese?
E se uno, per disavventura è bleso (ha la zeppola), funzionerà uguale?

Quando ho iniziato a ritrarre, o comunque a occuparmi di bipedi, spessissimo mi capitava che mi venisse stampato in camera lo stesso sorriso. Piuttosto conforme e idiota.
Una sorta di passepartout mediatico, pensavano evidentemente.
Perché cheese è ottimista. Questo gli uffici stampa.
Fa niente se di personale ci fosse zero. Fa niente se l’espressione risultasse in mezzo a un guado alla ricerca di una sponda alla quale aggrapparsi. Nel dubbio meglio annegare nel mare mediatico.

Per questo, quando ho iniziato, sulla Nikon che usavo, accanto all’obiettivo cioè quella roba dove generalmente lo sguardo propende, ho attaccato una bella etichetta autoprodotta. Almeno le mie intenzioni erano chiare. E visibili.
Ora tutto si è spostato in rete… tutti ‘sti Buongiorno amici miei, è una meravigliosa giornata e io sto da Dio: sorrido al mondo che mi sorride… sorridete anche voi… è tutto una gran figata.
Ecco, non reggo. Mica perché sia vietato sorridere, anzi, è auspicabile.
Ma è come essere investito da decine di forme di formaggio. Stagionato. Intollerabile. Parlo per me.

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23 thoughts on “don’t cheese, please.

  1. A me piace vedere foto sorridenti! Se sono spontanee peró perché altrimenti diventano grottesche. Ma l’etichetta la vedevano?

  2. però, efrem, io non vedo un legame tra fotogenia e sorriso (forzato o reale), nè penso che “il concetto di fotogenia sia un equivoco”.
    il neologismo ‘fotogenia’ fu coniato all’inizio del ‘900 (già ne parla daguerre, ma fu louis delluc, sulla rivista “Cinéma”, ad introdurre il termine “photogénie” applicato all’immagine cinematografica), per esprimere un concetto liberatorio di bellezza che, parallelamente a quanto avveniva nell’arte visiva (siamo in epoca impressionista), fosse fuori dai canoni, dalla tradizione e dagli stereotipi ereditati dal passato ‘800. ciò grazie anche a due nuovi mezzi tecnologici, il cinema e la fotografia.
    parlare di fotogenia vuol dire aggirare l’idea di bellezza statica e perfetta fino ad allora proposta per sostituirla con quella di una bellezza relativa, contingente, emotiva, mutevole di attimo in attimo, cercando ci cogliere l’essere attraverso l’apparire.
    mi dirai che la fotografia fa proprio questo, ma un secolo fa non era così.
    voglio dire che il termine oggi può apparire fuorviante ed obsoleto, ma tutto sommato, vuol dire ancora la stessa cosa, solo che oggi sono tutti d’accordo.

    • nessun apparente legame vilma. se non nella coincidenza che alcuni attribuiscono: sorrido, vengo bene. non sorrido, è un disastro. ma il sorriso di cui parlo è proprio il cheese di rigore, quello tanto celebrato. inflazionato e istiuzionale. poi, non importa se istituzione non sei. la fotogenia è altra faccenda, concordo. ma non sono certo che contingenza, relatività e mutevolezza coincidano con l’idea di fotogenia oggi. che ha solo cambiato forse nome, ma obsoleta no, non lo è. a me sembra tutto inchiodato all’esatto contrario, e cioè: assolutezza, indiscutibilità, perfezione. tutto di plastica. tutto mediaticamente consumabile. mi sembra un anonimato fotografico. non so se mi spiego…

      • non è il concetto di fotogenia ad aver snaturato il proprio significato, sono i fotografi a scegliere le scorciatoie più facili, banali e senza imprevisti ( esclusi i presenti, come si suol dire…..)

