LA PETITE MORT, by Dana de Luca.

Conosco Dana de Luca da un paio d’anni.
Il suo lavoro mi ha interessato da subito… perché fa una fotografia densa, intelligente (mica segaiola), che va dritta al motivo originario. Quello che ha a che fare con la necessità di fotografare. Anche fosse momentanea.
Quasi punk in certi percorsi. E come ciò che è punk, sa essere anche delicata.
Questo suo libro, La petite mort, mi dà la soddisfazione di scriverne qui.
Uso la formula dell’intervista, che è più diretta. E poi così parla lei, non io che non sono un critico. Solo un suo estimatore.
Prima un piccolo estratto, direttamente dalla mia copia. Che ho comperato.
Perché è buona norma farlo soprattutto con gli amici e con chi si stima,  mica tirare sempre alla copia omaggio.
Stop.

© Dana de Luca. All rights reserved.

E.R. Parlaci del lavoro Dana, quando e perché ha inizio, se ha un perché…
Dana de Luca. Il lavoro nasce perché sono curiosa.
Nel 2007, cercando spunti in rete per un nuovo lavoro, scopro di youporn e della nuova pornografia amatoriale e la sua estetica.
Clicco ed inizio a guardarmi quei brevi video con commenti inclusi, buffi e paradossali perché erano sia di tipo tecnico formale (sul taglio dell’inquadratura, sul ritmo) sia sul contenuto.
Youporn era nato da poco (nel 2006, credo), lo streaming si interrompeva di continuo, lasciando emergere espressioni interessanti, intense anche drammatiche. Iniziai a fotografare quei video sul mio monitor, perché era come se questo congelamento di un flusso di immagini  mi restituisse un’essenza erotica e anche poetica che il linguaggio pornografico per antonomasia non mira a mostrare. O forse ciò era dovuto al fatto che si trattava di filmati amatoriali, gente comune che provava a farsi il suo filmino porno, in solitario o in coppia, ma senza una professionalità tecnica ed interpretativa, e ciò che trasmetteva (o forse io vi leggevo), al di là del loro piccolo esibizionismo, era una solitudine carnale, impalpabile, corpi nudi sì, ma assenti, smaterializzati dai pixel e dal monitor.

Vuoi dire che queste sono fotografie prodotte direttamente dal monitor, cioè senza fotocamera?
No. Io i video me li son visti sul monitor del mio computer attraverso il mirino della fotocamera e scattando. Ho compiuto un gesto artistico vicino all’Appropriation Art, credo, anche se allora non era stato intenzionale: mi sono appropriata di materiale già esistente, i video, trasformandolo secondo la mia visione e tecnica; in una certa forma ho alchimizzato quel materiale precedente.

Le tue immagini sono soprattutto dettagli: porzioni di un insieme che hai sottratto. Perché così addosso? Dentro direi… ha a che fare col titolo del libro? E cos’è la petite mort?
Sai, le immagini sono tratte da video che hanno una durata media di tre minuti. Non c’è tempo per profondità di campo, narrazioni spaziali. C’è tempo solo per il corpo, per la carne che freme … e sì che sta per giungere ad una “piccola morte”.
Susan Sontag  dice “What pornography is really about, ultimately, isn’t sex but death”.

Non è sesso ma morte… Intendi dire che La petite mort, questo tuo lavoro che a mio avviso ha un grande respiro, non è estendibile ad altra dimensione se non quella pornografica?
Non conosco il contesto in cui la Sontag esprime questo suo concetto. Ti confesso che ho preso la citazione perché contiene tre termini connessi con il mio lavoro: pornografia, sesso, morte. La dimensione pornografica è la fonte da cui nasce “la petite mort”, ma il gesto interpretativo riscrive le immagini in un altro orizzonte, in cui la coppia Eros -Thanatos non viene sacrificata, mentre la pornografia, come linguaggio in sé totalizzante uccide sempre uno dei due.
Sulla scelta del titolo, “la petite mort”, è comunque stata successiva al lavoro. Inizialmente lo avevo chiamato “net porn”, poi leggendo su Georges Bataille, vengo a conoscenza di questa metafora francese e l’ho adottata perché indica sì l’orgasmo ma anche lo stato nel quale ci si sente quando se ne fa esperienza, come un oblio di sé. Roland Barthes, invece, parla de “la petite mort” come di quel sentimento che si dovrebbe sentire quando si legge una grande opera di letteratura…
E inoltre ci trovavo una relazione anche con il mio gesto artistico di “appropriazione”, se vuoi, perché quei frames di un flusso in divenire (il video) che diventavano, morendo, le mie fotografie, erano delle piccole morti.

