Ritratto e parole

© Efrem Raimondi -All Rights Reserved

Ritratto. Chissà cos’è…
E siccome non ne ho la più pallida idea, lo faccio senza pensarci troppo.
Questo durante, mentre ritraggo.

Cioè fotografo.
C’è invece un ambito preciso per la riflessione.
Un ambito temporale: prima e dopo.

Questo vale anche per tutta la fotografia che affrontiamo.

Leggo qua e là una moltitudine di parole intorno al ritratto.
Che dovrebbero qualificare l’intento, la spinta espressiva.
E rendere giustizia all’immagine restituita che altrimenti, pare, vagherebbe per l’etere senza identità alcuna.
Anche in ambito didattico.
Soprattutto in ambito didattico… originale – psicologico – emozionante – oltre le regole (quali?) – empatia – feeling – forte – disincantato – approcciante – contemporaneo – riflessivo – terapeutico – creativo e mi fermo qui.

C’è anche complesso. Ma ho l’impressione che in realtà si debba leggere come difficile.
Qualcuno lo so, aggiungerebbe volentieri gagliardo…

 Questo vale anche per tutta la fotografia che affrontiamo.

Manca una sola parola, un aggettivo fondamentale: semplice.
E questa è la sua vera complessità.

Visto che vale anche per tutta la fotografia che affrontiamo, o con la quale ci relazioniamo, mi viene da chiedere: ma in cosa si distingue allora il ritratto?
In niente.
E allora per essere davvero espressione dell’autore, esattamente come per qualsiasi altro ambito, come lo si affronta?

Esattamente come altrove: facendo fotografia tout court, saltando i condizionamenti di genere.
Non c’è alcuna differenza.
Esistono, vero, alcune specifiche.

Puramente tecniche. Nulla di personale quindi.
Ma come ovunque si usi il linguaggio, sono manipolabili.
E questo sì è personale.
Se le conosciamo, non ci costringono.
Se non le conosciamo siamo fottuti. E nell’etere ci finiamo noi.

Quando ho visto la mostra di Robert Frank alla galleria Forma Meravigli, ho pensato che sarebbe stato ideale occupare lo spazio e fare una vera lezione sull’esposizione.
Perché quella fotografia, a leggerla davvero, dichiarava inequivocabilmente l’idea che della luce, della sua traduzione, Frank aveva.
E ne disponeva a piacimento.
Senza mediazione. Senza equivoco. Senza tentennamenti.
Diversamente, ci avrebbe restituito altro.
Diversamente, restituiremmo altro.
E questa sì è una lezione. Questa sì è una regola.
E ci si mette due ore a trovare il bandolo della matassa: due ore appena per cominciare a orientarsi.
Poi te la giochi.

Altro che la Regola dei Terzi!
Prima di aprire il mio account Facebook nel 2010, non sapevo neanche cos’era la Regola dei Terzi. Giuro.
Non ero preoccupato. Solo incuriosito da certa veemenza social intorno a un margine che non delimita nulla di sostanziale.
Questo non è l’elogio dell’ignoranza… solo delle priorità.
E della sostanza che delinea concretamente un percorso, una visione.

Due cose per chiudere: la regola dei terzi la ignoro tutt’ora e il ritratto è affrontabile senza alcuna isteria. O pregiudizio.
Ma anche nei workshop e in qualunque altra sede, sul ritratto, ma cosa raccontiamo?

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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29 thoughts on “Ritratto e parole

  1. Conosco sola la regola di me che per sua natura è irregolare e mutevole ;) . Condivido, grazie

  2. La regola dei terzi, se la conosci la eviti
    Mi sono soffermato su questo invece: “Esistono, vero, alcune specifiche.
    Puramente tecniche. Nulla di personale quindi.
    Ma come ovunque si usi il linguaggio, sono manipolabili.
    E questo sì è personale.
    Se le conosciamo, non ci costringono.
    Se non le conosciamo siamo fottuti. E nell’etere ci finiamo noi”

    Quindi esiste una libertà di linguaggio che vada oltre le regole scritte e che possa essere accettata in quanto soggettiva? Intendi questo? Buon Giovedì a te

  3. Il problema è che ci sono caratteristiche che distinguono il buon ritratto, il grande ritratto e il pessimo. Non si può girargli intorno e chi lo insegna ha delle responsabilità. Ho frequentato due workshop che mi sono apparsi triti: sempre le stesse banalità. Quindi giusto, cosa raccontiamo? Cosa raccontate?