        • attribuisci ai fotografi un potere che non abbiamo più. quasi più. conta molto di più chi la fotografia la usa, rispetto a chi la fa, la pensa e ne elabora il linguaggio. se ti esponi sei un bersaglio facile. un discorso complicato…

          • Sono daccordo con Efrem, vedo, oggi, la fotogenia intesa come: bella ragazza fotografata da bravo fotografo, ma poi inevitabilmente ritocatta per finire sulle riviste patinate, non c’è foto di pubblicità che non passi attraverso il beauty, inteso come tecnica di fotoritocco. Di conseguenza la ragazza che si fa fotografare vuole essere “fotogenica” come la modella che ha visto sulla tal rivista, e qui si apre un mondo provetti ritoccatori che piallano alla grandissima… e via imperfezioni di naso, orecchie, nei, collo, tette, culi, etc. etc. con risultati spesso inquietanti.

  3. Il sorriso è una difesa, il simbolo di un’insicurezza. Ti trovi davanti alla macchina fotografica, qualcosa d’innaturale, e d’istinto sorridi. Perchè non sai cosa fare, e ciò che il mondo sembra ricevere “meglio”, senza cioè che la risposta del soggetto alla macchina fotografica possa generare un qualsiasi “disturbo” nel pubblico che guarderà la foto, è il sorriso. La buona disposizione. Il desiderio di venire bene in foto e non ultimo il desiderio di essere percepiti come persone felici. Perchè essere tristi è sbagliato, essere enigmatici è strano, e così via. E allora via con il buonismo, con le maschere, tutte manifestazioni di paura… Io in foto sorrido solo quando il sorriso ce l’ho dentro, e tu lo sai bene!

    • nulla contro il desiderio di venire bene in foto. che la foto resta. ed è tragicamente statica in certi casi.
      ah certo! si vede bene quando sorridi… le tue self sono un termometro credo. basta guardarle.
      ecco… forse parliamo dello stesso sorriso. che c’entra niente col formaggio di rigore.

  4. Concordo.
    Diciamo che occorrerebbe discernere il falso dal vero. Sono tante false pure molte espressioni imbronciate.
    Si può accettare il sorriso un po’ impostato di chi credere di dare il meglio di sé davanti all’obiettivo: il sorriso è probabilmente tirato, falso, l’intenzione vera e pure tanto tenera, anche se probabilmente condizionata, ma in tal caso l’iniziativa verrebbe da chi è ritratto, non da chi fotografa. Costui non può che raccogliere l’imbarazzante pudore del fotografato, restituendo in fondo parte di lui.
    Altra cosa, come dici, è quella di voler far sorridere, illudendosi di aver davanti persone che sorridono nell’animo.
    Beh, poi, certi consigli in rete…sì, sanno di groviera. Pure coi buchi.
    Ciao Efrem! (ora non la metto la faccina con i due punti e la parentesi chiusa, ok??)

  5. Se non ricordo male, pronunciare cheese, nelle popolazioni inglesi o comunque anglosassoni porta, per via della conformazione di non so cosa (bocca o altre parti anatomiche che non ricordo) a fare una spece di sorriso, dovrebbere essere nato da lì il termine.

      • stavolta vorrei spaccare il capello. Sono d’accordo con l’aborrire il sorriso standard, ovviamente. Però l’imposizione opposta mi sa di altrettanta forzatura…certo se hai solo il tempo di un paio di scatti sì, serve a chiarire subito. L’ideale è quando c’è il tempo di far emergere un sorriso sensato…quello mica lo rifiuterai?
        e poi…c’è la questione, che riguarda però più la moda che il ritratto, che da almeno una quindicina di anni il sorriso è diventato un tabù….è di rigore l’incazzatura…ma oramai non si regge più! scusa se ho divagato…..

        • non hai divagato per niente! anzi sono assolutamente d’accordo… ma che cazzo hanno da essere tutte così incazzate le modelle? me lo son sempre chiesto.
          a me il riso piace… il sorriso pure… gli occhi brillano di altra luce. il cheese no. è stereotipato quanto l’incazzato. e poi io provoco, dai…

      • credo valga lo stesso, siamo noi italiani a non avere avuto fantasia, ovvero trovare un termine italiano che faccia fare una smorfia di sorriso…

          • sicuramente, ma in altre lingue (non so di preciso per lo spagnolo), se non dico una fesseria, dove c’è molto meno gestualità nell’esprimersi, come le lingue anglosassoni, con tutte quelle consonanti attaccate, per forza ti vengono smorfie. Il mio era un intervento squisitamente tecnico/linguistico (per quanto ne sappia poco).

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