Workshop Eccetera

© Efrem Raimondi - All Rights Reserved

Riccione, gennaio 2016. Foto ricordo WS Spazio Fotografico Coriano

Workshop… cioè laboratorio.
Serve in fotografia?
Nessuna risposta univoca è possibile. Però c’è un modo per sapere o quantomeno prevedere se a te – proprio a ognuno di noi – può servire: guardare con attenzione il lavoro del docente.

  • SERVE/NON SERVE VS M’AMA/NON M’AMA

C’era una volta… che ne proponevo uno. E uno è rimasto.
L’ho stoppato. Non mi convinceva per niente.
Anzi, io proprio non avrei partecipato.
Poi, molto poi, due anni fa Daniele Ferrero – Fondazione Fotografia Modena – mi chiama e mi propone di farne uno. Sul ritratto.
Così nasce La sede del ritratto.
Ma era da un annetto che ci pensavo.

Daniele è stato fondamentale nel darmi una mossa.
Se no può darsi che sarei ancora qui a girarci intorno.
Invece mi sono posto una domanda: Raimondi, ma tu come fai ritratto? Cosa ti ha spinto a farlo? Quale il percorso e quale lo scheletro che fa stare in piedi il tutto?
Quindi è stato semplice: ho tradotto tutto in chiave didattica.
E questo è.

A me sembra avere un valore, un peso specifico, un’utilità.
Poi però non son certo io a poterne parlare.

Eccetera… cioè conferenze e lectio magistralis – non è mia la denominazione, e certo per me non vale, anzi mi imbarazza.
Hanno un valore? Un senso? Anche qui, come si fa a generalizzare?
Le conferenze sono forse più informali e quindi anche le aspettative minori. Sbagliato…

Non vedo questa differenza tra lectio e conferenza, se non il fatto che quest’ultima può essere polifonica. Mentre la lectio magistralis è un solo. E nel caso di un fotografo credo sia necessaria la presenza del suo lavoro.
Perché non c’è niente di più intimo. E generoso.
Un fotografo, comunque si dichiari: professionista, artista, artigiano, dilettante o altro che non so proprio immaginare… per me la differenza sta in ciò che mostra, non nelle dichiarazioni. Sue o di altri.
La fotografia non esiste la mia prima in Triennale, Milano, maggio 2015.
A quasi due anni di distanza in qualcosa è cambiata, nella forma.

Non nella struttura.
So sorry…

Questo il calendario di entrambi gli appuntamenti fino a giugno:

Efrem Raimondi BlogA me piace girovagare. Al momento mi piace proprio.
Ho incontrato persone che diversamente non avrei conosciuto.
Quando non mi piacerà più lo dirò.

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Sul workshop La sede del ritratto, c’è una premessa, questa:

Efrem Raimondi by © Giulia DiegoliGiusto per inquadrare il senso del percorso.
Chi pensa che siano cazzate fa benissimo a pensarlo.
E a continuare tranquillamente per la sua strada.
Perché da questa non otterrebbe alcun giovamento.
Chi invece riconosce un’esigenza reale, un’urgenza, ci pensi seriamente.

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31 thoughts on “Workshop Eccetera

  1. Eccomi, buondì Efrem.
    Irrinunciabile un commento a questo articolo.
    Due sono gli elementi, a mio parere, che fanno di un ws un buon ws e – nella sostanza – della didattica una buona didattica.
    Il primo l’hai “stanato”: bisogna saper fare qualcosa per comunicarla. Si trasmette ciò che si fa, non solo ciò che si sa. La fotografia, per chi è un fotografo, la ricerca, per chi è uno studioso.
    Il secondo non spettava a te esprimerlo – infatti non l’hai fatto – ma a chi ha frequentato un tuo corso.
    E visto che sono stata tra i “tuoi” partecipanti, mi prendo il diritto di scriverlo. La didattica serve quando chi ti ascolta apprende senza sforzo. Imparare deve essere una gioia, non un supplizio. Con te due giorni passano perfino troppo velocemente.
    Ci sarà una ragione se chi ha seguito un tuo laboratorio, me compresa, lo consiglia e ci aggiunge, d’istinto: «lo rifarei subito».
    O no?

  2. Non so come sia un tuo workshop. I due che ho fatto sono stati una delusione eppure visti i nomi mi sarei aspettato ben altro. Sempre pronto a ricredermi.

  3. Io ho fatto il workshop in oggetto.
    Non so dire se la qualità delle mie foto sia migliorata. Però ora guardo a tante cose con occhi diversi. . . Non sempre è facile mettersi in discussione.

  4. Efrem, per me sei stato fondamentale.Magari non riesco ancora a dimostrarlo, ma come hai detto “si tratta di percorsi”.E magari, un giorno, riuscirò ad esprimere quanto importante sia stato questo incontro -magari quando sarò libero da cavilli e pretese di art director’ o anche quando potrò permettermi di allontanarmi da loro ;)-.Una cosa è certa: sento sempre nella mente le tue parole, i tuoi discorsi, i tuoi consigli. E vedo la tua Fotografia.

  5. caro Marco, intanto ti ringrazio.
    i ws non sono mai un automatismo. ci vuole tempo e perseveranza. quanto dell’uno e dell’altra non è dato di sapere. quello che è certo è che si inizia un percorso e solo percorrendolo si può davvero incidere. dove si arriva non ha poi molta importanza… non c’è un traguardo. ciao!

