Io fotografo in italiano

V

Io fotografo in italiano.
E rivendico il mio idioma. Che è cifra espressiva.
L’immagine non nasce in un limbo etereo, in una volta celeste che in quanto tale non ha confini… nasce sotto, a terra, dove le cose hanno una dialettica subordinata. Si mischiano anche, ma i percorsi sono molto accidentati. E si fa i conti con i confini.
Che non sono tanto prodotto della geografia politica, disegnati e ridisegnati da una Yalta qualsiasi… sono culturali, religiosi, sociali.
E anche ideologici. Tutta farina del nostro cranio e della nostra bile.
Della nostra storia.
Della nostra idiozia e intolleranza, anche. Ma questo è.
E non è negandolo che si favorisce una dialettica, semmai si alimenta la confusione: la diversità è un patrimonio, e l’arte la sintesi massima attraverso la quale esprimerla.

È minato ‘sto post, cammino sulle uova…
Sto parlando del produrre fotografia. Che non coincide col leggerla, anche se la lingua sembra la stessa. Apparentemente…
Si dice che la fotografia in quanto immagine e non avendo bisogno quindi  della parola per esprimersi, sia scevra da incomprensione e da equivoci tipici della lingua. E chiunque, di conseguenza, è in grado di capire.
Ah sì? E allora anche di fare, senza inciampo se hai letto il libretto d’istruzioni.
La fotografia non sarà parola. Ma è fortemente linguaggio.
E il linguaggio non è scevro da niente.
Fotografare significa usarlo ‘sto linguaggio: e allora quale?
Com’è che si dice quando si ha proprietà di una lingua? Che si pensa in quella lingua.
E la fotografia perché mai dovrebbe fare eccezione?
Esiste un pensare avulso quando girovaghi con la fotocamera?
Esiste quando ritrai, con la fotocamera?
Esiste quando sbiotti a destra e a manca, con la fotocamera?
Esiste quando ti illumini di landscape, con la fotocamera?
Probabilmente avulso solo quando l’unico centro della tua attenzione sei tu medesimo… avulso sì, in un selfie narcotizzante.
Che se di biottitudine poi si vanta, narcotizza anche gli altri, noi che un’occhiata comunque la buttiamo. E voyeuristicamente ci attardiamo.

Una lingua povera, produce immagini povere.
Che se però sostenute da un apparato industriale adeguato, diventa egemone. Si legga pure Pop Art, più tutte le sue declinazioni contemporanee.
Una lingua impoverita produce immagini emule.
Non c’è alcuna fotografia internazionale, c’è uno pseudo linguaggio internazionale che produce immagini globalizzate, tendenzialmente uniformi.
Una trappola per chi possiede un patrimonio genetico.
Ogni tanto salta fuori la nuova fotografia… a turno: inglese, olandese, tedesca, cinese… e tutte hanno una forte componente espressiva di riferimento proprio. Che rivendicano.
Mai una italiana. Perché?
A me sembra di vedere molta timidezza.
A me sembra si sia smarrita drammaticità, quella che ha permeato tutta la storia dell’arte italiana. Sino ad arrivare a Sorrentino.
In fotografia boh… produciamo una prosa discreta ma senza un gesto, senza una rivendicazione chiara immediatamente leggibile.
Senza identità non siamo riconoscibili.
Io camminare come gambéro… come dire italiano? Gambero or gambéro?
Ma è lo stesso Joe…
No! Sorry… but it’s not the same: you must respect your language.
Questo non era Ovidio, ma Joe Strummer, con le idee molto chiare.

Ripartirei da I promessi sposi, e da un po’ tutto Pirandello… mi tufferei per ore in Caravaggio e in Mario Giacomelli.
E mica è tornare indietro, tutt’altro… si tratta di capire se abbiamo ancora una lingua in grado di esprimere un linguaggio alto condiviso.
E condivisibile.
Se no moriamo e vaffanculo. Che almeno è una decisione.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

Fotografia:
Valentina Vezzali, nel 2004 al parco della Villa Reale di Monza, per Sport Week magazine.
Pentax 645N con ottica 75 mm.
Film Kodak TRI-X PRO 320
Flash Hensel e luce ambiente.