  4. non sempre è sufficiente janis. la fotografia, non ci pensa, ma è anche disciplina. ferrea. la differenza sei tu a farla. dopo

  5. Illuminante, come sempre!
    Grazie Efrem.

    Spulciavo il pdf dei WS. Ho notato MAXXI, 9 Giugno.
    Forse quella riesco a farla…

  6. ci sono regole che determinano in modo sostanziale l’esito, Fabio. la loro conoscenza permette la tua manipolazione e qui risiede la cifra espressiva.
    col ritratto spesso siamo inibiti… invece dovremmo affrontarlo con lo stesso spirito di qualsiasi altro percorso: è fotografia che stiamo facendo, non la sottolineatura di un genere, qualsiasi esso sia.
    la libertà di linguaggio, la sua leggerezza e potenza, dipende da questo: se espresse praticamente, se restituite senza ottolineatura, qualsiasi “regola” non si nota. e puoi procedere. ciao!

  7. certo Giorgio, c’è una scala di valori. ma come dicevo a Fabio, l’inibizione è il vero limite.
    e il feeling c’entra un cazzo. quanto al cosa raccontare, ognuno ci mette la propria facia. e il proprio percorso. perché ciò che si è fatto e si fa non è eludibile dalla valutazione sulla resa che un percorso didattico può dare. personalmente racconto il mio punto di vista: prendere o lasciare

  8. grazie! spero che risultino anche utili a qualcuno max. se no sarebbe come girare sempre intorno al proprio ombelico. e non è bello

  9. quello del maxxi però, Nicola, non è un workshop… ma una lectio. due piani diversi insomma. e comunque sarà, spero, una buona occasione di definizione. e tante immagini da vedere. perché i fotografi senza fotografia non mi convincono molto…

  10. Ciao Giorgio, tempo fa un (per me e per tanti altri) grande fotografo italiano commentò più o meno in questo modo lo speciale TG1 sulla fotografia italiana: “DA GUARDARE ASSOLUTAMENTE! MEGLIO DI QUALSIASI WORKSHOP”. Anche leggendo fra le righe direi che non c’è da aggiungere altro.

  11. Non ho partecipato mai a un tuo workshop Efrem e sarei veramente curioso di verificare quanto tu dici. Scusa la franchezza ma la delusione è stata cocente. Se guardo ile tue fotografie che intendiamoci mi piacciono molto, mi chiedo come trasmetterle sul piano workshop e rendere utile a chi partecipa un punto di vista così diverso. Mi sa che risolverò solo partecipando

  12. Ciao NNNNAAAA. Non ho visto la cosa di cui parli e neanche so chi è il fotografo che si è espresso così e quindi è difficile esprimermi. Però è vero che c’è una gran confusione

  13. conoscere le regole e poi infrangerle, non sono molto disciplinata, e da autodidatta non credo di conoscerle tutte le regole che altri hanno fissato attraverso la loro esperienza, ne ho letto alcune, come quella che dici della regola dei terzi. Per molto tempo ho temuto che esserne a conosocenza potesse condizionarmi, imbrigliarmi la visione, poi mi è passata, posso leggerne senza per questo sentirmi vincolata, come del resto avviene per molte altre regole della nostra vita normalmente accettate, posso scegliere se farle mie perchè le condivido o trascurarle se non mi appartengono. Possono essere presenti in un certo periodo ed essere messe in discussione in un altro (in questo senso mutevoli); disciplina è una parola che per certi aspetti mi porta a pensare a una certa rigidità che non mi appartiene, a volte penso che sia un difetto, altre volte no. Trovo più interessate quella sorta di “irrequietezza” che mi fa considerare tutto il possibile, un ventaglio di strade sconosciute da percorrere, rispetto a quelle che sai già dove conducono, possiamo come scritto sopra decidere di leggerne alcune, non tutte, se perdo tempo a leggerle tutte posso conoscerne la geografia, ma non sarò mai un viaggiatore con il tempo per viaggiare.