Lo ritieni concluso?
Penso che il progetto sia terminato, ma non ne ho la certezza piena, perché non ha una storia narrativa lineare, con un suo punto d’arrivo, finale, pittosto è vicino ad una poesia in versi liberi. Potrei aggiungerne altri, ma dovrei tornare a vedermi un po’ di filmati porno… o forse combinarlo con altre soluzioni… mah, vedremo…

Hai usato il crowdfunding come sistema di pubblicazione, sempre più diffuso: ci dici perché e come funziona?
L’anno scorso sono stata selezionata fra i portfolio de “Le Journal de la photographie” e poco tempo dopo sono stata contattata da Silvana Davanzo, dell’agenzia Kisskissbankbank, che mi chiese se poteva interessarmi il crowdfunding per la realizzazione di futuri progetti (libro o esposizione) con il lavoro. E perché non provare, mi son detta …  Il crowdfunding è una raccolta collettiva di fondi per finanziarsi un progetto; le agenzie sono intermediari che si pigliano la loro commissione, quindi si può anche imparare a farne a meno, poiché il lavoro lo devi fare TU: tu che stabilisci quanto budget ti serve per concretizzare la tua idea, tu che crei la tua campagna promozionale, e sei sempre tu che stabilisci un rapporto di do ut des con i tuoi finanziatori, contribuenti. E poi sei tu che devi parlarne con parenti, conoscenti, amici, reali e virtuali,  far circolare la voce,  usare il passaparola e ogni piattaforma possibile per diffondere la tua campagna e raccogliere nell’arco di un tempo fissato (di solito 30 o 60 giorni) la somma che hai stabilito. E’ stata una bella esperienza con me stessa e con gli altri, perché l’autopromozione è uno dei compiti che più mi costa ma ho dovuto imparare, e inoltre è stato gratificante riscontrare la fiducia di persone che per la maggior parte conoscono me ed il mio lavoro virtualmente, attraverso facebook, che ho usato per condividere la campagna e raccogliere i soldi. Ed è andata a buon fine, il budget è stato raggiunto e il libro è stato stampato in edizione limitata di 100 copie.

In pratica l’agenzia è solo un garante dei fondi raccolti, mi sembra di capire… o fa dell’altro? La somma viene prestabilita sulla base di cosa? Quali sono le voci che concorrono? Anche la tiratura è stata una tua decisione?
Esatto, garantisce i fondi raccolti e ti sollecita a portare a termine la campagna perché se non raggiungi la somma prestabilita, l’agenzia devolve le varie quote raccolte… oltre a ciò, qualche suggerimento di marketing e un po’ di visibilità sulla sua homepage… e basta.
La somma la stabilisci tu sulla base dei costi di produzione che hai previsto, e quindi nel mio caso, le voci di spesa principale erano lo stampatore, le spese di spedizione in Italia e all’estero e quelle per le stampe fine art da donare a chi contribuiva con una certa quota.
Il libro è stato stampato in digitale che ha costi contenuti rispetto alla stampa off-set e ti permette di stampare in tiratura limitata. La scelta di ridurla a sole 100 copie è stata mia e del mio portafoglio.

Hai ancora delle copie a disposizione o la tiratura è mirata sul numero di prenotazioni?
Sì ci sono ancora copie a disposizione, ma non c’è ancora stata una presentazione pubblica del libro, e la stiamo organizzando per il 12 giugno alla galleria Nobili di Milano, Via Marsala 4.
Chi fosse interessato ad averne una copia può scrivermi alla mia mail: dhanazdeluca@gmail.com, garantisco una risposta tempestiva con tutte le informazioni richieste.