Assistente Nicole Marnati.

36 thoughts on “Io fotografo in italiano

  1. Certo, un linguaggio alto, e ripartire da I promessi sposi e Pirandello… però senza avere contenuti mi sembra difficile comprendere l’importanza del linguaggio. Ho da poco comprato La Divina commedia proprio per ricominciare, ma non è semplice ricominciare. Qualcuno dice che se hai uno sguardo vai dove vuoi, giusto? Faccio foto da una lunga vita eppure per scoprire se ho una mia identità mi sono obbligato a seguire dei corsi, proprio ora che sono in pensione. Facile dire, e hai certamente ragione, che la lettura dei portfolio è l’unico modo per poter essere considerati, ma per me che ci ho provato sono state soprattutto umiliazioni, mentre non è stato illuminante l’incontro coi papaveri lettori.
    Venerdì sarò alla tua “Lezio magistralis”, spero, perchè quello che dici mi interessa molto, però non parlare dei giorni in Garfagnana solo come tempo di lavoro, perchè io lo considererei un privillegio.
    Francesco

  2. Minato ‘sto post. Attento che ti si piazza qualcuno in cattedra.
    Ritengo che tutti noi si sia un prodotto di più fattori. Io sono cresciuto in montagna, nei boschi, a raccogliere funghi con la mamma, e nei prati inseguito dalle mucche: una prima infanzia selvatica. Poi sono stato immerso in architetture palladiane, luce veneta etc. Viaggiando, studiando e lavorando ho arricchito il patrimonio personale. Fatto di altre scritture, attenzione e sensibilità al prossimo ed al suo linguaggio. Strummer sapeva da dove veniva e ti ha sorpreso con gambero o gambèro, quando loro chiamano tutto “shrimps”. Noi in Italia invece abbiamo i gamberi, ok, ma gli scampi, le mazzancolle e le canòcie non sono la stessa cosa. Noi siamo l’Italia dei comuni, fai duecento chilometri hai un’altra luce, altre visioni. Altri italiani.
    Giacomelli e Ghirri sono figli della campagna che hanno vissuto e amato, sono diventati cosmopoliti poi. Venendo da luoghi che di cosmopolita avevano solo la terra, la nebbia, e il vino rosso. Io quando ho visto Caravaggio e Bernini, dal vivo, mi sono detto, venendo dal territorio del Tiepolo e del Canova: “bravetti anche questi, però”. Perchè abbiamo uno strato impressionante di visivo, che dimentichiamo appena possibile. Siamo convinti che l’America l’abbiamo scoperta noi e la Cina pure, anche se esistevano già. Questo sì, trasuda molta italianità: l’opportunismo, l’appropriazione indebita e il pubblicizzare il pesce di ieri.
    Nella fotografia italiana lavorano gli amici degli amici vendendo shrimps a più non posso. Questo è italiano. E presto avremo qualcuno al banco del pesce a convincerci che gli scampi non esistono. Troppo complesso, troppo complicato: bisogna semplificare per aumentare il consenso.
    Shrimps – I like it – Amico.
    Salàmi.

  3. la lettura portfolio è roba seria e va presa seriamente da ambo le parti… sarebbe più efficace poi farlo, il portfolio. solo che occorre ben più tempo. e a proposito di tempo, francesco, quello fotografico, quello che impegna me che sono fotografo, è un tempo lavorativo. ma non è mica svilente… altrimenti li chiamerei straordinari. che personalmente non so neanche cosa siano. ed è proprio questa condizione che garantisce il mio impegno e nel caso dei giorni in garfagnana, il mio entusiasmo. ma, perdonami, mai un privilegio. se sarai presente venerdì sera sarà un piacere

  4. è complesso, vero. ma semplice: dobbiamo avere più senso critico e un supporto pubblico efficace. mi sembra che difettiamo di entrambi.
    e caravaggio per me è dio :) ciao fabiano!

  5. Camminare sulle uova, ma non le scarpette da calcio.
    Sono d’accordo. Con la fotografia puoi parlare in italuano e farti capire anche da un contadino cinese. Questa la forza, la potenza.
    Un linguaggio universale in questo senso io intendo. Ma con una identità, una sintassi, una, come dici tu, ‘dialettica’.
    Con la fotografia non puoi mentire; se dici cagate tutti lo capiscono, anche on Punjab.
    Anche per questo amo la fotografia.

  6. Molto bella la fotografia a Valentina Vezzali: soliti complimenti!
    Quanto scrivi fa riflettere sull’abuso che si fa della parola fotografia: ci devo pensare

  7. Era questa la parola chiarificatrice che avevo bisogno di sentire: entusiasmo. Mi rendo conto che il termine privilegio è più ambiguo, non intendevo, ad es., quello dei politici ma il potersi dedicare proprio all’attività che ci appassiona, soprattutto se penso al lavoro. Non è per niente scontato per me andare in Garfagnana e respirare aria di fotografia; lo considero un privillegio rispetto alla vita ordinaria e per questo mi aspetto che sia un’opportunità! Stia pure tranquillo il tuo amico, ho troppo bisogno di apprendere per desiderare di piazzarmi sulla tua cattedra.
    Grazie della risposta

  8. una domanda Efrem, i dipinti del Caravaggio, come quelli di tanti altri autori dell’epoca, erano già considerati notevoli nei rispettivi periodi storici? o si son resi necessari dei tempi fisiologici di metabolizzazione prima di essere valorizzati nei giorni nostri?
    la fotografia di oggi? i più “vedono” l’esteriorità…

  9. sai francesco… non credo che fabiano avancini si riferisse a te. e non credo che la cattedra fosse la mia: non avendone non ne vanto :)
    la lectio magistralis è solo una consuetudine verbale; nel mio caso è sproporzionata… mi scappa il sorriso a pensarci

  10. caravaggio assolutamente sì, eligio. però uno storico dell’arte snocciolerebbe anche le committenze… gli assignment come s’usa dire adesso.
    cosa significa vedono l’esteriorità?

  11. “Il parmigiano reggiano è un formaggio molto caratteristico di una regione dell’Italia e, pur essendo presente in tutto il mondo, per lo meno in misura limitata, il suo potenziale commerciale fuori dall’Italia, in zone dominate da altre cucine, è limitato. […..] Invece la Coca-Cola, e più in generale le “cole” di tutte le marche e anche quelle senza nome, è stata facilmente separata dalla sue radici americane, si è adattata pressoché ad ogni cucina [……] e quindi è stata esportata con successo in tutto il mondo”. (‘La globalizzazione del nulla’, George Ritzer, 2005)