  14. apprezzo la franchezza Giorgio. sempre. solo non trovo nulla di terribile in quello che dici. anzi capisco bene la condizione.
    occhio solo a non generalizzare

  15. la fotografia janas è un modo per potersi raccontare. per poter esprimere la visione che abbiamo: di questo, di quello e di tutto ciò che ci riguarda e intendiamo esprimere. più conosciamo gli strumenti che usiamo, più saremo precisi nell’esposizione. arrivando anche a coincidere.
    ed è qui che subentra la manipolazione di strumenti e regole che ne permettono l’uso proprio. altrimenti, credo, si rischia di perdere moooolto più tempo dopo alla ricerca di qualcosa che non possiamo trovare. senza controllo non si va da nessuna parte. e soprattutto non sì è in grado di ritornarci. poi naturalmente potrei fare della demagogia e dire che no, che possiamo fregarcene di tutto e vedere l’effetto che fa. personalmente non ho alternative :)

  16. Trovo illuminante una tua risposta: “la fotografia janas è un modo per potersi raccontare. per poter esprimere la visione che abbiamo: di questo, di quello e di tutto ciò che ci riguarda e intendiamo esprimere. più conosciamo gli strumenti che usiamo, più saremo precisi nell’esposizione. arrivando anche a coincidere.”
    Non sempre, aggiungerei, e comunque con poca certezza di poterci riuscire, il tranello sta nel fatto che chi fa e chi giudica del fatto sono la stessa persona.

  17. Buona sera a tutti, leggendo il post mi è venuto da pensare al rapporto che c’e’ fra estetica e fotografia, ho provato a leggere con l’impegno che un dislessico non dichiarato quale sono può metterci e mi sono detto: Passo !
    Grazie Efrem.

  18. vero vilma… ma è proprio questo che fa la coincidenza – permettimi la battuta.
    che poi non è neanche troppo estranea alla faccenda vera: non è relativo tanto alla qualità asoluta, ma al fatto di esserti espresso per come volevi.
    e questo, anche questo, non è scontato. o no?

  19. un rapporto stretto Paolo. ma non è tanto questo il motivo del mio scrivere, in questo caso.
    però sono assoluatmente pronto a recepire. perché anch’io mi perdo via talvolta. forse spesso.
    ma perché non dichiarato?

  20. Efrem ciao.
    L’ho scoperto tardi …… ho vissuto da presunto ma forse era meglio esserlo.

  21. Efrem cerco di spiegare, a volte di fronte ad una foto che non dice nulla ( almeno a mio parere) vedo commenti di stupore per la bellezza. Ho provato a cercare trovando diversi modi di pensare soprattutto in passato. Il volersi raccontare mi sembra una presa di coscienza dei tempi moderni.

  22. raccontarsi credo sia congenito e imprescindibile per chi usa un linguaggio. un artista fa questo da sempre. anche i camuni facevano questo. quello che è cambiato è l’accesso a mezzi che danno l’illusione del racconto. e del saper raccontare/raccontarsi.
    poi, sarò banale ma alla fine chi vuole davvero esprimersi e ci riesce lo fa essenzialmente per sé. anche oggi credo

  23. “Manca una sola parola, un aggettivo fondamentale: semplice.
    E questa è la sua vera complessità.”

    Ecco forse l’unica, vera, specifica da imprimere, troppo spesso lo si dimentica
    Grazie per averlo ricordato.

  24. il fatto, credo Cristian, è che: primo, si equivoca sulla semplicità e la si traduce in facile; secondo, è appunto complesso arrivarci se davvero è semplice… e quindi si evita. un po’ come la volpe e l’uva.
    credo di non essere molto lontano dalla realtà. ciao!

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