Ultima cosa: i libri sono roba a parte… non sono una gallery di immagini, non sono un catalogo. La grafica ha il suo peso. Così come i testi. Il rapporto con entrambe le cose in questa tua opera, ce lo spieghi?
Mi piace la filosofia che il designer giapponese Kohei Sigura applica ad un libro: l’uno nel molteplice, il molteplice nell’uno (one in many, many in one). Non bastano le immagini a fare un libro fotografico, ci sono una molteplicità di altri elementi costituitivi, fisici ed anche astratti, formali: un libro ha una suo corpo grafico, un  ritmo, un colore, una carta, una tiratura, una sua letteratura, etc.
Nel mio libro non c’è un’autobiografia né una sinopsi. Ci sono due testi, uno di prosa poetica, di Ianus Pravo, e uno critico, di Giorgio Bonomi. I testi li ho voluti come epilogo affinché il lettore entri nella dimensione visuale senza ancoraggi intellettuali; soltanto alla fine, ricollocando il libro nella sua verticalità, si leggono le parole, prima poetiche poi critiche.

Ultima ultima… cos’è per te la fotografia?
Non il fine della mia vita, ma uno strumento, un linguaggio per raccontare e raccontarmi; prima è avvenuto attraverso il teatro ora con la fotografia, poi… chi lo sa.
Magari il silenzio …

 © Efrem Raimondi. All rights reserved.

LA PETITE MORT. Pubblicato in edizione di 100 copie, aprile 2013.
78 pagine, brossura con alette, 15 x 21 cm.

20 thoughts on “LA PETITE MORT, by Dana de Luca.

  1. Mi piace molto il lavoro di Dana e trovo molto interessante il dibattito che si è sviluppato. Mi fa venire in mente “L’avventura di un fotografo”, il racconto di Calvino in cui il protagonista, esauriti i soggetti, inizia a fotografare le fotografie. Spesso (nel mio caso quasi sempre) si fanno fotografie a partire da quello che qualcun altro fa o ha fatto: forse la fotografia è appropriation art per eccellenza, in fondo una foto è un piccolo furto (magari non lo è nel caso di un autoritratto).

      • Grazie Giancarlo! sì, sono d’accordo, la fotografia è appropriation art, ma forse perché è l’arte che è appropriation, mi sa…
        (mi vien da estendere il concetto anche al mito, ed alle numerose riscritture (visuali) che si son fatte nel tempo di vari episodi mitologici,ma poi mi ci perdo…)

  2. interessante articolo vilma, il tuo… molto. quanto a questo lavoro di dana, pur non avendo idea dell’originale, il video cioè, immagino che l’immagine restituita sia completamente altra roba. ma proprio altra. che poi, anche fosse stata realizzata attraverso la funzione foto del monitor, e non con la fotocamera com’è stato, non avrebbe cambiato la questione: l’intervento a posteriore avrebbe rimesso tutto a posto. quanto alla appropriation art di cui parli, a me il dubbio resta sempre… anni fa, omar ronda prese delle mie immagini, delle cover realizzate per un magazine, e ne fece roba sua. lavorandoci e restituendo altro. a essere sincero l’operazione non mi convinse allora e non mi convince adesso.

    • ovviamente il mio discorso sulla appropriation art era di carattere generale, è evidente che dana ha compiuto un intervento trasformativo in grado di mutare l’opera originale in altro, non fosse che per l’alterazione derivante dall’abolizione del movimento (a parte il fatto che non credo che i filmini amatoriali di youporn siano coperti da copyright) .
      quanto a omar ronda, è, come tu saprai, il fondatore di un curioso movimento di cui ho scritto anni fa, la cracking art,
      http://www.artonweb.it/artemoderna/artedopo60/articolo19.htm
      da lui ho ricevuto per un periodo immagini sulla sua attività artistica. una di queste immagini l’ho pubblicata qui, visto che scrivevo di sgarbi, suo mentore:
      http://www.artonweb.it/arteartonweb/articolo70.html
      non saprei dire quanti/chi convince omar ronda, bisognerebbe chiederlo a sgarbi.