    la premessa del tuo post si inserisce in un dibattito apertosi con l’avanzare della globalizzazione, o se vogliamo della McDonaldizzazione, e della successiva crisi delle identità culturali, religiose, sociali delle collettività che, tutte ed in modo diverso, hanno una storia, la loro. Nessun linguaggio è meglio o peggio di un altro, quello verbale, quello visivo, quello gestuale, quello comportamentale….. vanno tutti nella stessa direzione, esprimono tutti lo stesso patrimonio, individuale o collettivo, che giustamente tu definisci addirittura ‘genetico’.
    La globalizzaione, o grobalizzazione, come la definisce George Ritzer (da ‘growth’, ‘crescita’, nella fattispecie del potere, sia politico che economico) è un fenomeno planetario che utilizza in modo distorcente proprio la cultura per accreditarsi credibilità, come si osserva macroscopicamente in architettura dove viene proposto ovunque lo stesso modello progettuale decontestualizzato rispetto alle preesistenze storico-culturali-ambientali, le strutture sostanzialmente indifferenziate di Frank Gehry con i suoi grovigli in titanio o di Hadid con la sua architettura  diagrammatica.
    Tu dici “Non c’è alcuna fotografia internazionale, c’è uno pseudo linguaggio internazionale che produce immagini globalizzate, tendenzialmente uniformi”, è vero, perché non c’è una cultura che possa essere internazionale, la cultura è local, al massimo glocal, mai global.
    “Quello che va demistificato è l’uso che si fa del multiculturalismo per nascondere il terribile dramma dell’uniformazione planetaria……” scrive Serge Latouche, personalmente credo che stiamo percorrendo una via del non ritorno, il nostro paese non potrà più produrre una fotografia italiana se non come espressione isolata ed in un certo senso eroica, troppe ormai le contaminazioni, troppo grandi i giochi di potere, troppo presente un’educazione all’oblio che proietta le nuove generazioni verso un concetto nomade dell’esistenza, verso la “cittadinanza flessibile” di un’umanità perennemente delocalizzata che sceglie l’uniformazione per potersi illudere di essere a casa ovunque.
    E ovunque si trova la coca-cola, non il parmigiano reggiano.

  12. meglio di così non so cosa si potrebbe dire, vilma…
    più mirato se vuoi, non capisco come non ci si renda conto di quanto inespressiva sia certa produzione fotografica. e poi ci si chiede il perché… e la risposta ce l’abbiamo spalancata davanti. ci sono delle oggettive responsabilità che impediscono la crescita e la maturazione del raccontarsi. come non ci riguardasse.
    vedo molte fotografie. poca fotografia

  13. Una volta ad un incontro pubblico, molti anni fa, dicendo che vedevo poche “fotografie”: sorpresi Giacomelli (con sguardo terrorizzato). Poi, visto che il virgolettato non è comprensibile nella lingua parlata, specificai: “degne di tale nome”. E lui respirò sollevato.
    Bisogna tornare ad una ecologia delle fotografie, aumentando il senso critico e l’attenzione al significati. Troppe foto inutili.
    Un comico diceva: “Con questo cosa volevo dire? Non lo so ma ho ragione.”
    Solo questo possiamo notare, molti parlano, non dicono nulla e nessuno (per diverse paure) dice loro di tacere. Se una foto è brutta bisogna dirlo, se una foto è inutile: va detto. Se una foto è sempre uguale perché il fotografo è seduto su sé stesso: va detto. Se in una foto non succede nulla: non è una foto.
    Quanto all’amico Francesco, che si picca il mio intervento fosse rivolto a lui: lo prego di mettersi il cuore in pace. Io ho la vis polemica da quando sono bambino, a tutto campo! Non era lui il soggetto ma solo chi si erge in cattedra appena trova una ribalta, a costo del significato e del valore della discussione.
    Bello l’intervento di Vilma sul nomadismo globale, e sull’architettura improbabile (un’amica la definisce di Mario Bros.), e torniamo all’intervento dei gamberoni: da noi hanno un’infinita di variabili. Per alcuni sono solo shrimps.
    Si, Efrem, vero: Caravaggio era vicino ad essere dio.
    Ciao!

  14. Forse hai ragione, e chiuderei qui, ma se lui definisce “minato ‘sto post” subito dopo il mio commento, che ancora era l’unico, non riesco a vederla diversamente; al massimo poteva riferirsi a uno scenario ipotetico sempre basato, però, su come si stava avviando il dibattito. Io volevo solo chiarire la mia posizione che, riconosco, era interpretabile in senso competitivo o polemico. Ma da parte tua non è stato così.
    Per la “lectio magistralis” non vedo l’ora di esserci.

  15. per la lectio magistralis preparerò un post di orientamento.

    quanto al resto, a tutto il resto, mi preme dire che al linguaggio parlato piuttosto che scritto, deve conseguire quello fotografico. che è dove si misura realmente tutta la faccenda. se no le riflessioni servono a poco. nulla è gratuito

  16. Francesco Antonelli on 26 luglio 2014 at 01:37 said:

    Fabiano Avancini on 26 luglio 2014 at 08:52 said:

    Forse Efrem alle 9.00 non lo aveva ancora pubblicato il tuo intervento, Francesco, e io non lo avevo ancora letto. Sai, molti hanno anche altro da fare.

    Vedila così, e chiudiamola qui.

  17. Dicevamo, appunto: tu fotografi in italiano.
    Ne fai quindi una questione verbale, orale. La fotografia, dominio del visivo, diventa uditivo (cross platform!) attraverso la letteratura, sempre un visivo ma codificato in maniera diversa. Sostanzialmente tu fotografi in italiano per petrarca.
    Giusto?
    Anche io, tendenzialmente, ma credo dipenda molto anche dall’ambiente vissuto, dall’energia dei luoghi (e delle persone, ovviamente) e dalla stratificazione culturale. Semplificando una specie di “gemius loci”.
    Consiglio letture:

    http://www.ibs.it/code/9788843542635/norberg-schulz-christian/genius-loci-paesaggio-ambiente.html

    http://www.ibs.it/code/9788845917103/hillman-james/anima-del-mondo-e.html

    Dicevo in altro post che in Italia fai 200 chilometri e vivi un altro paese, altra cucina, altre salite, pianure, aschitetture. Altri italiani.
    Ed è questo il bello di parlare italiano: ogni luogo ha il suo dialetto, le sue smorfie, le sue facce, le sue cadenze e canzoni.
    Parlare è bello. Capirsi è meglio.
    Un caro saluto.

  18. non conosco i due libri… ti ringrazio per il consiglio fabiano!
    non è tanto al verbale che mi riferisco, quanto a un impianto come prodotto di relazioni comuni. la fotografia resta un fatto visivo, semplicemente non avulso. appunto come dici “l’ambiente vissuto”. e elaborato aggiungerei. uno potrebbe essere muto, ma avere un linguaggio molto ricco. questo la fotografia lo consente.

  19. Mi piace molto il tuo intervento Vilma anche perché così azzeccato e chiaro

  20. @grazie Valeria!
    @Efrem la crisi che la modernità sta attraversando senza che riesca a “fare della crisi un valore” (citando Zevi e/o Baudrillard) è certamente una crisi dei linguaggi, ma è, a monte, una crisi dei parametri di riferimento, dei codici di rappresentazione. Ha ragione Fabiano quando dice “Se una foto è brutta bisogna dirlo, se una foto è inutile: va detto. ecc….”, non a caso pensando a Bateson (credo).
    Ma la difficoltà sta nella impossibilità di definire queste qualità: bello e brutto (o buono e cattivo, “giacché “l’estetica è la madre dell’etica. Le categorie di buono e cattivo sono, in primo luogo e soprattutto, categorie estetiche che precedono le categorie del bene e del male”) non sono concetti assoluti, mutano col tempo, con la cultura, le strutture sociali, le convenzioni, gli usi e i costumi. Oggi non è più possibile riformare il linguaggio, tanto meno valutarne le qualità, se non rifondandolo (non solo in fotografia), se non recuperandone il ‘grado zero’, il punto di partenza privo di retaggio, una scrittura neutra, amodale, asciugata di ogni superfluo, depurata dei preconcetti che fino ad oggi ci hanno guidati nel definire ‘bello’ o ‘brutto’, e che ci illudono di poterlo fare. Penso a Zevi e a Barthes, penso, in architettura, all’intenzione forse fallita del decostruttivismo.
    Per allinearci, si potrebbe parlare di rottamazione, di picconatura, una sorta di demolizione concettuale per “creare una scrittura bianca, liberata da ogni servitù”.
    In questo senso, tu fai pulizia e trovi il tuo grado zero, trovi i tuoi parametri di riferimento quando dici “Io fotografo in italiano”.
    A questo punto però mi chiedo: ma uno che fotografa in italiano ha bisogno di uno che guardi in italiano?

  21. La domanda di Vilma è un trabocchetto: vedere italiano è un limite. Chi vede anche altro ha sempre maggiore misura. Poi, alla fine, siamo fondamentalmente cristiani, e Caravaggio e i suoi contemporanei si trovano all’interno di quei parametri. Come molta fotografia contemporanea.
    “Rinegoziazione” potrebbe essee un termine, utile sempre.
    Hillmann, da qualche parte, non ricordo, affiancava il simbolismo occidentale (triangolo verso l’alto come dio/uomo/cielo etc e verso il basso come donna/terra/materia) eternamente contrapposto:

    http://1.bp.blogspot.com/-lCEda48DfCQ/UQMWs2JjkaI/AAAAAAAAAY8/yiedsO-X4KM/s1600/sello-de-salomon-estrella-de-david-16021.jpg

    dove il differenziale produce energia, nella contrapposizione dialettica degli elementi, all’altro simbolo contenente pari significati ma in un ambiente armonico:

    http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/17/Yin_yang.svg/200px-Yin_yang.svg.png

    dove l’armonia del cerchio contiene tutto. Questo è il vero scontro di civiltà in atto oggi, chi ha percepito l’armonia può vederla nelle foto. Chi ha vissuto solo la contrapposizione, l’antagonismo: ha un filtro (e viceversa). Che sia italiano o cristiano poco cambia: è un filtro.
    La rinegoziazione è necessaria alla luce delle nuove conoscenze.

  22. Efrem, non pensi che un fattore determinante sulla (non)fotografia italiana possa essere il contesto storico-politico? Giacomelli, Caravaggio, son prosperati in epoche in cui, tra la rinascita del dopoguerra, o le alte committenze da reinterpretare ereticamente, il terreno era fertile.
    A me pare che in questo momento qualsiasi paese abbia un terreno storico-politico più favorevole di questa Italia che ha finito anche la frutta.

  23. in genere i momenti di crisi producono più senso critico… maggiore capacità espressiva… quelli là hanno attraversato guerre, pestilenze, invasioni, processi e galera… fughe. stenti, dittature, fame ecc. ma avevano fame. e non era il successo l’obiettivo. magari l’immortalità.
    qua sembra di stare in un purgatorio. e invece dovrebbe essere rivolta. e la fotografia non dovrebbe essere esente. anche semplicemente facendola per davvero.
    non vedo, se non raramente, alcun gesto davvero forte. comincio a pensare male sullo stato della produzione. anche se diverse photo editor mi dicono che no, che è pieno di talenti. io non ho lo stesso punto di vista privilegiato. forse per questo vedo qualcosa di veramente straordinario molto di rado. che non fa generazione.

