Nessun tempo

Non c’è alcun tempo.
Se non quello presente.

Ogni altra declinazione è un valore matematico lineare. E non ci riguarda.
Fotograficamente è solo un parametro tecnico relativo, la cui comprensione permette il relativismo che ci riguarda in quel tempo presente.
E contribuisce alla nostra definizione espressiva.
Al linguaggio. Che non è un valore né matematico né lineare.

Né logico.

Non c’è alcun luogo.
Solo la misura, millimetrica, dello spazio che intendiamo occupare permanentemente.

E che arrediamo a seconda di un intento.
Fosse anche un fondale bianco.
La permanenza, la nostra, è il prodotto di questa dialettica spazio-temporale e ha un valore oggettivo: ciò che mostriamo. Proprio quella fotografia lì e non altre.

INSTARANDA © Efrem Raimondi - All Rights ReservedINSTARANDA, 2015

Questa sequenza ruota intorno alla relazione tra questo portone rosso e me.
La reciproca indifferenza di un paio d’anni.
Poi ad agosto 2015 qulcosa è scattato: ci siamo riconosciuti in un luogo, uno spazio condiviso.
Nella precarietà di entrambi: lui era stato una pianta, adesso un portone.
Adesso adesso nulla, non c’è più.
Io un umano temporaneo: anch’io non ci sarò più.
Ciò che resta di noi è questa fotografia.
Che ha una relazione precisa col tempo: lo fa proprio e lo restituisce immutato.
E in culo a Chronos.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

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SEQUENZE

Andreotti trittico, Roma 2006 © Efrem Raimondi. All rights reserved.

Non è un escamotage. E con la raffica non ha niente a che vedere, anzi ne è la negazione.
Questo perché non amo i postulati.
Solo un attimo per dire della prima e di come ci sono arrivato: ero un ragazzino con la fotocamera nell’Irpinia terremotata, anno 1980.
Ho seguito diverse riesumazione di poveri cristi, cadaveri da una quindicina di giorni. Scattavo e vomitavo… vedevo poco e la terra si assestava sotto i piedi. Di continuo.
A casa, in terra ferma, ho selezionato e rimontato in un’unica sequenza di quattro immagini. Forse un po’ ingenua e didascalica, ma è la prima… la mia matrice. Quella che mi ha permesso di pensare alle altre.
Allora non le degnava nessuno… c’è voluto del tempo.
Non nasce perché non sai cos’altro fare: appunto non è un escamotage, semplicemente pensi in modo differente e non ti soffermi sul singolo frame.
E con la raffica non c’entra niente perché di ogni scatto ne hai la percezione. E se c’è da rifare, miri al singolo.
La sequenza è una short story nella quale il valore di ogni immagine che la compone appartiene all’insieme.
E l’opera va presa per quello che è: non è affrontabile per frammenti, non è scomponibile.
Per i magazine un vero rebus di impaginazione: serve spazio! E quello a disposizione è limitato. Per questo se è per loro che sto lavorando ricorro al dittico: pam pam! E hai una doppia pagina… una sequenza gestibile che li rincuora.
Per le pareti dei musei e delle gallerie no… riempiono bene. E le rare volte che mi sono affacciato, per quanto spinga il contorno mi sento piccolo.
Statica, come nel caso di Vasco Rossi, oppure dinamica per Sakamoto o Andreotti, la questione non cambia: è una composizione e ha bisogno di una regia. Il casuale non è contemplato. Se non nella natura del gesto, come nel caso di Vanessa Beecroft.
Nascono tutte dall’esigenza di aggredire e dilatare lo spazio, che a volte è stretto.
O comunque geometricamente imposto e indiscutibile.
Scusa, ma allora non potevi darti al video?
No, non potevo e non posso. Sono un fotografo, vivo di contraddizioni e fermo il tempo.

© Efrem Raimondi. All rights reserved.

NOVEMBER 1980. IRPINIA EARTHQUAKE. PERSONAL

NOVEMBER 1980. IRPINIA EARTHQUAKE. PERSONAL

 

RYUICHI SAKAMOTO, TRITTICO

RYUICHI SAKAMOTO, TRITTICO

 

NICOLA SAVINO SEQUENCE

NICOLA SAVINO SEQUENCE

 

JOAQUIN CORTES

JOAQUIN CORTES

 

PIA TUCCITTO

PIA TUCCITTO

 

VASCO ROSSI - L. A. 2008

VASCO ROSSI – L. A. 2008

 

VANESSA BEECROFT

VANESSA BEECROFT