  6. Prima sensazione al ws: sentivo che riuscivi a muovere qualcosa. Mi piaceva e pensavo di essere nel posto giusto. Seconda sensazione: avvertivo forzature che non capivo; vincoli, binari obbligati. Però ero fiducioso. Terza sensazione: realizzavo che gli stessi vincoli erano funzionali a muovere lo stesso qualcosa della prima sensazione. Mettevano in moto qualcosa di sopito. Ora: non so se sia cambiato il risultato della mia fotografia. È cambiato l’approccio, quello sì. Quarta sensazione: lo rifarei. E ho la sensazione che, poi, lo rifarei ancora.

  7. Quella dei workshop pare essere diventata una abitudine piuttosto brutta: se ne contano a centinaia. Non è un buon modo didattico di procedere a mio parere e non sono certo le eccezioni a cambiare la tristezza del panorama. Tu dici di selezionare ma non è per niente facile quando per esempio ti affidi a un nome e poi è una delusione anche lui. Mi paiono degli specchietti per le allodole. Cosa dovrei fare, iscrivermi al tuo e vedere cosa succede? Se è davvero così interessante come alcuni commentatori dicono? E poi se non lo fosse? Sono molto perplesso. Ciao

  8. anche l’approccio ha bisogno di maturare, di fare la sua strada. se cambia, cambia anche il prodotto Simone. a meno di sconquassi non è detto che ci si accorga subito. ma è certo che uno è il prodotto dell’altro.
    comunque puoi sempre rifarlo :)

  9. vero Samuele, innegabile, il panorama è confuso. la didattica in questo paese è un problema. e vero anche che non sono le eccezioni a essere regola.
    credo che la domanda da porsi è se ne sentiamo davvero il bisogno. un bisogno autentico. perché il bisogno in genere è un buon selettore. e davvero non saprei dirti se il mio è diverso da altri, incluso quello che ti ha deluso… però una cosa te la voglio dire: a me sembra avere un peso specifico molto preciso. non è un invito a farlo, solo la mia posizione dettata dal percorso fatto. in questo, guardando questo, tu e chiunque altro può capire cosa aspettarsi. lo dico con grande semplicità e onestà. ciao

  10. Da fotografo che da anche conferenze e workshops sono d’accordo con te: non bisogna generalizzare. Il problema é che spesso diventa un parlarsi addosso, e appunto qualcosa di ben poco utile a chi vi partecipa. Un workshop, ad esempio dovrebbe essere diverso da una conferenza, ma spesso troviamo i workshops essere una sorta di conferenza estesa. Io non ncredo nemmeno a quei workshops che finiti, il fotografo/istruttore dice arrivederci e grazie. Quello non é il modo corretto di fare un vero e onesto percorso didattico.

  11. il workshop è un laboratorio… in effetti non ho capito bene perché in italia sia anche altro, quasi tutto tranne che un luogo dove si fa, dove c’è della pratica da affrontare. che li chiamino seminari.che non è meno più, ma altro. e quindi sì Alex, il rischio conferenza incombe.
    però non ho capito cosa dovrebbe fare il fotografo docente quando il ws finisce. chiaro non si tronca d’emblée… può succedere che con qualcuno un certo dialogo continui. come potrebbe accadere in qualsiasi rapporto

  12. Caro Efrem, due frasi che mi hanno colpito e che condivido.

    …per me la differenza sta in ciò che mostra, non nelle dichiarazioni. Sue o di altri…

    Che rende merito ai tanti ” grandi” che non hanno saputo ” vendersi” con la parola, soggiacere alle interviste interessate, non scendere a compromessi culturali e sono rimasti nel limbo del “sistema” della comunicazione fotografica

    …però non ho capito cosa dovrebbe fare il fotografo docente quando il ws finisce. chiaro non si tronca d’emblée… può succedere che con qualcuno un certo dialogo continui. come potrebbe accadere in qualsiasi rapporto…

    vero in particolare come quando si riesce, ad esempio nel mio caso, a vistiare una mostra guidati dall’autore, si crea una sorta di intento creativo che ti stimola a provare nuove strade, ad aggiungere quel particolare alle tue immagini a cui non avevi mai pensato prima, a cercare il confronto perchè è avvenuta la condivisone culturale

  13. secondo te….qual è il livello adatto che deve avere uno per partecipare al tuo ws !?

  14. Beh, se di laboratorio si parla, che finisce in un giorno, due giorni o una settimana? Io propongo programmi mentoring a tutti i miei allievi. Lo so, la maggior parte dei fotografi non é disposta a questo. E allora meglio non farli i workshops, e meglio anche non prenderli…

  15. I workshops alla amerigana…propongono slides con foto del fotografo, e spesso il fotografo nemmeno fotografa insieme ai suoi allievi. Nel caso di workshops di fotogiornalismo e street photography ci sono certi maestri che si fanno pagare un occhio o un rene per le loro masterclass, e poi rimangono al calduccio in classe aspettando di visionare, anche frettolosamente, il lavoro di chi ha pagato fior di quattrini.

  16. Avedon spiega molto bene il suo metodo di lavoro per “in the american west”
    ….cos’altro serve ?

    non credo facessi dei ws

  17. vero. solo che quello non è un ws. se tu mi chiedi che conoscenza serve per aderire a un mio ws, questo è. se mi chiedi come affronto un percorso fotografico è un’altra roba. e ha altre specifiche

  18. la domanda è….il tuo peso specifico come si traduce…cosa si impara ?

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