  24. ciao efrem, riporto la mia esperienza per porre alcune domande a cui forse vilma ha già risposto. da circa sei mesi mi sono addentrato nell’universo fotografico intraprendendo un “percorso più lungo del workshop” (come dici tu in uno dei precedenti post) con un tuo caro collega/amico. prima di cominciare ho sperperato una piccola fortuna in attrezzature fotografiche, proprio come fanno il 90% dei “photographer” che troviamo navigando in internet. oggi non ho più nulla, ho regalato tutto rimpiazzando lo spazio che occupavano le chincaglierie digitali con decine di volumi, monografie, libri fotografici, anche e soprattutto non fotografici e un’analogica, con cui cerco di portare a termine, di volta in volta, il “compito” mensile. mi sono “tuffato” in questo bellissimo mondo con molto entusiasmo, felice di sentirmi un pochino meno ignorante in materia ma ultimamente questo entusiasmo si sta traformando in un senso di “vuoto”. lo stesso senso di vuoto che si prova quando, visitando una mostra, ti rendi conto di essere l’unico italiano, a volte solo l’unico. quando cerchi lo scaffale “fotografia” in libreria e ti rispondono che è stato rimosso o, se c’è, ci trovi una decina di copie di “bella belen”. quando per acquistare un libro di richard avedon devi farti centinaia di chilometri per andare a roma o a milano. quando trovi in una libreria dell’usato una copia di “portraits” di avedon venduta per 20 euro, la stessa copia che stavi contrattando con un antiquario americano per un valore dieci volte superiore. perchè lì sanno chi è questo richard avedon. quando ti addentri nei meandri di internet e scopri che dei veri e propri incapaci sconosciuti propongono workshop o lezioni online “per migliorare il ritocco con photoshop”. potrei continuare all’infinito ma penso di averti/vi già stancato risultando forse banale e scontato. come banale e scontata potrà sembrarvi questa domanda: non pensate che la fotografia, in italia, sia un pochino troppo elitaria? una forma d’arte riservata ad un gruppo ristretto di snob-intellettuali? non pensate che anche i semplici “corsi base” debbano essere autorizzati e regolamentati obbligando ad includere, per almeno la metà della loro durata, delle lezioni di storia della fotografia? forse creando una cultura fotografica più diffusa le mostre si riempirebbero, internet si libererebbe di qualche improbabile blog, magari verrebbe venduta anche qualche fotografia, magari la richiesta del mercato farebbe anche innalzare la qualità dell’editoria tradizionale, quell’editoria che oggi, per citare giovanni gastel, “attraversa una terribile crisi finanziaria…chiamano noi perchè così vanno sul sicuro”.
    magari…forse…sono tutte domande a cui non sono in grado di dare una risposta…ma forse ha ragione ancora una volta vilma : “credo che stiamo percorrendo una via del non ritorno”. peccato.
    p.s. non ho ambizioni di alcun tipo, il mio non è uno sfogo di chi punta a diventare fotografo. il mio “percorso di studio” è finalizzato ad un arricchimento puramente personale. i miei negativi rimangono ben rinchiusi in una cartellina.

  25. be’, l’ignoranza ha un vantaggio: trovi portraits a 20 €. a me è capitata una cosa simile con 6 superleggera, originali, di giò ponti… un mercatino le aveva in un angolo e vendeva il lotto per l’equivalente di 100 €. e nessuno se le filava. quindi: la fotografia in italia non solo non è per niente élitaria, ma anzi lo è poco. leggevo da qualche parte un report della camera di commercio di milano che indicava l’ambito didattico l’unico in crecita. fortemente in crescita. e il risultato qual’è? non è dato di sapere. purtroppo è dato di vedere. abbiamo bisogno di una élite vera che metta intelletto e capacità a disposizione. a fronte di proporzionato compenso. e questo è un altro scoglio. ma non credere, non ti troveresti d’emblée l’internet che auspichi, né le mostre piene – ma alcune lo sono – né tantomeno un’editoria periodica rifiorita… ci vuole tempo: il danno che ha creato l’uso demagogico, populista e speculativo del digitale è enorme. altro che democrazia digitale. demagogia digitale, appunto

  26. Bel termine: “demagogia digitale”. Io l’ho sempre chiamato iconoclasma, perché l’abbiamo subìto, prima di renderci conto che era una nuova forma di democrazia.
    Il mercato è pieno di talenti, vero, è che non li pagano. Quindi se ne presentano di nuovi che hanno fatto debiti per acquistare “il digitale” e poi sono alla canna del gas per ripagarlo, e loro li sfruttano. Elementare Watson. :D
    Recentemente un cliente, un magazine, mi ha detto che in una circolare interna il direttore ha “consigliato” l’uso di quattro agenzie con cui hanno un contratto di fornitura annuale (Ansa, Getty, Contrasto, LaPresse), e di non comprare più direttamente dai fotografi, quelli il cui talento è pagato a 270 giorni e che devono rinegoziare settimanalmente il contratto di fornitura annuale col benzinaio.
    Questo forse risponde a chi pensa che la fotografia in italia sia una elite. Ma è una elite economica, commerciale, mica altro. Cash, finchè dura.
    Ovvio che l’autocelebrazione (ed in Italia siamo maestri) è alla base di tutto: il branding. Ed il turnover dei talenti nelle agenzie e nei giornali ci danno la misura della crisi che l’Italia sta vivendo. È una crisi di contenuti. Internet divora contenuti e ha imposto l’iperproduzione dissennata sfociata in demagogia digitale.

    P.s. Avevo fatto un intervento che non vedo pubblicato, l’avrò perso nei meandri del browser dimenticandomi di postarlo! Amen, era sempre lo steso concetto, una preghiera: facciamo più foto degne di tale nome e interroghiamoci se non sono capite. Basta autori autistici e autoreferenziali che passano al bianoenero poi al colore poi al biancoenero poi al colore sempre e solo per dirci che il “drama” è fondamentale nella vita di tutti noi. Siamo italiani, e sappiamo anche ridere.
    A bien.

  27. @fabiano, sai che non lo trovo proprio l’intervento fantasma?
    sì. questi contratti sono in essere da un po’. e sono capestro. per i fotografi, solo per i fotografi

  28. @fabiano @ermes si si, sono d’accordo con voi! mi sono espresso male. la mia non era è una considerazione (perchè non sono all’altezza di criticare) rivolta alla categoria dei fotografi professionisti ma al “contorno”. quel contorno che evidentemente non è in grado di riconoscere un “proporzionato compenso” a chi deve “pagare settimanalmente la benzina”.
    ripeto, non voleva essere una critica, ho semplicemente posto delle domande per cercare di capire un pochino di più questo variegato universo. e soprattutto non me ne viene nulla, se non un lauto risparmio nell’acquisto di pubblicazioni ormai rarissime.

  29. scusami, ho scritto @ermes, forse è più corretto @efrem…sarà che con tutto questo scambio di messaggi…basta! smetto di scrivere! se queste sono le conseguenze mi limiterò a leggere e riflettere. :-)

  30. per quel che mi riguarda ti sei espresso benissimo paolo. e ho capito bene che erano domande le tue, senza alcuna intenzione polemica… credo di avere detto la mia in modo altrettanto chiaro :)

  31. @ Paolo, io apprezzo chi ama la fotografia sopra tutto, anche sopra la macchina che serve per farla o il mezzo che si usa per diffonderla. Non dimentichiamoci del saggio che indica la luna, molti guardano il dito, tu la luna. Tutta salute.
    Stavamo parlando di quelli che hanno la faccia come il c…?
    Siamo alla frutta.

    http://www.quifinanza.it/8734/lavoro/bando-ministero-Mibact-offre-lavoro-artisti-gratis-con-spese-a-carico.html?refresh_ce

    “Scopo dell’iniziativa – si legge nell’avviso – è di promuovere la creatività italiana”

  32. “cosa significa vedono l’esteriorità?”
    la fotografia (non le fotografie) credo sia la mera rappresentazione dell’interiorità dell’autore. Che può variare. Può essere sincera o bugiarda…non importa. Nasce da li. I più si soffermano alla visione superficiale. Vedere più in la’ richiede tempo, è necessario sforzarsi per capire. Complice il numero di immagini che vengono propinate a gogo oggi. Un’occhiata e via… Forse gioca anche a sfavore quel minimo di preparazione all’argomento fotografia? E tutto ciò anche per chi si ritiene preparato non sa cogliere. Segue l’onda. Ad un pubblico non prettamente “addetto ai lavori” la foto di Henry Cartier Bresson non “arriverà” con la stessa intensità di un dipinto di Picasso ( che peraltro anche diversi dei suoi lavori sono discutibile. Ma questa è un’altra storia). Imparagonabile con un affresco di Caravaggio!
    Riflessione: forse che si usi troppo tecnicismo? quello che sfocia in rituali filosofici.
    Va behh, forse un giorno il turista Japan verrà in Italia per vedere un autore fotografico dei nostri tempi. E solo dopo passerà a vedere la Cappella Sistina

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