  3. la foto di una foto, o di un fotogramma, appropriation art, ci ho scritto una breve pagina, tempo fa.
    autocito: palese l’intenzione provocatoria attuata con lo stravolgimento degli elementi culturali conosciuti, rinegoziando il concetto di autenticità ed unicità dell’immagine (pensando a sherry levine).
    presa di distanza, ricerca di neutralità, di imparzialità nell’osservazione ed anonimità nella elaborazione, sublimazione di un certo  voyeurismo intellettuale.
    la procedura congela l’azione, evita il contatto diretto col soggetto (o non piuttosto l’oggetto?), la mediazione riscrive l’emozione, l’alchimia avviene attraverso la decontestualizzazione, l’immagine fotografica cessa di essere pornografia perchè passa attraverso una diversa visione e una diversa tecnica, perché non si trova più in youporn ma in un elegante volume fotografico.
    ma l’appropriazione’ è un furto o un prestito o un plagio?
    si tratta di arte o di violazione del copyright (vedi il “fair use”)?
    che cosa differenzia l’immagine originale da quella rifotografata (se non la sola intenzione di chi scatta)?

    • Vilma, grazie per queste interrogazioni che mi (e ci) poni…
      io ritengo che diviene furto e quindi plagio e quindi violazione di copyright quando non sono in grado di apportare un nuovo strato di senso a ciò di cui mi approprio. E’ l’abilità nel saper creare una stratificazione di senso a partire da una matrice, vicina o lontana nel tempo, che chiamerei gesto artistico. Su cosa differenzia un’immagine originale da quella rifotografata, ah! c’è da chiedersi se l’immagine sia ontologicamente originale e pare che sia una domanda che ci portiamo dietro da secoli: se ne discute da Platone ! :))

    • Il mio (ma anche il tuo, il nostro) sguardo occidentale è intriso di un patrimonio visuale pregnante, per cui i riferimenti ad esso, sia espliciti che non, non possono essere esenti. non ci è concesso uno sguardo vergine…

  4. Molto belle queste immagini e anche ció che Dana dice. Ma c’è un motivo artistico o anche diverso per cui sono solo donne il soggetto?

    • Grazie Diletta. Nel libro c’è anche qualche uomo, ma la maggior parte, è pur vero, la occupa la figura femminile. Recentemente ho letto che l’85% dei corpi nudi nell’arte è donna! Comunque la mia , più che una scelta estetica, è stata dettata da un’oggettività della fonte su cui ho lavorato, per la quale il corpo femminile è costituitivo del suo essere. La stessa parola “pornografia” significa scrivere sul corpo della porné, prostituita …
      So che si sta divulgando anche una pornografia fatta da donne ma non ho ancora approfondito.

  5. Che dire: parbleu!!!! Per usare un giusto francesismo. Raramente ho letto un autore raccontarsi così bene, senza cadere in spiegazioni didascaliche. E’ vero: la fotografia non è che un linguaggio, e sono molti coloro che dovrebbero smetterla di trattarla come un’arte arcaica legata solo alle belle stampe, alla carta sofisticata o alle tirature limitate. Siamo ormai oltre e non a causa dei mezzi (tecnologici), siamo oltre con la mente. Questo lavoro è la dimostrazione che non esistono confini se c’è qualcosa di interessante da dire. Quei confini dettati, appunto, dalla miriade di regole che gestisce l’universo “fotografia” e che, se applicate con sudditanza, sortiscono la morte della fotografia stessa. Conosco personalmente Dana e ho partecipato anche io, nel mio piccolo, alla realizzazione fisica del suo lavoro. E’ una donna (ma non nel senso di genere, e il suo sguardo lo testimonia) coraggiosa oltre che curiosa, perché si pone di fronte al fotografare senza filtri, con una spontaneità che non è d’uso vedere. “La petite mort” è un rito di passaggio e assieme di sopravvivenza. Si aprono gli occhi e tutto, attorno a noi, pulsa al ritmo basso del cuore appagato. E poi, forse, sarà il silenzio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *